La cartografia della paranoia
Federico Gurgone
Nel libro «Carte come armi» di Edoardo Boria s'indaga la storia delle mappe ufficiali e il loro ruolo formativo (e arbitrario) riguardo la nascita del concetto di «nazione». Il manifesto, 6 giugno 2013
La geografia rappresenta l'impalcatura archetipica del sapere. In principio, sotto forma di cosmologia, educava la memoria dell'uomo. Prima dello sviluppo della filosofia, fu il mito a spiegare quel mondo, Ghé, che i greci avrebbero imparato a disegnare, gráphein, per affermare il controllo sulla realtà. Strumento principe della disciplina è, da allora, la cartografia. Una carta, tuttavia, non può essere uno specchio del territorio: è per definizione una raffigurazione approssimata, ridotta e simbolica che implica una fisiologica arbitrarietà da parte dell'autore. Di qui l'uso strategico oggetto di indagine del libro Carte come armi (Edizioni Nuova Cultura, pp. 174, euro 24) di Edoardo Boria, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'università di Roma La Sapienza e collaboratore di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo.

Il saggio, appena pubblicato, mostra quanto le mappe ufficiali siano cartine al tornasole per monitorare gli obiettivi che gli stati moderni hanno individuato come prioritari e presenta una ragionata panoramica dei più significativi esempi della cartografia politica, nata con la Rivoluzione francese e divenuta adulta in Germania con la fine della Grande Guerra.
Diverse le curiosità. Dalla satira geografica di René Magritte in occasione delle elezioni in Belgio del 1937 ai francobolli argentini dedicati alle isole Falkland nel 1982, anno del conflitto con la Gran Bretagna, passando per i fotogrammi cartografici della Disney inseriti nei documentari di propaganda realizzati tra il 1942 e il 1945 da Frank Capra. Pagine inconsuete sono dedicate anche a Hitler e Mussolini, Mao e Stalin. Senza dimenticare il sogno americano di Roosevelt e Kennedy.
La carta tradizionale, della quale lei traccia la storia contemporanea, riesce ancora a raccontare con efficacia la politica del XXI secolo? 

I fenomeni sociali tendono oggi a despazializzarsi. Di conseguenza, rappresentarli graficamente secondo le regole della cartografia geometrica è diventato difficile. Una modalità che punta a raffigurare dati materiali, in una società in cui contano sempre di più quelli immateriali, va necessariamente in crisi: per questo fatichiamo a decriptare la realtà. 

Nemmeno il potere è ormai precisamente localizzato, perché nasce dalla relazione: dunque, non solo le sedi di potere, ma le reti di potere diventano oggetti fondamentali per comprendere lo spazio politico. A partire dagli anni Novanta, sperimentazioni per adeguare sotto questa prospettiva la cartografia alla contemporaneità sono comparse sulle riviste Limes e Le Monde diplomatique. La carta sembra invitare a considerare il mondo come depositario, a priori, di un ordine razionale e immutabile. Ci sono stati tentativi di cambiare questo paradigma?
La volontà di rifondare su basi nuove le relazioni nord-sud spinse l'Unicef a promuovere, nel 1980, la diffusione di carte nella proiezione di Arno Peters, che riportando le aree geografiche secondo la loro dimensione reale veniva considerata più rispettosa dei paesi del sud del mondo. Ancora prima, nell'Ottocento, una timida produzione di cartografia anarchica era stata tentata da Élisée Reclus. Si trattava, tuttavia, solo di piccole fiammate.
Oggi la situazione sta invece cambiando molto rapidamente. Internet ha introdotto la partecipazione degli utenti finali nella stessa fase di produzione: un sapere inedito è sfuggito al controllo delle autorità, prefigurando decisive novità dal punto di vista scientifico.
Con il romanticismo ottocentesco, il territorio diventa il corpo di una nazione e il paesaggio il suo carattere. Il polipo, russo, prussiano o austriaco, rappresenta il fortunato topos cartografico di un impero che con i suoi tentacoli stritola le nazionalità assoggettate. L'Italia è uno stivale.
Ogni progetto politico ha una sua specifica concezione del territorio. Una delle espressioni più inflazionate nella pubblicistica post-risorgimentale era «Italia irredenta», per indicare i territori sotto il dominio asburgico, Trentino, Trieste, Istria e Dalmazia, dei quali si reclamava l'annessione. Soprattutto dopo la caduta del governo Crispi, nel 1896, in Italia si assistette al boom, anche nelle pubblicazioni scolastiche, delle carte etnografiche.
Bisognava far conoscere quei territori agli italiani: per spingerli a rischiare la vita in guerra, al servizio della patria, occorreva che l'obiettivo fosse da loro condiviso. La carta, di conseguenza, ha finito per rappresentare uno strumento politico naturale nel caso dell'irredentismo, il cui contagio avrebbe colpito ovunque in Europa, con particolare virulenza nei paesi balcanici e orientali.

