La giudice, l’Ilva e l’impossibile scelta
Adriano Sofri
Chissà se dalla tragedia di Taranto su riuscirà almeno a comprendere che lo “sviluppo” e la “crescita” l’ideologia e la prassi del modello economico-sociale vigente, sono mortiferi, e che il “miracolo” necessario oggi è mettere al centro delle decisioni il territorio nella completezza dei suoi aspetti. Le notizie del giorno  rivelano che sono ancora lontani da questa consapevolezza quanti si agitano sul palcoscenico elettorale, cioè i futuri decisori. La Repubblica, 19 gennaio 2013 


LO STILLICIDIO dei giorni del-l’Ilva ha un calendario di attese e strappi. Benché la tensione sia altissima, non è ancora avvenuto il passaggio dalla mobilitazione delle minoranze attive in fabbrica e in città, all’irruzione dei senza parte, di chi si batterà per la sopravvivenza.

Materia per i sociologi dell’ordine pubblico. Di chi sente di avere arte e parte, colpisce l’adesione a un copione irrigidito, senza che si intravveda un gesto spiazzante, una mossa del cavallo. Vale per tutti, padroni e operai e cittadini e partiti e ogni quadrato della scacchiera.
Il caso più esemplare è quello della magistratura, e anzi della magistrata, cui compete l’ennesima risposta sul dissequestro del prodotto. Non è sola, e la Procura ha promosso i suoi pronunciamenti: ma è lei a decidere. E al di là delle competenze ci sono i simboli, e l’acciaio la fabbrica e i suoi addetti sono uomini – come quelli della Marina Militare, dai “petti più forti del ferro che cinge le nostre navi” – mentre la città stretta fra gli uni e gli altri è donna. È impossibile mettersi nei panni di una persona, donna e giudice, sulla quale le cose rotolando vogliono addossare la responsabilità di decidere con un sì o un no delle sorti dell’intera siderurgia italiana. La giudice Todisco rischia d’esser sequestrata anche lei da un ruolo proprio e da un’aspettativa altrui, posizione la meno invidiabile. Per decidere di dissequestrare dovrebbe smentire, oltre che se stessa, quello che le sembra l’essenza e la lettera della legge. Confermandosi, non fa che adeguarsi alla parte che le spetta, avvenga quel che avvenga. Perché sia lei a rompere il cerchio vizioso, non ci sarebbe forse che una sua volontaria uscita di scena: rifiuto una responsabilità smisurata e impropria, e però confermo la fedeltà alla legge, dunque dissequestro e un momento dopo lascio. (È il conflitto fra etica della responsabilità e della convinzione, attribuito a Weber, che avrebbe preferito metterle d’accordo). Dico per dire, e per ribadire che il vicolo cieco stringe tutti e ciascuno.

La sensazione è di assistere alla fine di un’epoca. L’epoca è quella dell’acciaio. Si immagina che sia uno spettacolo grandioso, la fine di un’epoca: non lo è, non qui, non ora. E ci si chiede se davvero sia così fatale. L’acciaio non ha fatto il suo tempo, benché si pensi di poterlo congedare con quel Novecento che non si rassegna a sloggiare, come un vecchio inquilino moroso e fastidioso. L’acciaio è indispensabile anche nel nuovo millennio, e l’industria anche. Non lo si può più produrre allo stesso modo e con gli stessi costi. Non al modo e coi costi dell’Ilva tarantina. Ma la partita dell’acciaio italiano, e con lei tanta parte dell’economia industriale, non è giocata attraverso scelte argomentate: se la distanza fra Taranto e i suoi utilizzatori, già forte all’origine, non sia troppo forte quando le materie prime arrivano da altri continenti. O se impianti vecchi nella concezione e nell’ubicazione non debbano lasciare il passo a lavorazioni più sofisticate e pulite, i forni elettrici, gli acciai speciali. Invece, si va per consunzione.

