Conflitto e contemplazione: la «Geografia commossa» di uno scrittore politico
Riccardo De Gennaro
Recensione all'ultimo lavoro di Franco Arminio, con l'indubbio pregio di esplicitare quanto l'approccio a volte percepito della “logia” non appartenga in senso proprio a questo autore. Alias / il manifesto, 16 giugno 2013 (f.b.)

Arminio possiede due io: uno per vivere e l’altro per guardarsi vivere». Lo dice lo stesso Franco Arminio, ricorrendo alla terza persona, in un testo («Colui che non vivendo visse») contenuto in Circo dell’ipocondria (Le Lettere, 2006). Ma nel suo ultimo lavoro, Geografia commossa dell’Italia interna (Bruno Mondadori, pp. 136, € 14,00), un aggiornamento dell’analisi introspettiva fa pensare a un’intervenuta soluzione di questa particolare forma di schizofrenia: «Io sono ciò che vedo», scrive ora lo scrittore irpino, fondatore peraltro di una nuova disciplina, la «paesologia», imperniata appunto sull’atto di osservare e sulla centralità del corpo. Lo scrivere è per Arminio un descrivere, dove il percetto – per usare una terminologia cara a Deleuze – prevale sistematicamente sul concetto, la sensazione sull’opinione, l’emozione sul ragionamento.
Come i precedenti, i testi che compongono questa «geografia commossa» rispondono per la più parte all’esigenza di una sospensione del giudizio, procedono per accostamenti di immagini, poco importa se eterogenee tra loro. È il luogo che garantisce l’unità. «In effetti, il mio lavoro è questo accostare la poesia alla desolazione, la desolazione alla poesia», ammette.
Non c’è paese, tra quelli visitati da Arminio nelle sue continue peregrinazioni appenniniche, che – nonostante i sempre più pesanti sfregi della modernità – non conservi perlomeno un’oncia di poesia e di bellezza. In un dettaglio architettonico, nel cigolìo di una porta, nella piega di un volto antico. Perché, come disse lui stesso durante una lettura a Cesena, la poesia non è che «un mucchietto di neve con il sale in mano».
Fare in modo che l’ecologia della mente e quella del mondo convergano e si compiano nella nitidezza della parola. È questo lo sforzo di Arminio, che – come un artigiano – intende portare il linguaggio «al sangue, all’osso», nella consapevolezza che «noi non abbiamo niente, se non la nostra miseria, il nostro essere senza scampo».
Arminio ha definito «Geografia commossa» il suo libro più politico. E non è un caso che, a un certo punto, invochi due numi tutelari piuttosto lontani tra loro, quasi inconciliabili: Pier Paolo Pasolini e Robert Walser, i quali a suo dire rappresentano il primo il conflitto, il secondo la contemplazione, ma che condividono entrambi quella dichiarazione programmatica: «Io sono ciò che vedo». Possiamo dire che Geografia commossa dell’Italia interna sia insieme «scritto corsaro» e «passeggiata», un aggirarsi tra «ardori civili e intime mestizie».
È tutt’altro che imbarazzante per Arminio fare seguire a un reportage dall’Aquila terremotata, o da una Taranto devastata dalla tromba d’aria, una lettera al figlio, o una «al mio cuore»; oppure passare dalla malinconia che suscitano in lui Craco e Aliano, le «ambasciate della Luna sulla Terra», all’ardore dei conclusivi «saggi deliranti e facoltativi».
Ma se un poeta, con i suoi scritti, fa politica, è anche in grado di cambiare la politica? Può affiancare all’invettiva l’attività politica e candidarsi a sindaco del suo paese, in questo caso Bisaccia? Arminio ebbe questa idea quattro anni fa, quando il suo lavoro cominciò a trovare «un ascolto non solo letterario».
Molti, anche tra gli amici, gli sconsigliarono la candidatura dicendogli che la poesia non può mischiarsi alla politica. Ma il suo progetto era esattamente questo: dimostrare che la poesia, unitamente all’impegno civile, può migliorare la politica, un’impresa ad esempio tentata, in Senato, tra il 1983 e il 1993, da Paolo Volponi. Nel libro c’è un passaggio in cui Arminio ricorda quel suo proposito, che si arenò presto, soffocato dall’amarezza: quando si rese conto che Bisaccia – un posto che non è mai riuscito a lasciare – non lo vedeva di buon occhio perché era «uno che si corica sulle panchine a prendere il sole». Quasi un matto.

Geografia commossa dell’Italia interna potrebbe essere letto come la collezione dei discorsi mancati di Arminio in consiglio comunale, discorsi che invitano al recupero dei paesi (anche se i paesi «non devono vivere per forza»), al piacere di stare insieme e decidere insieme come passare il tempo, ma che prefigurano anche grandi utopie, come «un anno intero di silenzio», la «globalizzazione lirica», una «rivoluzione clemente» contro quell’«autismo corale», che ha trasformato il mondo in un grande io. In «Divagazioni sull’anno nuovo», in origine pubblicato sul manifesto, Arminio dice che cosa significa oggi essere rivoluzionari. Significa «aumentare l’attenzione, più che la crescita economica, togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, dare valore al silenzio, al buio, alla fragilità, alla dolcezza».

Il «francescanesimo» che emerge nella parte finale del libro non deve ingannare. Non è un elogio del pauperismo o della decrescita felice modello Latouche, ma la conferma che «siamo al mondo senza alcun mandato» e che ogni giorno dobbiamo convivere con il pensiero della morte. Più che il punto centrale dei libri di Arminio, la morte è il loro punto d’inizio, una luce, un faro che illumina retrospettivamente la vita, come dimostra Cartoline dai morti, il suo volumetto di maggior successo, pubblicato tre anni fa da Nottetempo. «Il pensiero della morte è il più ecologico che esista», scrive Arminio. E più avanti: «Chi non sa occuparsene non è un rivoluzionario». Anche perché «scrivere, in fondo, è arare la morte e cercare di trarne qualche frutto».
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