Se Napolitano chiamasse Grillo a formare il governo
Ugo Mattei
Tutto ragionevole se non fosse che i leader di quella formazione hanno predicato e praticato la guerra non solo all’ideologia della crescita, a questi partiti, alle grandi opere e alla distruzione dei beni comuni, ma anche alla Costituzione repubblicana. Il manifesto, 30 marzo 2013

Il blocco politico neoliberale che ha sostenuto il governo Monti ha subito una sconfitta cocente. Gli elettori hanno ribadito in modo chiarissimo quanto già una maggioranza assoluta del popolo italiano aveva detto con i referendum del giugno 2011: valorizzare i beni comuni e ristrutturare in modo democratico e partecipato il settore pubblico; emanciparsi dalla dipendenza anche psicologica dalle grandi opere e dalle energie non rinnovabili; lottare contro i privilegi del ceto politico. Questa stessa maggioranza, forse ancora cresciuta se si sommano i voti del M5S con quelli sparsi in altri gruppi antiliberisti e con milioni di astenuti consapevoli, chiede di invertire la rotta voltando le spalle ai dogmi del neoliberismo, in particolare a quel fenomeno di cattura cognitiva secondo cui "di più è meglio".

La Costituzione prevede che sia il Presidente della Repubblica a dar seguito istituzionale alla piena realizzazione di questo anelito di cambiamento profondo. Solo il pieno rispetto della democrazia consentirà di costruire un governo legittimo. Interpretando al meglio la volontà di cambiamento, Napolitano potrebbe passare alla storia come il Presidente che ha portato il popolo italiano ad affermarsi come faro mondiale di una necessaria riconversione di civiltà. Il popolo italiano ha voluto liberarsi di un blocco di potere costituito da tutti i partiti politici, che hanno la loro matrice culturale nell'ideologia della crescita di derivazione ottocentesca e novecentesca. Una maggioranza larga da destra a sinistra, vuole liberarsi dalle industrie multinazionali e dalla grande finanza, che sempre più disprezzano le regole democratiche cui pure dicono di ispirarsi.

Nei partiti politici infatti si è verificata in Europa una sostanziale convergenza sulla scelta di scaricare sulle classi popolari e sul ceto medio i costi del rientro dal debito pubblico e di rilanciare la crescita attraverso nuova mercificazione dei beni comuni e programmi di grandi opere. Nei paesi industriali avanzati gli usi finali dell'energia sono costituiti al 70 per cento da sprechi. Se la politica industriale venisse finalizzata a ridurli, si aprirebbero ampi spazi per un'occupazione utile, (dalla ricerca all'istallazione) i cui costi sarebbero pagati dai risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici senza aggravare i debiti pubblici e privati. Lo sviluppo di queste tecnologie consentirebbe inoltre di attenuare le crisi internazionali per il controllo delle fonti fossili e la crisi climatica causata dalle emissioni di CO2. La classe dirigente dei paesi industrializzati è composta dall'alleanza di tre soggetti sociali cementati dalla medesima ideologia: i partiti politici di destra e di sinistra che hanno le loro radici nella cultura industrialista e produttivista maturata nel corso dell'ottocento e del novecento; le grandi aziende multinazionali emerse dalla competizione con le loro concorrenti locali; il comparto specifico dell'alleanza tra questi due soggetti costituito dal complesso politico-militare. Il fulcro su cui questa classe dirigente fa leva per far ripartire la crescita sono le grandi opere pubbliche, che possono essere commissionate solo dallo Stato centrale, o dalle sue articolazioni periferiche, e possono essere realizzate solo da aziende a grande concentrazione di capitale multinazionale. La crescita economica richiede consumi -crescenti di energia e materie prime che si possono ottenere solo attraverso il controllo militare delle aree del mondo in cui si trovano. I sistemi d'arma necessari per esercitare questo controllo possono essere commissionati solo dai partiti politici che li ritengono necessari per garantire l'incremento dei consumi energetici, e possono essere prodotti solo da aziende multinazionali. Non a caso le politiche restrittive adottate per ridurre i debiti pubblici non hanno scalfito i privilegi del ceto politico, non hanno tagliato i finanziamenti per le grandi opere pubbliche, né le commesse all'industria militare. Gli italiani vogliono vedere un futuro, possibile solo con un governo non condizionato dai vincoli dell'ideologia della crescita. Questa politica può essere messa in pratica solo da piccole aziende, professionisti e artigiani radicati nei territori in cui operano, in grado di effettuare da subito se adeguatamente sostenuti ed indirizzati una serie di interventi puntuali. Un grande investimento in ricerca sosterrebbe soluzioni tecnologiche e sociali di assoluta avanguardia a livello globale, attraverso le quali l'Italia potrebbe diventare esempio di buon vivere ammirato da tutto il mondo. La garanzia del reddito consentirebbe l'emancipazione dalla condizione di asservimento e di sfruttamento in cui versano tante delle migliori energie, soprattutto giovani e precarie, del nostro paese.

 Ci sono oggi in campo nel paese, anche raccolte nei movimenti formali e informali in cui chi le scrive a diverso titolo opera, competenze sofisticatissime e persone intelligenti, libere, oneste, disinteressate e di buon senso che sono in grado di sostenere con autorevolezza internazionale un tale ambizioso progetto di rigenerazione del nostro paese. Su una piattaforma coerente con quanto abbiamo descritto il M5S ha vinto le elezioni ed è per questo, in questa fase, il legittimo interprete politico di questo anelito di cambiamento. E' giusto che sia il leader di tale Movimento a indicare per primo quella la migliore personalità di alto profilo e competenza professionale o politica che potrebbe guidare un governo capace di iniziare il grande ed entusiasmante cammino della riconversione dell'economia del paese. Qualora Grillo non lo facesse, sia Napolitano a scegliere una tale personalità che per storia e cultura offra garanzia di essere autorevole interprete di una visione incentrata nella piena valorizzazione dei beni comuni. La costruzione di un tale governo di alto profilo e profondo buon senso, interprete genuino della volontà della maggioranza che vuole invertire la rotta, saprà ricostruire creativamente sulle macerie della devastazione neoliberista è dimostrerà nei fatti come sia possibile superare, se si prende sul serio la democrazia, l'attuale impasse politica. Ovviamente, secondo quella Costituzione di cui il Presidente deve essere supremo garante, e che partitocrazie e potentati hanno troppo spesso sfregiato, il nuovo governo cercherebbe la sua fiducia il Parlamento, senza accordi o scambi. O sarà Napolitano l'alto interprete di questo desiderio popolare o lo dovrà essere il Suo successore nei tempi e nei modi previsti. Se però così dovesse essere l'Italia, che già due volte ha parlato e avrebbe parlato anche una terza se avesse potuto votare sul pareggio di bilancio in Costituzione, perderebbe solo altro tempo.

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