Sull’Appia e a Pechino
Maria Pia Guermandi
Venerdì scorso, 6 luglio, due eventi, fra gli altri...
Venerdì scorso, 6 luglio, due eventi, fra gli altri, hanno coinvolto il mondo dei beni culturali italiano e il suo Ministero, fautore di entrambi e rappresentato, in uno di questi, ai più alti livelli.
Ebbene, per uno strano caso del destino, essi rappresentano i perfetti antipodi di come possa essere gestito il nostro patrimonio culturale.

Così, mentre a Pechino si inaugurava, in pompa magna e con un’affollata delegazione italiana degno revival della famosa missione cinese di Craxi, una mostra simbolo del degrado scientifico cui sono giunti ormai alcuni dei nostri principali Poli museali, sull’Appia Antica prendeva avvio, fra una folla di cittadini entusiasti, un festival di tre giorni che ha costituito uno dei migliori esempi di valorizzazione del nostro patrimonio che sia stato dato vedere da molti anni a questa parte.
Sull’indecorosa iniziativa pechinese con la quale si è toccata l’ennesima punta al ribasso nella prostituzione dei nostri capolavori rinascimentali, è già stato detto con grande efficacia (v. Montanari, Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2012). Anche se su questo episodio occorrerà ritornare, perchè non paghi della risibilità culturale cui hanno abbassato istituzioni gloriose, i responsabili di quest’impresa l’hanno giustificata facendo ricorso ad un “innovativo” concetto di tutela. Così la nuova vision cui sarà ispirata la politica culturale di questo governo è stata così condensata in un’inaudita dichiarazione dal ministro Ornaghi: “bisogna lanciare operazioni di questo genere, anche correndo qualche rischio” (Corriere della Sera, 7 luglio 2012). Il rischio, ovviamente, è per le opere d’arte, prelevate a casaccio dalle abituali sedi museali e deportate a migliaia di chilometri di distanza, non per illustrare, secondo un progetto culturale, un tema, un evento, un’idea, ma semplicemente per fungere da cornice di lusso ad eventuali accordi economici con i nuovi padroni del mondo.

Lontano non solo molte migliaia di chilometri, ma anni luce in termini di civiltà e intelligenza operativa, nelle stesse ore, il meraviglioso basolato lucidato dai secoli della regina viarum era percorso da una folla via via crescente di cittadini romani e turisti, che partecipavano agli eventi del festival “Dal tramonto all’Appia”, una serie di iniziative che si sono succedute per tre giorni, dal 6 all’8 luglio, lungo la via Appia e alcuni dei suoi monumenti.
Evento cardine è stata la riapertura dopo tempo immemorabile (è stato detto 500 anni) della chiesetta gotica di San Nicola, piccolo edificio compreso un tempo all’interno del castrum Caetani, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella. Ora, restaurata con intelligente sobrietà e illuminata splendidamente torna ad essere visitabile, bene pubblico restituito alla collettività, a poche decine di metri da quella proprietà privata che si è impossessata di buona parte del castrum e contro i cui abusi aveva lottato invano anche lo stesso Antonio Cederna (era il 1993).

Già, gli abusi: una piaga che, come dimostra un recentissimo studio curato da Vezio De Lucia, è persino aumentata di intensità (300.000 mc negli ultimi dieci anni), rispetto ai tempi in cui Cederna cominciò a denunciarla (era il 1953), continuando la sua opera di difensore dell’Appia fino alla scomparsa nel 1996. I condoni edilizi hanno solidificato una cancrena di illegalità che l’amministrazione comunale e quella del Parco Regionale hanno sempre tollerato, spesso ostacolando l’opera di tutela svolta in solitudine da alcuni funzionari della Soprintendenza Archeologica di Roma.
Gli stessi, pochissimi, coordinati da Rita Paris, che hanno concepito quest’iniziativa: con risorse risibili (neanche un decimo della spesa di trasporto di un solo quadro “pechinese”), ma in uno slancio di ottimismo e di passione, si è voluto dimostrare come l’Appia possa essere vissuta, nella sua bellezza, passeggiando sui basoli e godendo di proposte culturali concepite per ricordarci la nobiltà e allo stesso tempo le miserie di questo luogo incantato.
Così a Capo di Bove, la sede dell’archivio Cederna, una deliziosa mostra fotografica – Marmo, latte e biancospino – ci mostra aspetti di questa zona inaspettati, che rimandano ad un passato rurale non così lontano nel tempo. E nella stanza accanto si poteva assistere alla proiezione del film di Pasolini, La ricotta, girato nelle campagne che costeggiano l’Appia.
E ancora concerti, di altissimo livello, dal jazz alla musica classica, a quella elettronica, visite guidate al mausoleo di Cecilia Metella, un piccolo film girato per l’occasione che suggestivamente ci ricorda come, fin dai tempi di Napoleone, il sogno di tutti gli uomini di cultura è stato quello di trasformare l’Appia, dal centro di Roma fino ai colli albani in un unico, indimenticabile parco offerto a tutti per la contemplazione e il ristoro dell’anima e del corpo.

Fra i vari momenti culturali, spostandosi da un monumento all’altro, si potevano gustare le specialità proposte dai ristoratori della via Appia che hanno aderito con entusiasmo all’ iniziativa della Soprintendenza, rivelatasi come sempre, in questo luogo, non solo presidio di legalità – quasi l’unico – ma istituzione in grado di suscitare collaborazioni fra pubblico e privato mirate ad una valorizzazione operativa e culturalmente aggiornata.
E in questo caso almeno, uno dei pochissimi nella sgangherata congerie di eventi che il Mibac ha saputo propinarci in questi ultimi anni sotto questa etichetta, si può davvero parlare di valorizzazione, ovvero sia di quella funzione e quelle attività tese, come ci insegna il Codice “a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso”.

Il successo del Festival è stato travolgente: i visitatori, sempre più numerosi ed entusiasti hanno affollato la via, intrattenendosi, mentre il tramonto incupiva le chiome dei pini marittimi, fino a tarda notte, commentando gli eventi, rilevando come, miracolosamente e nonostante tutto, questi spazi possano essere ancora vissuti con tanto piacere collettivo e rimpiangendo la temporaneità di un’occasione come quella.
Così, siamo sicuri che ieri, leggendo il bell’articolo sulla Stampa che riassume, impietosamente, i guai da cui questa strada è afflitta, dagli abusi, al traffico, alle ridicole assegnazioni di fondi per nuove acquisizioni e restauri, qualche cittadino in più abbia pensato che qualcosa bisogna fare per tutelare questo patrimonio preziosissimo e fragile e alleviare la solitudine di chi – Rita Paris - da anni, attraverso un’opera incessante, innovativa e tenace fino alla cocciutaggine la sta difendendo dal degrado, restituendo, centimetro dopo centrimetro, pietra su pietra, nuovi spazi al “godimento di tutti”.
Fra questi nuovi adepti, difficile pensare ai vertici del Mibac, pressochè assenti sia nella fase di organizzazione, che durante il festival.
Ma già, erano tutti a Pechino.

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