Città della Scienza: da emblema del rinascimento a feudo dei partiti
Vezio De Lucia
La ricostruzione della Città della Scienza, distrutta da un gesto criminoso,  può essere occasione per realizzare finalmente uno dei migliori progetti del "Rinascimento napolitano": è la speranza non solo dell'assessore alla vivibilità della prima giunta Bassolino, ma di chiunque abbia seguito le vicende di quella felice stagione

 Bagnoli è stato il punto d’avvio del cosiddetto rinascimento napoletano. Quando si insediò la prima amministrazione Bassolino era stato appena spento l'ultimo altoforno. In un incontro a Palazzo Chigi mi chiesero di sottoscrivere un’intesa fra governo, regione, Iri per affidare all’Italstat un progetto di “valorizzazione” dell’area. Rifiutai, spiegando che il futuro dell’ex Italsider doveva deciderlo il consiglio comunale di Napoli. Fu questa l’origine dei nuovi indirizzi urbanistici e poi della variante di Bagnoli che prevedeva, tra l’altro, un parco di centoventi ettari e il recupero della spiaggia di Coroglio. La filosofia era di sfruttare l’occasione fornita dalla dismissione dell’acciaieria per risarcire la città di tutto ciò di cui era stata privata a causa del mostruoso sviluppo del dopoguerra, tutto asfalto e cemento, senza un metro quadrato di verde. A Napoli, l’impatto dell’Italsider era lo stesso dell’Ilva su Taranto: un inferno. Volevamo trasformalo in un paradiso, restituendo alla città spazio aperto, ossigeno, il libero godimento di uno dei luoghi – senza retorica – più belli del mondo.

Fu molto faticoso far passare la nostra proposta. L'idea prevalente era che Bagnoli industria era e industria dovesse essere, anche se non più inquinante. Durante un convegno Bertinotti mi additò: “Compagno De Lucia, il bello non ci salverà”. Fu decisiva per far partire il progetto la credibilità di Antonio Bassolino. Ingraiano operaista, andò a parlare sulla spiaggia di Bagnoli ai cassintegrati Italsider, l'aristocrazia operaia napoletana a cui era devoto, e disse: “Lo spazio che sta alle vostre spalle sarà il parco pubblico più grande di Napoli”. Arrivò un'ovazione, mentre un sindacalista sconcertato commentò: “Vuole trasformare i metalmeccanici in boscaioli”.

Ma a Napoli il parco di Bagnoli continua a essere considerato un lusso che la città non può permettersi (quando Ferrara, con poco più di un decimo degli abitanti gestisce la cosiddetta addizione verde di mille duecento ettari). Detto questo mi pare importante chiarire che a Bagnoli – a differenza di altre grandi operazioni di trasformazione di aree ex industriali, come quelle, per esempio, dell’ex Falck di Sesto San Giovanni – non ci sono scandali. L’unico grande scandalo è l’immane ritardo rispetto ai tempi originariamente previsti. Un ritardo ingiustificabile, derivante dal fatto che la società di trasformazione urbana, istituita per rendere rapida ed efficiente l'attuazione del progetto, superando le difficoltà tradizionali della pubblica amministrazione, si è trasformata invece in un feudo autoreferenziale, una sinecura lottizzata dai partiti, dominata da una logica di piccolo cabotaggio. Come se bastasse la gestione pubblica a garantire buoni risultati. La gestione pubblica di Bagnoli è inadeguata e ha finito per scoraggiare l’intervento degli operatori privati.

La paralisi non è però irreversibile. Nulla è perduto: il progetto è ancora valido, a condizione che si sviluppi una coraggiosa ripresa dell’iniziativa istituzionale. Mi riferisco in primo luogo al sindaco e al comune. E mi piace sperare che proprio dalla tragedia della Città della Scienza, che è stata la prima e unica realizzazione del progetto Bagnoli, si tragga la forza per ricominciare. Contando anche sulla vasta e commovente solidarietà manifestata in questa circostanza dalla comunità nazionale. La Città della scienza bisogna ricostruirla, come e meglio di prima, allontanandola dalla spiaggia che il piano regolatore destina alla balneazione. A Bagnoli non mancano certo le aree adatte.
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