La Toscana si dà i criteri per l'istallazione del fotovoltaico a terra. Forse.
Mauro Chessa
Una valutazione attenta, perciò critica,  del documento regionale dell’11 febbraio scorso: positivi le intenzioni e i contenuti, ma debole l’efficacia normativa . 


Il fotovoltaico è in continua espansione, nel 2012 la Toscana ha visto 7.381 nuovi impianti, in gran parte piccoli e medi (3 - 20 kw), ma l'interesse per i grandi non va trascurato.  Necessario, non proprio tempestivo, quindi l'intervento del Consiglio della Regione Toscana, che ha emanato «Criteri e modalità di installazione degli impianti fotovoltaici a terra ed impianti fotovoltaici posti su frangisole», per gli impianti di potenza superiore a 20 kW e tutti quelli posti nelle aree sottoposte a tutela dei beni culturali e/o paesaggistici.

Le criticità degli impianti a carattere industriale sono evidenti, parti del territorio nazionale soffrono coperture impattanti, che invadono anche zone di notevole pregio agronomico. La Coldiretti stima che in Italia il fotovoltaico a terra copra 3.316 ettari, poco meno della metà in Puglia (1.480), ma superfici ragguardevoli si trovano nel Lazio (380) e in Emilia Romagna (340). La situazione toscana non è tra le peggiori ma non mancano situazioni eclatanti come a Roffia, San Miniato, con 60 ettari concentrati nel 3% del territorio comunale, e progetti devastanti come quello per 97 ettari tra Roccastrada e Civitella Marittima, su un'area di evidente pregio. Ci ha evitato il peggio forse una più diffusa sensibilità per il paesaggio, dato che l'intervento normativo è stato tardivo: CIA e Coldiretti chiedevano con forza l'intervento della Regione per salvaguardare i terreni agricoli, intervento che si è concretizzato solo nel marzo 2011. Determinante, nel limitare fortemente la diffusione, è stata l'abolizione degli incentivi per il fotovoltaico a terra in aree agricole da parte del Governo Monti. Questo è il più efficacie indicatore di quanto sia sconsiderata la conversione alla produzione energetica dei terreni agrari, se valutata con un'ottica diversa dalla speculazione corto-termista.

La neonata delibera toscana è frutto di oltre un anno di consultazioni ed è l'ultimo elemento di una sequenza un po' farraginosa (originata con le leggi regionali del 2005, n. 39 e n. 1 'Legge Urbanistica'), entrata nello specifico del fotovoltaico con la L.R. n. 11 del 2011 (prima individuazione delle aree non idonee all'installazione del fotovoltaico a terra, meglio specificate con la delibera n. 68 del 2011) modificata con due successive leggi nel 2011 e nel 2012. Questo ultimo atto copre i temi riguardanti l'inserimento degli impianti sul territorio, con riferimento agli aspetti idrogeologici, bio-ambientali, agronomici e paesaggistici, favorisce l'innovazione sia per l'inserimento paesaggistico sia per l'efficienza, il riutilizzo di aree degradate e il minor consumo di territorio.

È certamente un buon documento, puntiglioso in alcune parti. Proprio questo dettaglio giustifica un dubbio: se - come è evidente - risulta necessario normare ciò che dovrebbe essere il portato di una governance cosciente è sufficiente un atto che normativo non è? Il corpus è infatti costituito da un allegato alla delibera, un feuilleton che ha una cogenza assai dubbia. La nota diramata dalla Regione informa che «secondo l'assessore al governo del territorio, queste indicazioni nel loro insieme forniscono una sorta di “vademecum” sia per i progettisti che per i funzionari pubblici chiamati a valutare i progetti». L'ombra del Titolo V della Costituzione forse porta che la Regione emani indirizzi e le amministrazioni locali traducano in atti, ma questo avverrà, o accadrà come per gli entusiasmanti ma esanimi enunciati della L.R. n. 1/2005 sullo sviluppo sostenibile, la tutela delle risorse essenziali e la partecipazione ?

Inoltre questo “vademecum” si pone nell'asfittico contenitore del Piano Ambientale ed Energetico Regionale. Anche questo denso di aspirazioni, ma vetusto; per esempio, nella fattispecie, si rileva che le esperienze più avanzate mostrano come le energie da fonti rinnovabili – in particolare se prodotte da impianti piccoli e medi – sono davvero utili se integrate in una rete di distribuzione intelligente (smart grids). Per questa nel Piano vi sono solo accenni e non una convinta e vincolante opzione. Non è poi il caso di entrare nel merito dei piani energetici provinciali (quando ci sono), inadeguati, intrisi di una energetica novecentesca, a copertura di richieste non più prevedibili per la riduzione dei consumi che sarebbe opportuno considerare irreversibile, sia per la mutata struttura economica e sociale sia per la indisponibilità delle risorse a livello locale e globale.

Il Decreto regionale (il suo allegato) è certamente apprezzabile nei contenuti, ma è affidato ad un contesto culturale e burocratico che ne rende dubbia l'efficacia: è concreto il rischio che veda un recepimento variegato, con un arco che va dal funzionario borbonico che ne farà un supplizio da aggiungere alla pesante burocrazia prevista dai registri GSE - forche caudine per gran parte degli impianti fotovoltaici a terra – e quello che lo potrà considerare un trascurabile ammenicolo normativo.
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