Bilal, il mio viaggio da clandestino
Fabrizio Gatti
Una premessa e due recensioni di un libro che raccomandiamo vivamente di leggere almeno a chi vuol comprendere su quale letto di miserie e orrori giaccia il nostro benessere e voglia lavorare per cambiare almeno le lenzuola.  Ettore Mo dal Corriere della sera (28 novembre 2007) e da Varesenews online (24 luglio 2008)

Premessa

A me è sembrata eccezionale la storia raccontata da Fabrizio Gatti, Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini (Rizzoli, p. 492, 18). Sarà che sono attualmente in Africa: in una regione, il Rwanda, ai margini delle vicende narrate dal libro, ma pur sempre in quella stessa area geopolitica. Sarà che sono italiano, e quindi partecipe delle colpe dei nostri governanti (e non solo) nei confronti del continuo sacrificio inflitto ai protagonisti delle crudeli vicende delle migrazioni. Sarà, infine, che sento il lavoro dell’uomo come la preziosa risorsa dell’umanità se finalizzata a comprendere, trasformare e givernare il pianeta nell’interesse di tutti; e il libro di Gatti ci fa comprendere invece quanti avvoltoi, sciacalli, mosconi e vermi si stiano alimentando dal saccheggio del lavoro, reso miserabile, dei nuovi schiavi. Gatti, per conoscere meglio come la macchina della nuova schiavitù funzioni e quali siano le vite e le speranze dei reietti della terra ha cancellato la propria personalità per assumere la loro. Da Dakar ha attraversato il deserto fino alla Libia, si è fatto arrestare e imprigionare nei “cebìntri di accoglienza di Milano e Lampedusa, ha lavorato sotto la sferza degli “utilizzatori finali” della merce prodotta dalle migrazioni (a loro volta generate, ricordiamolo, dal rapace saccheggio delle risorse dei paesi del Terzo mondo da parte dei vecchi e dai nuovi colonialismi. E’ grazie a questi meccanismi che il sistema capitalisico ha potuto esportare, negli ultimi secoli, le sue contraddizioni e assicurare ai lavoratori e ai cittadini del Primo mondo lo loro condizioni di benessere. Pubblico di seguito due recensioni del libro di Fabrizio Gatti che a nostra parere si integrano e riescono a dare il carattere del libro, che ovviamente vi invito a leggere.


Corriere della Sera, 28 novembre 2007
Dall' Africa a Lampedusa,
di Ettore Mo


Impossibile una normale recensione di Bilal, perché il libro di Fabrizio Gatti non è un libro normale e non rientra in nessuna categoria letteraria: non è romanzo, né saggio, né inchiesta, né reportage nel senso stretto della parola. Inviato dal settimanale L' Espresso, l' autore ha condensato nel volume la sua straordinaria esperienza giornalistica, sintetizzata nel sottotitolo come Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi. Infatti, non si sarebbe potuta raccontare in profondità la sconvolgente odissea di milioni di immigrati clandestini se non vivendola sulla propria pelle, passo per passo, minuto per minuto: ed è ciò che Fabrizio ha fatto, imbarcandosi insieme a quei disperati in cerca di lavoro e fortuna su sgangherati camion che dal cuore arido dell' Africa raggiungono, attraverso il Tenéré e il Sahara, la sponda del Mediterraneo.

Ma per essere accettato come uno di loro deve immediatamente sbarazzarsi della propria identità e assumerne una nuova. Ridurre in polvere i documenti e il passaporto non basta: né può pretendere, con la sua pelle chiara, di passare per un africano. Fortunatamente, nella ciurma dei derelitti in rotta verso il Nord ci sono turchi, bulgari, romeni, polacchi, greci: e Fabrizio decide di adottare il nome e i connotati di Bilal Ibrahim el Habib, nato nel ' 70 in un villaggio del Kurdistan iracheno. Capelli rasati a zero, la barba lunga da mesi è il suo nuovo look.

