Baristi e urbanisti, a Cagliari
Giorgio Todde
Baristi e urbanisti a Cagliari diventano sinonimi...>>>

Baristi e urbanisti a Cagliari diventano sinonimi. La spensierata filosofia della birretta decide la forma e la vita della nostra città. Un piccolo ma metaforico episodio racconta un intero mondo uscito dai cardini ma con l’aperitivo in mano.

Accade che un bar, affidatario da vent’anni di uno degli spazi più belli della città, sulla terrazza del bastione di Santa Croce, conduca una florida attività pagando poco più di 1300 euro l’anno per l’uso del suolo. E che, con un’altra manciata di euro, il filantropico padrone del locale abbia commissionato un progetto a studenti e neolaureati di architettura per migliorare non il bastione medievale ma il bar, considerato un gioiello così raro da annullare il valore delle mura medievali.
Che prestigiosa collaborazione questa tra un bar e la facoltà di architettura, che promettenti architetti, che elevato concorso di idee e che idea abbagliante quella di considerare il bar la “perla” del bastione di Santa Croce.

Dell’illustre commissione fa parte il proprietario insieme a austeri cattedratici di architettura, tutti favorevoli a un’orrenda pedana nella quale, vicini al cielo e agli dei, si beve seduti guardando il golfo attraverso una lastra di vetro. Il risultato è un orrore che sfregia uno dei siti più importanti della città. Quel luogo è stravolto, quel cataplasma non verrà rimosso, offuscherà a lungo il panorama della torre dell’elefante. E la città sarà più povera.
Perfino la Sovrintendenza, conquistata dalla dottrina del long drink, ritiene la pedana, il gazebo e la vetrata in armonia con il luogo. Il sito è imbruttito, irriconoscibile, sfigurato, ma assicurano che è protetto. E questa sarebbe la tutela? Questo noi facciamo a un luogo bello e amato? Per il capriccio e il vantaggio di un singolo lo storpiamo sino a cancellarne ogni identità. E’ lecito? No, siamo certi che non lo sia anche se timbri e bolli sono in ordine, come succede spesso quando si distruggono paesaggi.

Se i teorici del cappuccino e brioche si fermassero a riflettere, comprenderebbero quanto sia iniquo consegnare un sito prezioso a chi lo altera profondamente per proprio vantaggio, capirebbero che un quartiere non si ripopola con qualcuno che ci va la notte, beve, usa il rione come un vespasiano e se ne va barcollando.

Quest’urbanistica della vodka è nociva come la gramigna. Rafforza l’idea malata che i luoghi pubblici non siano di tutti ma appartengano un singolo per un’originale usucapione e che i quartieri si debbano conformare a chi li frequenta come un paese dei balocchi. Consolida il principio insano che la fortuna di una città passi attraverso un uso etilico e fracassone dei luoghi più belli. Certo è piacevole nutrirsi in un buon ristorante o sedere al tavolino di un bel locale, tanto più se è seducente il fondale, ma gli ideologi del Martini confondono il tessuto sociale di un quartiere con gli avventori dei bar. E distruggono il fondale.

Il connettivo di una comunità è prima di tutto rappresentato da chi abita i luoghi, da chi ci va per studiare o lavorare. E quando nel cuore di una città chiudono scuole, uffici, ospedali e botteghe, quando ogni azione è sostenuta dall’idea della fabbrica del divertimento come motore dell’esistenza, impipandosi della mancanza di servizi elementari, quando la mistica del calvados vince su ciò che rende davvero viva e in salute una collettività, allora la città diventa una squallida e vuota scenografia di cartapesta.



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