La cartografia scientifica nasce, quindi, insieme al concetto di nazione? Nasce per soddisfare i bisogni dello stato: fare guerre, riscuotere imposte, controllare lo spazio. Nel momento in cui lo stato diventa nazionale, la cartografia si trasforma nello strumento più idoneo a rappresentare il territorio. Ne è un effetto l'enfasi nuova assegnata al confine, segno ben marcato su tutti gli atlanti. Il confine mostra il contenitore spaziale della nazione e ne definisce l'ambito di sovranità, compiendo un'operazione funzionale alla sua stessa esistenza. Una nazione per esistere ha bisogno della sovranità su un territorio, altrimenti è costretta a rivendicarlo.
Nel libro, discorsi epocali di Roosevelt e Kennedy sono evidenziati per sottolineare due tappe progressive nell'evoluzione della comunicazione politica, contestualmente alla diffusione della radio e della televisione.

Il 20 febbraio 1942, a due mesi dall'ingresso nella guerra, durante il tradizionale discorso radiofonico alla nazione, Franklin Delano Roosevelt chiese ai concittadini di comprare una carta geografica del mondo, in modo tale che fossero attrezzati per seguirlo nell'appuntamento successivo. In tre giorni, le vendite di carte geografiche schizzarono alle stelle. Il 23 febbraio, l'atteso discorso iniziò con la richiesta agli ascoltatori di «distendere davanti a sé una carta dell'intero globo». Seguì, pragmatica, la spiegazione della strategia bellica del presidente. Kennedy, in una conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva, non ebbe invece problemi a mostrare le sue, di carte geografiche. Così, il 23 marzo 1961, gli americani videro con i loro occhi i tre grandi pannelli cartografici allestiti affinché meditassero sull'urgenza di impegnarsi militarmente nel lontano Vietnam.

E l'Unione Sovietica? Per l'Urss si può parlare di una vera e propria cartografia della paranoia. Diffusa era la tendenza a omettere nelle carte i luoghi delle basi strategiche o a non riferire informazioni, anche banali, da una parte per paura che il nemico esterno potesse attaccare, dall'altra per nascondere al pubblico interno informazioni considerate riservate, rinfocolando il principio d'autorità nel mantenimento del segreto. Per esempio, la medesima località siberiana di Logashkino viene deliberatamente riportata in sei modi diversi su sei atlanti ufficiali, dal 1939 al 1969. Del resto, la disponibilità di cartografia adeguata è sempre stata alla base dei successi militari. L'esempio più emblematico, nella Seconda Guerra Mondiale, è la dettagliatissima tavola del luogo dello sbarco in Normandia: Omaha Beach, con il profilo altimetrico della costa visto dal mare e la visuale zenitale dal cielo per i paracadutisti e i piloti. Oggi la centralità della cartografia nelle operazioni militari è palese. Nel momento in cui una battaglia si conduce con un drone, i militari devono conoscere esattamente il territorio nemico per dare indicazioni precise, sapendo che non potranno essere modificate da ulteriori interventi.
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