Dal suo libro-testimonianza emergono i disagi, le sofferenze, le difficoltà che questa folla composita di derelitti deve affrontare lungo quello che viene ancora chiamato «il cammino della speranza», anche se molti di loro non raggiungeranno mai la meta. I guai cominciano già prima di mettersi in marcia, a Dakar, dove «un boss del commercio» chiede subito 3 milioni di franchi africani, in contanti, che è il prezzo di un visto per l' Italia. Ma il 12 per cento dei clandestini che s' imbarcano in Libia, su vecchie carrette stracolme e inadeguate a fronteggiare il mare grosso, muore durante la traversata e si calcola che negli anni saranno circa cinquemila i morti annegati. Un «traffico di schiavi» che impegna sulla costa libica i boss della malavita locale e centinaia di scafisti avidi e senza scrupoli, che godono della protezione di poliziotti e doganieri corrotti: mentre i governi di Libia, Italia, Egitto si palleggiano cinicamente le responsabilità.

Dopo le vicissitudini dell' espatrio, Bilal si accinge a una deep immersion nell' amara e non di rado agghiacciante realtà dei cosiddetti centri di permanenza temporanea, dove vengono confinati i clandestini, approdati illegalmente sul territorio italiano. Per fare questo, Gatti s' è fatto arrestare tre volte, l' ultima a Lampedusa ed è proprio questa esperienza che fornisce e alimenta i capitoli più intensi e drammatici del libro. Mentre i poliziotti e la gente lo soccorrono quando lo trovano esausto su una spiaggia dell' isola (s' era buttato in mare da uno scoglio col suo saccone nero), Bilal deve fare più di uno sforzo per ricordare a se stesso che questo «non è il suo Paese», che parlano una lingua straniera per lui incomprensibile, anche se gli lanciano insulti in italiano e dialetto; è un piccolo povero curdo iracheno, nato nel villaggio di Assalah, parla solo un po' d' inglese... Obiettivo raggiunto. Lo rinchiudono nel centro di detenzione di Lampedusa, che un parlamentare europeo della destra xenofoba aveva definito un hotel a cinque stelle e che per Fabrizio Bilal è semplicemente una gabbia. «Davanti a questo cancello - scrive - finiscono i nobili sentimenti dell' umanità. Quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenza tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini».

E ancora: «In questa grande gabbia non c' è nemmeno l' atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell' ufficio di identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un' ora. Per pranzo un piatto di plastica con pasta e tonno. Un altro con bocconcini di pesce fritto e agrodolce. Un panino. Una mela. Una bottiglia d' acqua di due litri da dividere in due». Si trascorre la notte sdraiati a terra, perché: il materassino di gommapiuma è infestato da insetti e il cuscino è il sacchetto nero dell' immondizia con i nostri vestiti ancora bagnati.

Non so quanti giorni e quante notti Fabrizio Bilal abbia trascorso nel gabbione a cinque stelle di Lampedusa. Ma il suo libro avvince e trascina dalla prima all' ultima pagina ed è una lezione di giornalismo: quando per giornalismo s' intende la necessità di vivere personalmente le vicende che si vogliono raccontare e non fornire al lettore frettolosi, esangui dispacci d' agenzia. Lo raccomando vivamente, Bilal, a tutti i ragazzi e le ragazze che sognano di fare questo mestiere.


Varesenews online, 24 luglio 2008 
Bilal e le vergogne dell'Europa
di Marco Giovannelli 


“La testa è già in cammino da qualche mese. Lo stomaco e le sue paure anche“. E le paure per Fabrizio Gatti erano più che motivate. Uno zaino, pochi oggetti, un nome falso e il passaporto italiano come unica protezione. Una protezione che a nulla sarebbe però valsa in tutta una serie di situazioni drammatiche e pericolosissime.

