La Tanzania interviene decisamente ad arginare il “land grab”
Orton Kiishweko
Un piccolo progresso nella lotta contro l’accaparramento e sfruttamento di risorse agricole, ma leggendo le cifre non si possono evitare brividi. The Guardian, 21 dicembre 2012 (f.b.)

Titolo originale: Tanzania takes major step towards curbing land 'grabs  – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

A partire dal gennaio 2013 la Tanzania inizierà a porre un limite alle superfici di terreno che un singolo operatore privato, nazionale o internazionale, può “prendere in affitto” a usi agricoli. Una decisione che segue le critiche interne e non al fatto che degli investitori possano accaparrarsi grosse aree, spesso costringendo ad andarsene contadini e intere comunità. Il segretario permanente alla presidenza del consiglio Peniel Lyimo conferma la scelta del governo di fissare una quantità massima nel paese, dove prima non esisteva alcun limite.

“Per un grande operatore che volesse investire nella produzione di zucchero, il tetto è stato fissato a diecimila ettari, per il riso a cinquemila. Quello dello zucchero è molto più alto perché così si può produrre anche energia elettrica” spiega Lyimo, generata utilizzando la fibra delle canne da zucchero. Secondo documenti ufficiali che ci sono pervenuti tramite l’agenzia governativa Tanzania Investment Centre per la promozione degli investimenti,”Il tetto dei diecimila ettari per un singolo operatore vale per un periodo di sette anni”. Un intervento accolto con sollievo dai gruppi per il diritto alle terre., che avevano chiesto con insistenza al governo di arginare il fenomeno di “accaparramento” del terreni. Nel 2008 la Tanzania aveva varato il programma Kilimo Kwanza (Prima l’Agricoltura) proprio per favorire gli investimenti privati nel settore.

Dopo il vertice mondiale dell’economia a Dar es Salaam del 2010, è stato formato il consorzio misto per il Corridoio Agricolo della Tanzania Meridionale (Southern Agricultural Growth Corridor of Tanzania Sagcot), e il governo ha iniziato a invitare compagnie straniere a investire in colture come canna da zucchero, granturco, riso e manioca. Subito i rappresentanti della società civile fra cui l’organizzazione non governativa Land Rights Research and Resources Institute (LARRRI) e il centro studi indipendente americano Oakland Institute, hanno chiesto al governo di modificare le proprie politiche per gli investimenti limitando le superfici di terreno degli investitori stranieri. “Consegnare decine di migliaia di ettari a grandi investitori danneggia i piccoli contadini” spiega il direttore esecutivo LARRRI, Yefred Myenzi. Sinora, continua, il governo ha assegnato complessivamente 80.000 ettari. “Abbiamo più di mille casi documentati di conflitti fra questi investitori e i villaggi. In media, ci sono cinque casi di scontri sulle terre al giorno a livello nazionale, e di questi ben tre coinvolgono i grossi investitori” conclude Myenzi.

Nel nord della Tanzania, nel distretto di Loliondo ricco di fauna, sono state affittate ampie superfici a concessionari per attività di caccia, con la deportazione su larga scala delle popolazioni locali, anche se il governo lo nega. Una grande compagnia americana del settore energia, AgriSol Energy, è stata accusata di operazioni che comporterebbero lo spostamento di oltre 160.000 rifugiati nel paese dal Burundi, secondo un rapporto dell’Oakland Institute. Nel rapporto si afferma che l’AgriSol forza i rifugiati, contadini di sussistenza, ad andarsene, occupando 800.000 ettari e pagando al governo della Tanzania 50 centesimi l’ettaro. Myenzi calcola che sulle 1.825 dispute su terreni riportate nel 2011, ben 1.095 riguardano grossi investitori. “Il fenomeno è insostenibile. Ci vogliono interventi immediati. Il governo ha scelto di operare per superfici di grandi dimensioni, ma deve esserci anche un programma di convivenza coi coltivatori più piccoli, che rappresentano la maggioranza”.

Secondo il ministro per l’agricoltura, a livello nazionale il 90% dei prodotti alimentari proviene da questi piccoli coltivatori. Su una superficie complessiva della Tanzania di 94,5 milioni di ettari, meno della metà (44 milioni) è arabile. Secondo il Censimento agricolo a campione del 2002-03, di questi solo 9,1 milioni sono coltivati. “In pochissimi hanno a disposizione enormi risorse di terreni [in Tanzania]. Accade che chi ne ha la possibilità, dentro e fuori il paese, si stiano impegnando in una vera e propria corsa all’accaparramento” continua Myenzi. Damian Gabagambi, economista agricolo alla Sokoine University of Agriculture, il principale istituto di settore in Tanzania, spiega che dai grandi investitori ci si aspetta l’introduzione di tecnologie, e la costruzione di un mercato anche per i piccolo operatori. “Però mentre si sostengono questi grandi investitori agricoli la Tanzania deve anche contenere la dimensione delle superfici che possono controllare, così che continui il ruolo dei piccoli contadini che sono molto importanti per la sicurezza alimentare del paese”.

La Tanzania ha una popolazione calcolata in 42 milioni di persone, con 12.000 villaggi, ma solo lo 0,02% dei cittadini è in possesso di titoli di proprietà tradizionale. Harold Sungusia del Legal and Human Rights Centre ci spiega che il governo per gestire i conflitti sul territorio coi grandi investitori dovrebbe garantire un giusto equilibrio con gli interessi delle popolazioni. C’è stato un brusco cambiamento di politiche, dalla tutela attraverso leggi, investimenti, enti, della maggioranza di coltivatori diretti negli anni ’70 e ‘80, a promuovere il controllo di superfici sottratte alle comunità da parte di pochi gruppi nazionali e stranieri. “In Tanzania dal 2001 a oggi sono state cambiate otto volte le leggi sul suolo: a favore di chi?”. Ma Aloyce Masanja direttore generale della Rufiji Basin Development Authority, ente governativo che gestisce i 183.000 chilometri quadrati del bacino idrografico, continua ad assegnare diritti di uso delle acque sia a grandi che piccoli operatori, mediando in casi di conflitto, e spiega sino a che punto il governo dipenda dai privati per far funzionare il sistema del corridoio agricolo Sagcot. “Le superfici sono assegnate dopo attenta valutazione. Il privato è molto più produttivo, e ci sono collegamenti importanti con altri settori dell’economia esterni all’agricoltura”.

Sul langrabbing, una delle facce più inquietanti del consumo di suolo, vedi anche, su archivio.eddyburg.it, l'articolo dalla newsletter di  greenreport,  Tra il 2000 e il 2010 svenduta un'area pari a 20 volte l'Italia e l'introduzione  all'incontro di Dobbiaco 2012
Su Mall anche un articolo di Fabrizio Bottini dedicato al Rapporto Oxfam
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