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Fabrizio Bottini
Mario Ciaccia si occupa di territorio? È terribile!
24 Novembre 2012
Scritti ricevuti
A giudicare da quello che hanno scritto i giornali, anche il più vasto programma di progettazione e realizzazione di parti di città nel nostro paese, l'INA-Casa, si ridurrebbe a questione contabile

Sentir parlare di Piano Fanfani, ai più, evoca una cosa grossa, anzi da un certo punto di vista la più grossa di tutte se si parla di città moderne italiane, quella che le ha rese direttamente o indirettamente quel che sono oggi. Che a partire da una intuizione socioeconomica giovanile, sviluppata teoricamente per quasi vent’anni, l’allora ministro del Lavoro seppe a modo suo trasformare in un coinvolgimento collettivo di impressionante efficacia, sul versante del consenso (elettorale e non), dello stimolo a studi e riflessioni, di modernizzazione nazionale nel senso migliore della parola. Ben oltre le intenzioni e la consapevolezza del ministro naturalmente, ma i ministri del giorno d’oggi che evocano quel programma per l’occupazione e lo sviluppo costruendo quartieri urbani potrebbero almeno evitare di semplificare oltre il dovuto la faccenda. In fondo non ci vuole tanto, avendo a disposizione ottimi uffici stampa in grado di elaborare eleganti comunicati ricchi di particolari e articolazioni tali da accontentare tutti.

Invece anche qui pare imperversare l’arroganza contabile che è il marchio di fabbrica dell’azione sedicente tecnica, in realtà roboticamente politica, dell’attuale governo non eletto. Lo si capisce leggendo la brevissima cronaca dell’incontro coi costruttori alla Triennale (la riporto di seguito) che ci dà l’interessato Sole 24 Ore. La città e il territorio, secondo questo approccio, sono contenitori di quattrini e si pensano e valutano in quanto tali: più ne producono, fanno circolare eccetera, meglio è, il resto conta quanto il due di picche. Ho già provato a commentare altrove in senso ampio questo atteggiamento, ma la specifica domanda che pongo qui è: possibile che la cultura delle città complessivamente intesa non insorga, almeno a parole, per classificare come meritano queste sciocchezze da ragioniere?

È pur vero che senza gli investimenti, gli strumenti per gestirli, non si muove nulla, ma qualunque movimento si intende di qualcosa in una certa direzione, e dunque: cosa vogliamo muovere e verso dove? Boh! Un po’ come con la TAV, l’importante sono i cantieri, i bilanci, i conti, il resto si vedrà. A cavallo fra gli anni ’50 e tutti i ’70, accanto e a volte oltre queste faccende contabili, il piano per il lavoro e la casa di Fanfani si è invece sostanziato in un vasto movimento di studiosi, progettisti, gruppi sociali e culturali, che ha cambiato l’idea di città e quartiere nel nostro paese. Al centro architetti e urbanisti, che ne hanno riempito i vuoti e aggiustato gli obiettivi col migliore portato della cultura internazionale, anche a costo di certe innovazioni un po’ ridicole che parevano atterrate direttamente da Marte. Come certi villini in stile britannico adatti alla famiglia ex contadina italiana quanto la guida a destra, o le planimetrie razionaliste stranianti a cui ci siamo abituati con tanta fatica, noi che non le consideravamo da un tavolo da disegno.

