Cagliari: Ci sono otto ettari allettanti di vuoti urbani in centro
Giorgio Todde
Cagliari porta la sua croce edilizia anche sulla spalla sinistra e resta una città del cemento...
Cagliari porta la sua croce edilizia anche sulla spalla sinistra e resta una città del cemento nonostante le dichiarazioni di chi oggi la governa al grido di “neanche un mattone in più” e invece opera al contrario. Più di diecimila appartamenti vuoti, ma progetti di centinaia di nuove case, perfino di nuovi quartieri per esseri umani che non esistono e non esisteranno. Dire e fare si divaricano.

Cagliari ha già visto tristi progetti “di sinistra”. Il quartiere di Sant’Elia è stata una fallimentare esperienza “progressista”. Migliaia di persone allontanate dalla città che da più di mezzo secolo non è stata più voluta compatta, ma sparsa nel suo hinterland.

Una malattia dell’insediamento umano consistente nel disperdere la città in tanti nuclei difficili da collegare, che favoriscono l’esclusione di bambini, di anziani e di intere comunità, costringono all’uso dell’auto, dilapidano denaro, peggiorano la vita. Quasi mezzo milione di persone sparpagliate tra Cagliari e i paesi intorno. Il vuoto al centro e la periferia brulicante di uomini e automobili. Paesoni di una bruttezza irreversibile che hanno infestato campagne, uliveti, rive degli stagni. Questo è il Patto per l’area vasta, questa la “strategia”.

La malattia peggiora ogni giorno perché ciascuno dei comuni che compongono questa sbobba chiamata area metropolitana produce un proprio Piano Urbanistico Comunale. Ogni paese gioca a chi ha il PUC più grosso. E inventa una crescita demografica immaginaria con nuovi metri cubi per abitanti che non arriveranno mai. La colata di cemento è impressionante, basta un’occhiata lungo strade incivili come la 130 o la 554. Un orrore urbano. Ogni comune, in anarchia, immagina nuovi abitanti che però si ostinano a non venire al mondo. Cagliari e hinterland hanno il più basso tasso di fertilità del Paese, ma i Comuni affibbiano metri cubi ai mai nati.

Anche a Cagliari si intestardiscono, smentendo le promesse elettorali, a costruire case in aree distanti da tutto: il Fangario – approvato da destra, sinistra e centro – e Su Stangioni, lontani dalla città. Nuovi quartieri con tutto quello che ne consegue di male. Hanno inventato anche una formula per i più creduli: housing sociale. Ma non basta ripetere ossessivamente “housing sociale” per contrabbandare come edilizia agevolata nuovi quartieri al Fangario e a Su Stangioni. Il social housing, comunque lo si definisca, prevede case a prezzi d’affitto o d’acquisto bassi. Ma il presupposto deve consistere in un effettivo fabbisogno di nuove abitazioni che oggi non esiste.

E’ insensato attivare il censimento delle case vuote e progettare nuovi rioni fantasma. Così si distrugge per sempre il tessuto e il carattere della città. Un disastro abitativo.

Ma chi ci amministra non si distrae e pensa anche ai centri storici. Ci sono otto ettari allettanti di vuoti urbani in centro.

Non è progresso – ma solo una squallida idea di sviluppo – tappare i vuoti urbani del Centro Storico con mattoni e cemento, ignorando ogni principio di restauro e conservazione che da queste parti è considerato roba per signorine.

Perché fare case nuove se la popolazione diminuisce? Perché permettere che ogni Comune decida da sé il proprio PUC gonfiato mentre si celebra la firma di un cosiddetto “piano strategico” dei 16 Comuni dell’area vasta? E perché distruggere il Centro Storico di Cagliari con un piano particolareggiato di sterminio? L’abbiamo già vista questa strategia.

Ancora vincono – ecco la continuità – le esigenze finanziarie di pochi e non quelle reali della comunità. Come sarebbe bello – una svolta storica – se le promesse elettorali coincidessero con i fatti, se nella cosiddetta “area vasta” si individuassero i bisogni veri e non si presumesse di spostare la gente come sopramobili in base alle esigenze dei padri del mattone che decidono - chiunque la amministri - la forma invariabilmente brutta della città nuova.
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