La sinistra in ritardo
Guido Crainz
«Sullo sfondo vi sono le stesse ragioni per cui la stagionedi Berlusconi è durata così a lungo: l’incapacità della sinistra di opporreallo sfasciarsi della “prima Repubblica” proposte convincenti e riformatrici dibuona politica». La Repubblica, 21 marzo 2013

POTEVA finire perfino peggio, la “seconda Repubblica”, sesolo ricordiamo come era cominciata: annunciata nel 1994 da un’irruzione inParlamento di discutibili “uomini nuovi” (o mal riciclati, in più di un caso).Sbarcati non da un “altrove” ma dal corpo stesso del Paese così come si eramodellato e deformato negli anni Ottanta, sull'urto delle illusioni,dell'eversione delle regole, delle arroganze e dei rancori di quel decennio.All’indomani di quelle elezioni il leghista Speroni – di lì a poco ministro perle riforme istituzionali – proponeva di cambiare nome all’Italia (Unione italiana,suggeriva).

Mirko Tremaglia chiedeva la rottura del Trattato di Osimo ela revisione del nostro confine orientale (mentre infuriavano le guerre nellaex Jugoslavia), Gustavo Selva e Francesco Storace annunciavano epurazioni allaRai e altrove, Umberto Bossi dichiarava guerra «ai sieropositivi dellapartitocrazia», Giancarlo Fini proclamava Mussolini «il più grande statista delsecolo» e Irene Pivetti – presidente vandeana della Camera – aggiungeva che ilDuce aveva fatto delle «cose molto positive per le donne e per la famiglia»(checosa è, al confronto, l’abissale ignoranza sul fascismo della capogruppogrillina alla Camera?). Per non parlare della pretesa di Cesare Previti diinsediarsi al ministero della Giustizia o della vocazione proprietaria edestranea alla democrazia dell’uomo di Arcore. Non era infondato il pesantissimomonito che il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, doveva inviarea Berlusconi alla vigilia del suo primo governo (dopo avergli imposto lospostamento di Previti ad altro ministero): lo chiamava al rispetto dellaCostituzione e dell’Italia “una e indivisibile”, oltre che delle “alleanzeinternazionali” e della “politica di pace”. La rappresentanza del centrodestranon migliorò poi in corso d'opera, alimentata dalle convergenti coorti diindagati e di avvocati del premier, e puntellata da impresentabili transfughi.E oggi, pur travolto dai suoi crolli e fortemente ridimensionato, ilberluscoleghismo può condizionare ancora il futuro del Paese.

C’è quasi da rallegrarsi, insomma, per quel che si è vistoalla riapertura delle Camere, con l’inattesa e benefica luce di due presidentidi alto profilo (qualcuno ha stizzosamente parlato di “vittoria della nonpolitica”: come se i diritti umani e la giustizia non siano elementicostitutivi e fondanti della migliore politica). In realtà interrogarsi suicontorni e le origini di questa legislatura a rischio significa interrogarsianche su quel che la “seconda Repubblica” è stata. Cosa è maturato nel Paese inquesti anni? Solo miasmi, solo il dilagare di corruzioni e abusi quotidiani,ben al di là della politica, o anche ansie nuove di democrazia cui i partitinon hanno saputo rispondere? Quali deformazioni profonde si sono consolidatenel modo di essere degli italiani e hanno reso possibile a un centrodestra cosìindecente di sopravvivere, almeno in parte, a se stesso? In che misura lafondatissima protesta contro la politica esistente si è mescolata anche avecchi e nuovi umori dell’antipolitica? E perché questo è avvenuto? Non haforse precedenti la vicenda di un partito d’opposizione che perde milioni divoti nonostante il crollo ancor più drastico del partito di maggioranza. Sullosfondo vi sono le stesse ragioni per cui la stagione di Berlusconi è duratacosì a lungo: l’incapacità della sinistra di opporre allo sfasciarsi della“prima Repubblica” proposte convincenti e riformatrici di buona politica.

Difficile stupirsi se la protesta si è abbattuta sia sullavecchia maggioranza che sulla vecchia opposizione. Gridando «arrendetevi, sietecircondati» Grillo ha certo ripetuto lo slogan di un assedio al Parlamentocondotto vent'anni fa da un gruppo di giovani del Msi, guidati dal meno giovaneTeodoro Buontempo detto “er Pecora” (a quell’assalto partecipava anche FrancoFiorito, il futuro “Batman di Anagni”). Eppure le piazze “a cinque stelle” cheabbiamo visto – da quella di Mantova, tormentata dalla neve ma gremitissima, aquelle di Torino e Milano sino a San Giovanni a Roma – parlavano indubbiamentealtri linguaggi. Perlomeno: anche altri linguaggi. Non dimentichiamoci troppopresto di quelle piazze, erano al tempo stesso una sconfitta e una vittoriadella nostra democrazia. Una sconfitta di quel che essa è diventata, unacondanna senza appello della sua incapacità di rinnovarsi pur dopo il trauma diTangentopoli. Ma una vittoria, anche, per l'emergere di urgenze di rinnovamentoche non hanno potuto trovare altri sbocchi. Parlano da sole del resto le tappedella resistibile ascesa di Beppe Grillo, a partire dal 2007 del primo V-day:l’anno in cui affondano le speranze riposte nel secondo governo Prodi edemergono al tempo stesso gli umori che decretano lo straordinario successo diun libro-denuncia come La casta.Sinoal 2012, che vede declinare l’iniziale fiducia nel “governo dei tecnici”. Evede crescere la forbice fra i durissimi sacrifici imposti al Paese e iperduranti privilegi e sperperi di un sistema politico travolto dagli scandali.

Insomma, non vi è molto da stupirsi se una “seconda Repubblica”iniziata in quel modo, e con un centrosinistra incapace di rinnovarsi, è finitacosì. Un centrosinistra incapace di rinnovarsi: ancora una volta il vero nodo èquesto. Per colpa anche della sua lunga cecità la situazione appare oggi quasisenza uscita: per questo l’unica via possibile è la radicalità della propostada avanzare. Una radicalità senza precedenti, nei contenuti programmatici enell’alto e nuovo profilo del governo che dovrebbe realizzarli: sapendo beneche la partita sarebbe ora ben diversa se questi elementi fossero statipresenti e centrali nella campagna elettorale, come moltissimi avevano chiestoanche su queste pagine. Una radicalità, infine, nella rifondazione del Pd. Unarifondazione che certo non potrà partire dal vecchio apparato o da ricambiinterni ad esso e alle sue logiche: anzi, il suo abbraccio rischia di esserefatale per chiunque. Successe così, al di là di personali limiti ed errori,anche al “nuovo corso” del 1989 di Achille Occhetto: sostanzialmente gestitocon gli apparati e con i metodi tradizionali, e per ciò stesso svuotato dellesue potenzialità. Un'altra lezione di cui tenere conto.
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