Perché abbiamo parlato di "vergogna napoletana"
Edoardo Salzano
A proposito di un'iniziativa che temiamo rivelatrice, e che critichiamo per questioni non di gusto ma di sostanza
Spieghiamo che ci ha spinta a dare risalto al manifesto di giubilo con cui il comune di Napoli ha sottolineato i risultati della vendita del patrimonio abitativo pubblico. Non tanto il fatto che un comune “di sinistra” abbia deciso di alienare il patrimonio abitativo pubblico: l’ideologia della mercificazione d’ogni bene suscettibile di trasformarsi in moneta è diventata dominante in tutte istituzioni. Neppure perché, essendosi messo su quella strada, il comune si vanti dei risultarti raggiunti. Ciò che ci sconcerta è la palese contraddizione tra ciò che tra quel vistoso manifesto rappresenta ed esprime e il principio, più volte proclamato da esponenti di punta di quell’amministrazione, di voler assumere il concetto di “beni comuni” come asse della politica urbana: è del 18 aprile scorso l’approvazione del “Regolamento per il laboratorio Napoli per una costituente dei beni comuni”.

Conosciamo i motivi che hanno spinto la giunta De Magistris nella trappola fatale. Troverete la storia dei rapporti con l’immobiliarista Romeo in un articolo e due interviste che abbiamo ripreso dal manifesto e raccolto sotto il titolo Quel patto col diavolo che fa discutere Napoli. E’ noto a tutti che l’incarico alla società Romeo non è ascrivibile all’amministrazione De Magistris. Ma le sue conseguenze sono così devastanti che ci sembra incredibile che l’unica giustificazione del clamoroso cedimento sia quella di dichiararsi costretti al rispetto della continuità dell’azione amministrativa. Allora hanno ragione Monti e i suoi numerosi adepti, se anche quanti, “in linea di principio” lo contestano, ne condividono in pratica e ne applicano la logica? “Pacta sunt servanda a ogni costo? Con chiunque e da chiunque siano stati stipulati? Il “mercato”, ogni sua frazione quale che sia la sua limpidezza, deve sempre vincere?

Quando si agitano le bandiere di principi nuovi (come quello dei beni comuni) non si può contraddire così platealmente il messaggio di cui si vuole essere portatori. Non è certamente semplice trovare un rapporto giusto tra la radicalità della trasformazione che si invoca e la pesantezza della situazione reale (ne registriamo infiniti esempi in tutti gli episodi di conflitto che nascono dalla crisi del capitalismo. Forse per comprenderlo sarebbe utile studiare meglio, e riflettere con più attenzione, sul modo in cui come altri gruppi dirigenti, si comportarono per proporre la trasformazione dellla città e la società in una logica lontana sia dall’estremismo delle parole sia al cedimento all’ideologia corrente e alle conbseguenti pratiche.

E poiché parliamo di condizione urbana, ricordiamo della fatica e dell’impegno culturale, politico, sociale che fu necessario per tradurre la rivendicazione del “diritto alla “città” e della “casa coime servizio sociale” in un processo di riforma (di riforma strutturali) che fu arrestato solo da ll’azione congiunta delle bombe della destra neofascista, la complicità dei poteri annidati nello stato – e il tradimento di componenti di rilievo della cultura, in un clima mondiale non più condizionato dal compromesso tra capitalismo fordista e classe operaia ma dal nascente neoliberalismo. Sul perché quel processo si sia interrotto, e sulle ragioni che lo resero possibile, sui suoi lasciti, sarebbe utile ragionare oggi, se ad analoghe aspirazioni ci si propone di dare risposte positive, finslizzate al superamento radicale delle condizioni date e non al loro condimento con espressioni alla moda
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