Lo specchio della nostalgia
Ella Baffoni
Obbligare i migranti a omogeneizzarsi alla società che li accoglie o riconoscere che essi la modificano?. Gli italiani dovrebbero saperlo, per averlo vissuto, A proposito di un numero della rivista Meridiana. L’Unità online, blog “città e città”, 7 aprile 2013
Diritto alla mobilità non è solo questione che riguardi i trasporti pubblici. Più che un diritto, anzi, è una pratica. Pratica antica, antichissima. Nonostante l’imbarbarimento indotta dalla Lega, c’è ancora chi studia le migrazioni, mondiali e nazionali. Delle migrazioni nazionali parla il numero 75 di  Meridiana, , rivista di storia e scienze sociali edita da Viella. Introdotti dallo storico Michele Colucci, dei viaggi della speranza parlano economisti come Luciano Barca e Maurizio Franzini, demografi come Corrado Bonifazi e Frank Heins, sociologi come Rocco Sciarrone, Michele Triglia e Michele Nani, statistici come Enrico Tucci.

Dalle storie delle domestiche friulane, dei manovali calabresi, degli artigiani veneti si potrebbe leggere con più accuratezza alcune differenze regionali, prodotte da emigrazione e immigrazione interna. Si potrebbe, se si riuscisse a sgomberare la vulgata antimeridionale e guardare i fenomeni con occhi chiari, così come fa questo volume. Non nascondendosi che di un lavoro di ricerca di tratta, e il lavoro sulle migrazioni e sugli effetti che hanno prodotto nelle diversità territoriali è ancora lungo e non facile.

Stella polare della ricerca, una frase di Franco Ramella: “Un’idea molto diffusa negli stidi è che gli immigrati devono adattarsi alla società che li accoglie, che è quindi pensata come qualcosa di strutturato indipendentemente dagli individui che la compongono. L’ottica qui adottata rovescia questa impostazione: il problema che nasce è come gli immigrati rimodellano la società in cui arrivano”.

Perché si parte? Perché si torna? A indagare un difficile percorso, irto di rimossi, è il saggio di Anna Morello. Che usa le testimonianze orali di un gruppo di emigrati siciliani tornati al paese. Per scelta o per sconfitta, è fortissimo il dolore che nascondono le parole semplici, è dirompente la testimonianza e la sua interruzione, il rifiuto di ricordare: “a voltarsi indietro non c’è niente che vada bene, o molto poco – scrive Morello – uno la può raccontare come vuole, è andata come è andata, ma non è andata bene, inutile negarselo. E appena la racconti, la vita diventa realtà, è tua e non di altri. Come il successo e il fallimento, gli hai dato un nome e ora sono veri. Ti appartengono”.

Per le donne c’è un di più, l’emancipazione rimpianta una volte tornate indietro, l’uguaglianza con tedeschi o americani, il sentirsi attivi e dentro la società. Una volta in pensione e al paese, si torna alle abitudini di prima, l’uomo all’osteria o al bar, la donna a sfacchinare in casa.

Sono sempre due le vite che si raccontano, quella vissuta e l’altra, quella che si sarebbe vissuta se non si fosse partiti in cerca di una vita migliore. Chissà: ma se pure si riesce a dargli parola, il conflitto tra le due vite è continuo. I matrimoni mancati o spezzati, i figli lasciati in terra straniera, i genitori comunque perduti, la forza dell’essere pionieri. Un gioco di specchi infinito, la nostalgia qui e là, irredimibile.

Bisognerebbe leggerne di più di queste testimonianze, di queste storie. E, a guardar bene, ci si troverebbe magari una koiné, un linguaggio comune con le storie che raccontano, a fatica e con frasi spezzate, i migranti stranieri in Italia. La stessa fatica, lo stesso dolore.
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