Dopo lo tsunami, chi vuole il paesaggio?
Maria Pia Guermandi
Come i ciechi del quadro di Bruegel che se ne vanno ignari verso il baratro, i nostri politici locali (e non solo), di ogni colore, hanno pervicacemente sostenuto un consolidato modello di sviluppo


Uno dei miei post precedenti aveva il titolo “Di chi è il paesaggio?” e argomentava la necessità che su di un ambito così sensibile come il nostro paesaggio, lo spazio del nostro vivere, il “giudice di Berlino”, quello chiamato alle decisioni di ultima istanza a tutela degli interessi comuni, fosse dotato di caratteristiche di competenza e indipendenza. Nell’attuale quadro istituzionale e legislativo, quella figura di decisore ultimo, pur con molte difficoltà e criticità, è incarnata dal Soprintendente, le cui prerogative sono però spesso, e sempre più frequentemente, messe in discussione, in particolare da politici e amministratori locali.
In nome delle esigenze dello sviluppo – leggi costruzioni e infrastrutture – unico rimedio possibile ad una crisi sempre peggiore.

Come i ciechi del quadro di Bruegel che se ne vanno ignari verso il baratro, i nostri politici locali (e non solo), di ogni colore, hanno pervicacemente sostenuto questa visione, indifferenti ai segnali che da quello stesso territorio raccontavano di una montante ribellione nei confronti di politiche speculative che, senza alleviare la recessione, hanno abbassato, in molte aree pesantemente, qualità urbana e della vita in genere.

Indifferenza di cui i programmi elettorali sono stati specchio immediato nell’assenza programmatica di politiche di governo del territorio articolate che superassero le retoriche posticce di una generica riduzione del consumo di suolo o del risparmio energetico. Quella spruzzata di green economy vissuta come obbligatoria strizzatina d’occhio all’elettorato “ggiovane” o “alternativo”.

Neppure nel programma del Movimento 5 stelle questi temi sono presenti. Ma non sono certo in contraddizione con ciò che c’è, a partire dalle proposte sulla mobilità, sull’energia e, in particolare, sulla necessità di un ripensamento radicale delle grandi opere (per non parlare di altri temi, come quello dell’informazione, condivisibili al 99%).

In questo contesto politico, il territorio italiano sembra ancora res nullius, il che significa che rimane abbandonato al diritto del più forte in termini economici.

A chi, se ancora esiste, si candida ad interpretare il ruolo di partito di sinistra, che si ponga quale obiettivo primario la difesa del bene comune, indicherei come spazi di manovra privilegiati quelli di una politica del territorio orientata su due – tre principi rigidi: tutela integrale del paesaggio, stop (non riduzione) al consumo di suolo rurale e costiero, riqualificazione edilizia delle città, riduzione drastica del rischio idrogeologico.
Su questi temi, la sinistra riuscì, molti anni fa, a diventare un modello per le politiche orientate al bene comune. E costruì il proprio successo nelle regioni rosse, Emilia Romagna in testa.

Opinione pubblicata anche su Unità on line 4/3/2013
p.s. Nelle elezioni della scorsa settimana la coalizione di centro sinistra, in Emilia Romagna, ha perso il 10% rispetto alle precedenti elezioni politiche e circa il 18% rispetto al 2001.
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