Berengo Gardin: «Io, nella Laguna ferita a fotografare i mostri che assediano Venezia»
Michele Smargiassi
Il reportage-denuncia di uno dei più grandi fotografi dei nostri tempi.«Lasciamo stare un momento gli incidenti che sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente». La Repubblica, 8 giugno 2013


IL NEGOZIO era nella strategica Calle Larga di San Marco, «allora chi diceva Berengo Gardin pensava alle perle di vetro... Ora invece c’è un caffè». Tutto cambia a Venezia, non sempre per il meglio, ma questo non è un cambio, «questo è un disastro, una tragedia...». Il veneziano che c’è in lui si è ribellato. L’esito è un reportage duro, severissimo sulle, anzi contro le gigantesche navi da crociera che traversano la Laguna e sfiorano la regina del mare con i loro inchini interessati e «spaventosi».

Le sarà costato qualcosa, Berengo, dare questa immagine della città che
ama...
«Proprio perché amo Venezia, da molti anni non sopporto di vederla stuprata da orde di turisti che vengono a Venezia solo perché “bisogna andare a vedere Venezia” ma in realtà non gliene frega niente. Ma Venezia vive anche di questo, e mi sono sempre trattenuto. Però di fronte a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui non è più solo questione di scempio del paesaggio veneziano, di sporcizia, di folla che straripa, qui c’è un pericolo, un pericolo reale. Ci vuol niente che succeda come a Genova, che uno di questi grattacieli orizzontali vada a sbattere su Palazzo Ducale, su San Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li ho fotografati così perché si vedesse non solo che sono orrendi, ma che fanno terrore».

Un reportage di denuncia, un gesto politico?
«A Venezia c’è un gruppo di cittadini, mi pare si chiami “No Grandi Navi”, che si batte contro i mostri del mare, ma io mi sono mosso per conto mio. Sì, ho fatto un reportage di denuncia, schierato, i reporter fanno anche questo, è un dovere civile, ma è un lavoro giornalistico. Se poi mi chiederanno queste foto per appoggiare la loro battaglia, sarò lieto di dargliele».

Perché, per una volta, non ha usato la fotografia a colori? Non sarebbe stato più forte l’impatto?
«Al contrario. Il colore distrae. Un cielo azzurro brillante sistema molte cose. Il libro che dedicai a Venezia, nel ’62, era in bianco e nero, ma quella Venezia ora sembra irreale. Il bianco e nero dà quello scarto rispetto alla visione naturale che ti costringe a guardare meglio. Quel muro bianco che sembra un cielo e invece è pieno di oblò, appiccicato alle case veneziane grigie con le loro finestre gotiche: è il pittoresco ribaltato. Volevo che fosse un effetto di shock anche per i veneziani che sanno a memoria la loro città».

Ha usato qualche attrezzo del mestiere per dare più forza al suo sdegno?
«In alcuni casi ho usato un teleobbiettivo, ma molto moderato, un 80 millimetri, in altri un normale 50. Non c’è affatto bisogno di forzare l’immagine, chiunque passeggi per Venezia avrà coi suoi occhi le stesse impressioni di queste immagini».

Eppure i passanti nelle calli e nelle piazze sembrano indifferenti a quella massa di metallo che incombe.
«Ne passano anche quattro al giorno. I veneziani purtroppo ci stanno facendo l’abitudine. Per i turisti invece sta diventando la nuova meraviglia veneziana, li vedi tutti a fotografare le navi sullo sfondo delle calli, con i loro telefonini... Guardano più lo spettacolo delle navi che Venezia, ormai. I mostri hanno preso il sopravvento anche nell’immaginario ».

Ma Venezia è una città di mare. Ha sempre fatto i conti con le barche e con le navi.
«In un libro di inediti ho pubblicato un anno fa la fotografia di una nave mercantile che diversi decenni or sono vidi ormeggiata sulla Riva dei sette Martiri. La fotografai perché mi sembrò enorme, impressionante. Era niente al confronto con queste qui. Non c’è più alcuna misura, capisce? Sono navi smisurate rispetto alle proporzioni della città, non c’è comune misura. Sono alte il doppio di palazzo Ducale, lunghe il doppio di piazza San Marco. Nessun luogo resiste a questa sproporzione, a questa prepotenza visuale».

Perché lo fanno?
«Io posso immaginare che, vista da lassù, Venezia sia uno spettacolo meraviglioso. Ma in questo modo, vista così, Venezia diventa un modellino, una miniatura, un giocattolo. Non c’è più differenza fra questa Venezia vista dal dorso del mostro e le Venezie artificiali che hanno rifatto in America. Sono la stessa cosa, ormai. Anzi quelle resisteranno meglio e fra un po’ saranno più vere. Lasciamo stare un momento gli incidentiche sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente».



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