Il mio io anarchico, e quello borghese
George Monbiot
In una piccola memoria personale natalizia, contraddizioni e riflessioni di tanti intellettuali più o meno scaraventati sul territorio. The Guardian, 26 dicembre 2012 (f.b.)

Titolo originale: The day my inner anarchist lost out to the bourgeois me – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Era più o meno quest’epoca dell’anno, ghiaccio sulle strade. La bicicletta mi è scivolata e sono finito sull’asfalto. In un primo momento mi pareva di esserne uscito tutto intero, ma una volta alzato zoppicavo forte sul piede sinistro, non reggeva il mio peso. Ho chiamato un taxi. Al pronto soccorso, quasi deserto. Era pomeriggio, quindi ancora troppo presto per vedere arrivare gli ubriachi persi, o le vittime delle botte di stagione, quando si passa di colpo dalla pace in terra per tutti al piantala di guardarmi così. Mi sono trascinato fino all’accettazione, e dopo essermi registrato ho saltellato fino alla sala di attesa. C’era solo un’altra persona. Neanche una rivista leggibile, così mi sono seduto giusto a un paio di sedie di distanza, sperando di fare quattro chiacchiere. Aveva la testa rapata quasi a zero, collo e nocche tatuate, mani e faccia sporche. Aveva addosso una giacca a coste identica a quella che avevo io tempo fa e poi avevo perso. Questa era tutta unta e macchiata, bucata da bruciature di sigaretta.

"Perché stai qui?", Gli ho chiesto.
Lui ha sollevato un dito, infetto, giallo e nero, l’unghia staccata.
“Accidenti. Com’è successo?”
“Uno stronzo ci ha sbattuto contro la portiera”
“Come mai?”
“Perché è solo uno stronzo”
“Ma cosa stavate facendo?”
“Niente. Gli stronzi ci stavano sgombrando”.
“Oh. Dove stavi?”
“In una vecchia ambulanza”.
“E adesso?”

Mi ha guardato e poi si è girato dall’altra parte senza rispondere. Ero andato oltre il limite. I nomadi, l’avevo scoperto scrivendo delle angherie che subivano, spesso – e per ottimi motivi – diffidavano a raccontare troppo dei fatti propri. Siamo restati seduti in silenzio per un po’, fin quando non mi ha di colpo chiesto se avevo una banconota da dieci. Adesso toccava a me fare il diffidente.
Ma mi ha detto “Non la voglio, è solo per farti vedere una cosa”. Glie l’ho passata.
“Vuoi vedere il culo della regina?”
L’ha ripiegata con le due dita sporche a metà sulla faccia, fin quando la piega tra il collo e il naso assomigliava vagamente a un sedere nudo. Ha ridacchiato mostrando i denti neri, e mi ha restituito il dieci. Siamo tornati in silenzio.

Frugando alla ricerca di qualche altro argomento di conversazione mi è venuto in mente
“Hai dei cani?”
E tutto è cambiato.
Si è girato verso di me, tutto allegro. “Come no, due. Un maschio e una femmina”.
“E di che tipo?"
”Stafford”.
“Belli, mi piacciono gli Staffordshire”.
“Questi devi vederli, pare che capiscano anche tutto quello che pensi. Se sai cosa intendo”.
“Certo che lo so. Di che colore sono?”
“Pezzati, li ho sempre avuti così”.

È allora che mi è tornato in mente, di colpo. Sono restato lì a bocca aperta, quasi senza fiato e cercando di non darlo a vedere. L’ho riguardato bene. Erano passati, più o meno, cinque anni, si era appesantito ed era un po’ più paonazzo, ma senza dubbio era uno di quelli là. Guardando meglio, era il fratello maggiore, quello più tosto.
Avevamo occupato un prato a St George's Hill in Surrey, a un centinaio di chilometri da dove stavamo seduti adesso. Là nel 1649 c’era stato il campo dei Diggers quando rivendicavano un “tesoro comune aperto a tutti”. Il nostro obiettivo era rilanciare il dibattito sull’uso del territorio. Andava tutto molto bene – avevamo trattato con la polizia, cresceva l’interesse del pubblico per il tema – quando arrivarono in un vecchio furgone quei due tizi coi bull terrier pezzati dello Staffordshire.

Accettavamo chiunque al campo, e trattandosi di nomadi, una delle categorie più colpite proprio dalle politiche di uso e privatizzazione dello spazio nel nostro paese, ci facemmo in quattro per sistemarli. Probabilmente si erano convinti di aver trovato una specie di paradiso. Ma arraffarono la prima cosa che gli capitò a tiro. Il giornalista di una radio aveva lasciato delle attrezzature nell’auto a noleggio. Gli spaccarono il finestrino. Qualcuno li aveva visti portarsi via la roba nascosta in un sacco a pelo fino al furgone. Ci fu un confronto, accorati tentativi di ragionare da un lato, bellicosa reazione dall’altro, e alla fine restituzione del maltolto. Incitavano i cani a ringhiarci addosso, giravano di notte coi loro Staffordshire al guinzaglio in una mano, e nell’altra una lattina di birra forte, gridando “fottuti hippies vi bruciamo nelle tende”. Non sapevamo proprio come rapportarci con loro, almeno senza offendere il nostro senso di giustizia progressista. Lo capivano benissimo, e sfruttavano spietatamente la situazione. Alla fine il problema ce lo risolse la polizia.

Perché molte auto parcheggiate vicino a un campo di giostre erano state derubate, i finestrini spaccati, e qualcuno poi aveva seguito quel furgone fino a noi. Mentre li portavano via, il mio spirito anarchico si scontrava col mio istinto borghese, che aveva il sopravvento.
Mi tornavano in mente tutte queste cose ora, mentre lui continuava a chiacchierare senza accorgersi di nulla. Alla fine sono riuscito almeno a fingere di ascoltarlo, nelle sue storie di cucciolate che sperava di avere. Poi mi sono accorto di un’altra cosa: quella giacca era proprio la mia.
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