Ambiente a fette
Giorgio Todde
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Nel servizio di un tiggì nazionale sul nuovo emirato della Costa Smeralda un onesto cronista ha spiegato in una manciata di minuti la realtà funesta dell’Isola. Il servizio è culminato in una frase scultorea pronunciata dal sindaco di Arzachena. Il sindaco ci ha spiegato come l’emiro del Qatar raccolga fiori mentre passeggia – dunque, tranquilli, il Creato è salvo – e ha affermato che in caso di cessione della Costa si tratterebbe di mettere in vendita, espressione mai udita prima da orecchie umane, “fette di ambiente”.

Neppure la civile testimonianza di un giornalista sardo che faceva da guida allo sbalordito inviato dal “continente”, ha attenuato la tristezza e la vergogna provocate dalla spaventosa espressione “fette di ambiente”. C’è qualcosa di demoniaco e, allo stesso tempo, da pizzicagnolo in questa faccenda dell’ambiente a fette. La Sardegna affettata come un salame mentre il sito della Regione e i suoi funzionari ce la mostrano siliconata e trionfante in 3D.

In questa diabolica autopsia dell’isola, la Gallura seziona per sé una fetta di 500.000 metricubi che sarebbero consentii dal nuovo Piano paesaggistico. Quello promesso dall’attuale Giunta metrocubica, sostenuto dall’eruzione intellettuale di “Sardegna Nuove Idee” con il puntello della vulcanica università di Alghero.

Già il Piano Casa in eterna proroga era riuscito nell’intento di distribuire metri cubi con il perfido articolo 13 che annulla ogni tutela. E quando la Corte lo dichiarerà anticostituzionale, già molto sarà perduto senza rimedio. Intanto i “mattoni per tutti” hanno aggravato la crisi dell’edilizia perché hanno inventato un fabbisogno inesistente, risposto a una richiesta fasulla, moltiplicato di conseguenza i senza lavoro, imbruttito l’isola sino all’insopportabile, alimentato illusioni e gonfiato una burla finanziaria che volge in tragedia.

Però nella diavoleide isolana non ci sono solo i luciferi che vogliono annichilire il Piano paesaggistico cancellando le norme. Un altro gruppo di diavoletti vuole destinare un quarto della superficie coltivata dell’isola alla cosiddetta Chimica Verde per coltivare e bruciare incommensurabili quantità di cardi. Altro veleno. I nostri azazelli manager vorrebbero fabbricare sacchetti per la spesa a partire dal cardo. Saremo i leader dei sacchetti. Grandioso! E quando ad altri verrà in testa di fare sacchetti che costeranno meno – proprio come è accaduto per il carbone, per l’alluminio e perfino per il pecorino – noi, sempre più intossicati e poveri, riprenderemo il nostro congenito lamento dopo aver perduto l’ennesima“fetta di ambiente” innaffiando improbabili cardi.

Però l’obiettivo è ancora più ambizioso. Miriamo all’annichilimento dell’intera agricoltura che, nella Sardegna in promozione 3D, è roba superata. E siamo già molto avanti.

In una parte laboriosa dell’isola dove c’è un’industria del latte e coltivazioni che permettono un reddito certo, dove c’è un turismo contrastante con quello delle “fette” galluresi, perfino i consiglieri del Pd, in armonia con Confindustria che considera il Paesaggio “materia prima” da consumare, volevano trivellare il suolo alla ricerca di metano. Condividevano, si vede, la filosofia della “fettina” e proponevano un mondo da incubo dove in una fetta si coltivano fragole e si allevano mucche mentre in un’altra si trafora la terra per estrarre metano. Un ciclo perfetto. Trivellati e trivellatori felici insieme. Abbiamo colpe storiche, ma non tutti le vediamo. Lo specchio mostra schifezze e noi diamo allo specchio la colpa delle schifezze.

Però qualcosa cambia. E il metano d’Arborea resterà nel sottosuolo ad alimentare le fiamme dell’inferno perché chi abita quei luoghi non vuole trapanare la sua patria, non considera merce la sua terra, è contro l’ambiente a “fette”. E si ribella.

Resta ancora molto da distruggere, e ci provano. Trivelle anche a Serramanna, Vallermosa minacciata da 3500 specchi che riflettono luce su una terribile torre di 200 metri, Villasor, Uta, Giave e Cossoine, Narbolia, Ulassai, Buddusò, Alà dei Sardi, il Limbàra, un elenco interminabile di “fette di ambiente” violate o insidiate dall’interesse di pochi che si sono dati un’opaca vernice di verde. Oggi la fiaba del metano e dell’energia a poco prezzo, ieri quella del cemento e quella dell’industria che ha fatto più vittime che addetti. Molti periti settori ci amministrano e vorrebbero affettarci, incuranti dei luoghi e di chi li abita, incuranti della malavita organizzata che ha messo le mani sull’energia, incapaci di immaginare “un’economia fisiologica”. Promettono paradisi e producono inferni. E guai, guai chiedere un piano regionale dell’energia: nessuno lo vuole perché nessuno sopporta regole.

Però, finalmente, c’è un po’ di luce. Qualche comunità non crede più ai pifferai, ha riflettuto, non vuole più fare la parte del piffero e comprende il valore di quello che ci resta, anche di brandelli, lembi, frammenti e avanzi dell’Isola.
questo articolo è imviato contemporaneamente a La Nuova Sardegna


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