Forse la conclusione era già inscritta nell’esordio, e deve corrispondergli, capovolta: come in una creazione alla rovescia. Quando, nel 1960, lo spirito di una “programmazione democratica” ai primi passi si incarnò nel progetto di insediare a Taranto il Centro siderurgico, la parola magica era il Salto. “Tutte le zone sottosviluppate richiedono un vero e proprio salto”.E, si specificava – erano le migliori intelligenze progressiste a sostenerlo, quel progetto aveva le firme di Guiducci, Fuà, Astengo, Dragone, e poi Saraceno, Giolitti, Sylos-Labini… – il “salto” non può farsi condizionare dal contesto, “l’iniziativa Italsider deve determinare una rottura in questo ambiente stagnante”. Spiegando i criteri dell’ubicazione, Paolo Radogna scriveva che “il Mezzogiorno non è propriamente un territorio, un’area sperimentata da secoli nelle sue colture e risorse…; il Mezzogiorno è il contrario di tutto ciò”, e impiegava parole ingenuamente coloniali: “…terre in parte ancora vergini e remote”. Ci ripensavo ieri mentre un tassista mi portava alle porte sbarrate della fabbrica presidiata e occupata, e diceva: “Ma vogliono far morire questa città, dopo averla devastata? Taranto esiste da prima di Roma…”. Ritornello futile, aggiornato però dalle pagine sulle sorti progressive che l’Italsider annunciava mezzo secolo fa. Non si trova, in quei progetti dettagliati dei migliori ingegneri ed economisti e urbanisti, alcun cenno ai veleni che la grande fabbrica – per 6 mila operai allora, poi diventati 20 e 30 mila, oggi 12 mila – avrebbe seminato: non si sapeva, non ci se ne curava. La parola bonifica era citata solo per nominare i lavori preliminari all’insediamento della fabbrica, le masserie da estirpare, gli ulivi da sradicare – 20 mila, 40
mila… 
“Programmazione”, era la parola magica di allora: e non andrebbe forse recuperata, spogliata della magia e dell’ideologia che la facevano luccicare? Una Programmazione arrugginita, volta a fare un cammino all’indietro. Quello che vediamo giorno dietro giorno – i manifestanti alla Prefettura, operai dell’Ilva, delle ditte, camionisti, gli uni addosso agli altri, i blocchi alle porte e dentro la fabbrica colossale, gli annunci di chiusura – mostra come la gradualità negata alla partenza se ne vendichi, a mezzo secolo di distanza, con una gradualità negata e ingovernata all’arrivo. Il vicolo cieco di oggi è l’eco spenta dell’inno alla rottura, la dannazione alla chirurgia inscritta in quell’origine produttivista e “pesante”. Il decreto del governo finge una gradualità, la chiama “cronoprogramma” e finge anche che tre anni bastino: una de-programmazione nemmeno quinquennale, com’erano i Piani. Quando gli anni sono pochi in nome dell’urgenza, è perché la partita è destinata a chiudersi prima. Salvo che… Salvo che cosa? Che qualcuno, dal più basso al più alto, si mostri in grado di misurarsi con un caso decisivo e non ideologico di “decrescita”, di ripristino di dimensioni rispettose (si chiama tecnicamente “rispetto” la distanza che un’acciaieria deve tenere da una scuola elementare o da un gregge di pecore, e quella distanza è stata bruciata qui e altrove). Nessuna bonifica ripianterà quarantamila ulivi: ma intanto, su che cosa fare della fabbrica che chiude, le idee sono più opache ancora che sul come tenerla aperta. “Non c’è modo di tornare indietro perché il percorso è irreversibile”, scrivevano ancora quei programmatori, compiacendosi – generosamente, del resto – dei “tecnici venuti dal Settentrione”.
Ma se il “salto” non poteva avvenire, come loro spiegavano, che attraverso i poteri pubblici, anche il suo contrario ne ha bisogno. Gli ulivi e i greggi e la masserie erano ancora la natura, pur domestica, e natura non facit per saltus, in natura le cose non avvengono per salti. Reciprocamente, i salti non fanno per la natura. Tutto, di quell’epoca di dopoguerra, sapeva di arrembaggio: lo si chiamò infatti miracolo, il miracolo economico. La convalescenza dai miracoli è lunga e arrischiata.

Nell'occasione riproponiamo una riflessione di Michele Serra, che va al cuore del problema.
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