Bilal è qualcosa di più di un libro. Gatti è partito da Milano ed è arrivato in aereo a Dakar e da lì ha ripercorso nelle stesse condizioni di migliaia e migliaia di africani la tratta degli schiavi del Terzo Millennio. Si è infiltrato per prendere i “camion della speranza” che arricchiscono bande di criminali e di gente senza scrupoli protetti da eserciti e governanti. Ha cercato storie di vita da raccontare. Ha “adottato” James e Joseph, due fratelli che seguirà anche un volta terminato il viaggio perché “questi ragazzi fuggiti dal vicolo cieco della loro terra sono i veri abitanti del villaggio globale”. Ma Gatti non si ferma a un crudo diario, fa parlare uomini e donne, carnefici e vittime e ricostruisce la storia drammatica di interi paesi massacrati da dittatori sanguinari e dalle complicità di altri potenti europei.

Non è un libro sull’immigrazione. È la storia di uomini e donne che a mani e piedi nudi hanno attraversato il Sahara e il mare. È la storia della più grande conquista del Terzo Millennio, la conquista della libertà. È una storia che conosco bene perché ero con loro. Bilal è il nome di copertura in questo viaggio durato mesi dal Senegal fino in Libia, in Tunisia con i trafficanti che organizzano barche. Poi si sposta nel Cpt di Lampedusa e nei campi e cantieri dell’edilizia in Italia. E infine l’espulsione.

È dedicato ai tanti che non ce l’hanno fatta. Una storia di grande umanità. Ogni 100 che partono 12 muoiono. Bilal è anche la storia di un grande tradimento da parte dell’Unione Europea degli ideali di uguaglianza, libertà fraternità, perché i nostri capi di stato e di governo per interessi sono scesi a patti con i dittatori“.

Bilal è un libro che ogni cittadino dovrebbe leggere. Un capolavoro di giornalismo. Scritto con un ritmo incalzante sembra un thriller, ma non è fiction. È la realtà.

Dopo duecento pagine, in Niger alle porte della Libia, durante una notte inquieta Gatti spiega a se stesso prima ancora che ai lettori perché una scelta così pazza. Perché rischiare sapendo che poi niente sarebbe più stato lo stesso per lui. “Lo dovevo fare. - È la risposta che si da. - Fino in fondo al Sahara. Fin dall’altra parte del Mediterraneo. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio nella sua crudeltà infinita, a plasmare me. Senza nemmeno sapere in quale essere mi trasformerà, ormai non posso fermarmi. Cercavo il perché migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare. Volevo scoprire cosa c’è sulla rotta per l’Europa di più spaventoso della morte in mare. E l’ho scoperto. Qui nel deserto ho conosciuto la morte da vivi. Eppure era facile immaginarlo già prima della partenza. Ma il viaggio mi aspettava. Era la prova da superare per poter guardare senza più complessi di inferiorità i sopravvissuti sbarcati in Italia, ma anche la storia degli italiani, degli europei partiti nell’Ottocento, nel Novecento per le Americhe, l’Australia, l’Africa del Sud. Un insostituibile esercizio della memoria“.

Bilal è un libro che non passa così come niente. È un pugno nello stomaco. Ribalta ogni certezza. Smaschera luoghi comuni. Indaga con delicatezza e onestà anche nelle pieghe dei sentimenti dei carnefici, quelli che resteranno lì a garantire i sanguinari dittatori ma che a loro volta maltrattano, torturano, taglieggiano i propri connazionali. Eppure non è un libro di disperazione. Le storie autentiche, anche di ragazzi che viaggiano con Gatti e che non ce la faranno, trovano una via d’uscita.

Il racconto diventa scandalo e vergogna quando supera i deserti, i mari aperti per arrivare nel paradiso tanto sognato. Nell’Italia meta ormai raggiunta Gatti va ad indagare le vere condizioni a cui sono sottoposti uomini e donne. Le forme di schiavitù sono diverse, ma le storie non sono per questo meno drammatiche. Sfruttamento, lavoro nero, pestaggi, fino alla morte e basterebbe ricordare la fine di Ion Cazacu, qui proprio a casa nostra, nella civilisssima Gallarate.
Bilal è un dono che Fabrizio Gatti ha fatto a tutti noi. E non potremo più dire non lo sapevo, non lo avrei mai immaginato.

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