Generazioni di comitati cresciuti plasmando una nuova idea di comunità e magari di conflitto dentro i “centri sociali” a metà della famosa “piastra dei servizi” affacciata sullo stradone detto con iniziatica metafora scacchistica “asse di arroccamento” perché non portava da nessuna parte se non alla scuola, dove le auto, per chi le aveva, invertivano la rotta. Tutte cose quasi inedite, nelle nostre città ancora fatte quasi solo di centro storico, quartiere ottocentesco verso la stazione, e qualche intimidente palazzo pubblico di epoca fascista. Ben oltre le note piastrelline colorate col “logo” INA-Casa sulle facciate, questi quartieri hanno insomma marchiato e condizionato una lunga epoca, catalizzatori di sviluppo che non si calcola certo con gli investimenti e i loro meccanismi. E neppure si riduce (qui Ciaccia è forse consapevolmente fazioso) a un meccanismo di finanziamento pubblico del mercato privato attraverso il riscatto: buona parte delle realizzazioni era pensata per il godimento in affitto, grazie all’opposizione di sinistra, e il tipo di quartieri ne ha risentito. Ma, senza farla troppo lunga: nessuno ha qualcosa da dire? Tutti tengono famiglia e non si vogliono sbilanciare? La vera qualità, la marcia in più per cui il piano INA-Casa ancora oggi è circondato da una specie di alone leggendario, non sono certo le improbabili villette da suburbio londinese ricopiate da qualche manuale internazionale. E neppure il grande coinvolgimento del professionismo nazionale, che insieme agli altri settori del mondo del lavoro contribuì in modo determinante alla riuscita. È stata invece la capacità di entrare in risonanza con lo spirito diffuso, e di superare così gli steccati di settore, corporazione, interesse. Tutto quanto manca, al 100% all’approccio contabile di Ciaccia e della maggior parte dei suoi colleghi tecnocrati.

Giorgio Santilli, Ciaccia lancia il nuovo «piano Fanfani» per la casa, Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2012 (per un impietoso confronto sul respiro sociale, economico, politico, chi non l'ha ancora fatto si legga l'idea di "new deal territoriale" di Luciano Gallino)

Ciaccia lancia il nuovo "piano Fanfani" per la casa con Cdp, banche, fondazioni e costruttori.
Serve un vero e proprio piano casa
Il viceministro alle Infrastrutture, Mario Ciaccia, rompe gli indugi e dice quello che nessuno nel Governo aveva ancora detto: i progetti di housing sociale, per quanto importanti e innovativi, non bastano e serve invece un vero e proprio "piano casa" sul modello, adattato ai tempi, del "piano Fanfani" della fine degli anni 50. Ciaccia lo ha detto intervenendo stamattina alla Triennale, al convegno Ance «Cosa succede in città».

Ciaccia: e non basterà
A dire la verità, Ciaccia ha ammesso che non basterà neanche il piano città, con i 420 progetti presentati per un importo di quasi 12 miliardi, a soddisfare il fabbisogno abitativo e di infrastrutture metropolitane. «Il piano Fanfani - dice Ciaccia - prevedeva in origine il patto di futura vendita, trasformato successivamente in piano di riscatto, con ipoteca sull'immobile da estinguere all'avvenuto pagamento delle rate previste. Oggi - ha continuato Ciaccia - esistono tutti gli strumenti operativi per adattare con successo il Piano all'attuale quadro istituzionale: una grande alleanza, un grande patto tra cittadini, Cassa Depositi e Prestiti, sistema bancario, Fondazioni, Mondo delle costruzioni».

Cartelle fondiarie con la collaborazione di Cdp
L'ipotesi avanzata da Ciaccia prevede che «la Cassa Depositi e Prestiti e anche la Bei potrebbero acquistare i titoli emessi dalle banche per finanziare i mutui residenziali, con una forte riduzione del costo della raccolta. In altri termini: cartelle fondiarie con la collaborazione di Cdp e, meglio ancora, cartolarizzazione di mutui già in corso concessi dalle banche. Tra gli strumenti operativi, inoltre, gli ex Iacp potrebbero essere i gestori del patrimonio realizzato per il periodo di locazione previsto».

Allentare i vincoli del patto di stabilità
C'è un solo problema: per varare un piano casa, o anche qualunque altra ipotesi di politica abitativa, è necessario subito un allentamento dei vincoli del patto di stabilità sui comuni, con una deroga più ampia di quella che si sta immaginando di introdurre nella legge di stabilità (al Senato) per il piano contro il dissesto idrogeologico. Se il "piano Clini" si potrebbe applicare, infatti, solo ai comuni in ordine con i bilanci e con il patto di stabilità interno, per la casa andrebbe prevista una deroga anche per i comuni inadempienti. Ciaccia è pronto a battersi per questa nuova politica. Ma a Via Venti Settembre ci sentono da questo lato?

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