Un governo a tempo
Franco Cordero
«Post Berlusconem non vale più la discriminante vero-falso, né esistono figure così ignobili che uno debba vergognarsene; in trent’anni d’antipedagogia s’è allevate fameliche turbe berlusconoidi. Le grancasse indicano un guasto genetico». La Repubblica, 9 maggio 2013

Abbiamo un governo e con quanta festa l’accolgono i commenti: ringiovanito, «fresco», senza cariatidi inamovibili; vi figurano sette donne; non esistono precedenti. Ottimisti falsari proclamano che niente sia più come prima. Nuovo cielo, nuova terra ( Apocalisse, XXI capitolo). La politica diventa geometria non euclidea: tolto il quinto postulato, risultano pensabili triangoli la somma dei cui angoli non dia 180°; era classico quesito teologale se Iddio possa comporre tali figure (sì, secondo Cartesio, contraddetto da Spinoza). E qual è il postulato rimosso? L’idea d’uno Stato dove i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario appartengano a organi diversi e siamo tutti eguali davanti alla legge, due canoni malvisti dalla parte dominante nel ventunesimo secolo. I maestri cantori li mandano in soffitta (metafora giolittiana, a proposito del marxismo in casa socialista).

Il tempo storico ha degli scatti. Ogni tanto gli scenari mutano improvvisamente. Venerdì 19 aprile tiravano il fiato milioni d’italiani, confortati dall’idea d’un trasloco. L’uscente dal Quirinale aveva idee pericolose: che Silvio Berlusconi sia rispettabile statista; e ad ogni passo raccomandava «larghe intese», refrain ossessivo. Dio sa con quale titolo (forse la «justice retenue » posseduta dai monarchi francesi ancien régime) aveva ammonito tribunali e corti: pendano congelati i dibattimenti relativi all’insigne politico, dove manca solo la sentenza; e nella tattica berlusconiana la stasi vale battaglie vinte, con tanti saluti alla divisione dei poteri, nonché al conto dei voti («omnipotence de la minorité», direbbe Tocqueville).

Riconsideriamo l’eventus mirabilis. I predestinati alla vittoria sbagliano ogni mossa, nel modo più goffo, mentre il Re di denari imbonitore sfiora l’en plein recitando parti da vecchio comico con punte torve. Vengono fuori tre schieramenti minoritari e complica lo stallo la corsa al Quirinale. Avesse la testa sul collo, il Pd sosterrebbe Prodi, insidiato dai bicameristi, finché le Cinque Stelle convergano, ma circolano idee torbide: la candidatura fallita al primo colpo nasceva dal patto sotto banco con l’affarista supremo; gli avevano sottoposto dei nomi affinché scegliesse; e saltando al capo opposto (terzo salto in quaran-tott’ore), mandano emissari al Quirinale con una supplica. Li salvi ricandidandosi. Eroicamente lui accondiscende. Rieletto sul campo, ripete l’oracolo: esiste una sola via, intendersi con Silvius Magnus; il quale non sta nella pelle, tanto gli piace questa musica; e passa al Totem l’inno delle serate osées: «Meno male che Giorgio c’è». Infatti, traghetta un Pd più morto che vivo, come se nel 1932 Hindenburg, vegliardo feldmaresciallo, presidente dell’odiata Repubblica nata a Weimar, installasse un gabinetto presieduto da von Papen, nel quale siedano lo stremato Brüning e l’invadente Goering. Avviene tutto in famiglia. Con arte democristiana i due Letta, zio e nipote, escludono dall’équipe falchi e poiane d’Arcore, intollerabili dagli elettori furenti, ma agl’Interni, vicepresidente del consiglio, va Angiolino Alfano, chierichetto scampanellante dallo sguardo severo, né tubano quali innocue colombe i quattro commilitanti (due, garruli, impersonano l’ultras cattolico vivamaria): comanda un padrone; e solo qualche farceur può raccontare che ormai il Caimano sia pesciolino rosso. «Governo politico», esclama l’ostetrico sabato 28, ore 17.15, uscendo dalla Vetrata. La mutazione genetica sopravviene nel Pd, i cui rigoristi parlano d’espulsione se qualcuno non vota fiducia al nascituro. Qui viene in mente La fattoria degli animali, ultimo capitolo, dove maiali umanoidi camminano eretti e barano giocando a carte. Regna l’euforia d’una festa funebre: risulta ufficialmente morta la sinistra, già esanime; gli appetiti dicono quanto siano vivi i convitati. Il partito rosabiancofiore s’è tagliate le gambe: ogni cedimento ai modelli berlusconiani aggrava l’effetto ripulsivo nell’elettorato; e chi gli crederebbe quando, bruciato dalla mésaillance, risfoderasse intenzioni virtuose?

I falchi d’Arcore stridono, chiedendo politica forte, ossia poltrone, ma B. è troppo furbo per disfarsi d’un Pd ingaglioffito. Tutto sta nel tenere il governo sotto tiro. L’abbiamo visto irremovibile nell’imporre un suo fido presidente della commissione giustizia al Senato. Nel Pd ha un socio debole, quindi condiscendente (tutto fuorché le urne); e poiché il porcellum garantisce una Camera ubbidiente, la riforma elettorale scivola alla settimana dei tre giovedì. I ventidue resteranno in sella finché lui abbia cavato tutto l’utile: lo sappiamo giocosamente feroce; non farà sconti sul salvacondotto, servendogli il quale lo sventurato partner s’infogna, e cade l’intero sistema. Abolire l’Imu è slogan da fiera: sa che mancano i soldi; l’importante era mettersi dalla parte dei contribuenti scaricando l’ira sul povero partner.

L’aspetto patetico sta nel fatto che due italiani su tre non vogliano finire così. Niente esclude, anzi pare probabile un governo dalla vita media o persino lunga, con l’incognita biologica: quanto duri lui; gl’interessati la studiano freddamente; correva l’ipotesi d’una successione familiare. Complimenti al Pd, senza dimenticare l’occasione persa dalle Cinquestelle (votare Prodi al quarto turno). Nelle storie umane esiste anche l’imponderabile. Speriamo che stavolta porti bene, ma resta il segno: post Berlusconem non vale più la discriminante vero-falso, né esistono figure così ignobili che uno debba vergognarsene; in trent’anni d’antipedagogia s’è allevate fameliche turbe berlusconoidi. Le grancasse indicano un guasto genetico.

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