Le città invivibili che separano i ricchi e i poveri
Francesco Erbani
Il nuovo libro di Bernardo Secchi, “La città dei ricchi e la città dei poveri”, affronta a modo suo il tema dell'urbanizzazione mondiale diventata «potente macchina di sospensione dei diritti dei singoli e di loro insiemi». La Repubblica, 14 aprile 2013 (f.b.) 

Nel 2001 erano sedici milioni gli americani che vivevano in gated communities. Cioè in quartieri recintati, vigilati, dotati di sorveglianza video e strutturati al loro interno come un’enclave, fornita di regole di comportamento e di funzionamento. Il 5,9 per cento delle famiglie americane. Una specie di circolo canottieri, se non fossero pezzi di città. Questo accadeva, e accade, negli Stati uniti, ma non è difficile trovare gated communities in Europa e anche in Italia. Più o meno blindati e tecnologicamente attrezzati, da noi sono spesso avvolti in una nebulosa retorica ricca di parole-feticcio come sostenibilità oppure ecocompatibilità.

Sono questi alcuni esemplari forme della città per ricchi citate da Bernardo Secchi, fra gli urbanisti italiani più intellettualmente curiosi e sensibili agli apporti di altre discipline. Il suo nuovo libro (La città dei ricchi e la città dei poveri) si iscrive autorevolmente nelle riflessioni sulla disuguaglianza crescente e che nel mondo un po’ è causa della crisi economica, un po’ ne è aggravata. La disuguaglianza si misura con i redditi, con l’accesso al sapere e anche nello spazio, nel modo in cui si struttura la città. Compito degli urbanisti sarebbe quello, scrive Secchi, di analizzare la città sotto questo profilo e di immaginare quali interventi, di architettura oppure di pianificazione, possano — auspica l’autore — ridurre le disuguaglianze.

Aumentano invece le tensioni verso la separazione. È un processo di lunga durata, un trentennio che incrocia le pulsioni individualiste, le attitudini al far da sé, a costruire gusci impenetrabili. Le forme dell’abitare hanno incorporato e reso visibili questi atteggiamenti. In Italia è stata battezzata la “città diffusa” (dall’urbanista Francesco Indovina), la città che si espande disordinatamente nei terreni un tempo agricoli e che si sovrappone (in Veneto, per esempio) alla maglia della piccola proprietà fondiaria, trasformando casali in villette e stabilimenti. Ad Anversa i ricchi si sono anche loro trasferiti nella “città diffusa” della North Western Metropolitan Area, lasciando agli immigrati il centro, a sua volta diviso come un puzzle dalle diverse comunità etnico-religiose.

È un fenomeno diverso, avverte Secchi, dallo sprawl, la dispersione abitativa tipicamente americana. Anche se sono modelli d’oltreoceano che producono la crisi del modello abitativo tipicamente europeo — Movimento moderno e socialdemocrazia insieme — costruito proprio sul tentativo generoso e spesso illusorio di ridurre disuguaglianze e separazione: modello realizzato nelle città del nord, da Stoccolma ad Amsterdam, e appena abbozzato in Italia, dove di edilizia pubblica se n’è fatta poca e quasi subito la si è lasciata deperire, neanche fosse affetta da un maleficio. La città, scrive Secchi, è stata da sempre, dagli albori della civiltà urbana, ormai cinquemila anni fa, lo spazio dell’integrazione sociale e culturale. Dell’innovazione e dello scambio.

Negli ultimi decenni del ventesimo secolo questa dimensione è andata sfibrandosi. È sorta una nuova questione urbana, che la politica e la scienza urbanistica stentano a riconoscere. La città è diventata «potente macchina di sospensione dei diritti dei singoli e di loro insiemi». Una potente macchina che ha fatto appello in primo luogo all’ideologia del mercato, in grado di regolare — si supponeva — tutti i processi di formazione e di trasformazione della città — ma il mercato in questi frangenti si chiama speculazione edilizia. E, in secondo luogo, a una retorica, quella della sicurezza, per cui il tessuto urbano doveva perdere ogni carattere di permeabilità e di porosità. E doveva proteggere e segregare.

Ma quali sono i dispositivi, come li definisce Secchi, che rendono una città più o meno egualitaria? Uno spazio verde è luogo di socialità e di integrazione, ma, distorcendolo, può essere concepito persino come cuscinetto di sicurezza per una gated community. Potente fattore di integrazione è un sistema di trasporti che interpreti il concetto di accessibilità come vero diritto alla città. L’importante, segnala Secchi, è che l’urbanista quando disegna parti della città sia guidato dalla «continua osservazione del quotidiano» e vada a rileggersi le lezioni di Roland Barthes intitolate Comment vivre ensemble, come vivere insieme.

Riferimenti


Sull’argomento si vedano  su eddyburg: l’articolo di P. Somma”La città,luogo delle espulsioni e delle segregazioni” e gli altri scritti della medesimaautrice, l’articolo “Dualismo urbano. La città della rendita e lacittà dei cittadini” di E. Salzano, i materiali delle edizioni, 2008 e 2009della Scuola di eddyburg e i  suoi libri  (in particolare “Alla “ricercadella città vivibile”,  e “Spaziopubblico: declino, difesa, riconquista”, rispettivamente curati da I.Boniburini e F. Bottini. 
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