La strada in salita della partecipazione
Massimo Di Dato
Bagnoli, un caso esemplare. Il piano regolatore non viene attuato. Un comitato locale si batte perché siano realizzate le scelte più lungimiranti. A parole, tutti sono d'accordo, ma - in concreto - molti ostacoli devono essere superati. (m.b.)
Napoli:la strada in salita per la partecipazione
I mass media napoletani hanno battuto la grancassa per sponsorizzare il sesto World Urban Forum, megaconvegno internazionale promosso dall’ONU per analizzare problemi e opportunità dello sviluppo urbano, che si terrà a Napoli dal 1 al 7 settembre. Nessuno spazio è stato invece dedicato a un altro convegno internazionale sulle questioni urbane, anch’esso ospitato a Napoli negli stessi giorni. Il Forum Sociale Urbano (il cui programma è consultabile all’indirizzo web del FSU), organizzato da reti, associazioni e movimenti che lottano a livello locale, nazionale e internazionale per il diritto alla casa, alla terra, ai beni comuni e alla città, e che si pone in un’ottica popolare e antiliberista, alternativa alle prospettive di mercificazione urbana del WUF. Durante la giornata del 5 settembre, dedicata alla difesa delle risorse (acqua, mare, suoli e spiagge), si è svolto un incontro sul diritto alle spiagge, dove cittadini e movimenti di varie realtà italiane hanno discusso lo stato delle coste tra inquinamento, sfruttamento del lavoro, demanio pubblico, regimi concessori e applicazione della direttiva Bolkestein; nel pomeriggio è stata effettuata una passeggiata pubblica sul litorale di Bagnoli, ex area industriale della città, per indagare opportunità e problemi della sua riqualificazione. Promotore delle due iniziative è il comitato “Una spiaggia per tutti” di Napoli, che sta conducendo un’interessante esperienza di democrazia partecipativa incentrata proprio sul recupero dell’inquinato litorale bagnolese; di essa è utile tracciare qui un primo bilancio, al fine di verificare la possibilità di sviluppare processi di partecipazione popolare alle scelte di governo della nostra città.

Il 3 luglio è stata consegnata al comune di Napoli una proposta di delibera per destinare tutto il litorale di Bagnoli a spiaggia pubblica gratuita, sottoscritta da oltre quattordicimila cittadini napoletani; attualmente attende di essere assegnata al consiglio, il quale è tenuto a discuterla entro novanta giorni. Se la delibera venisse rigettata o non fossero rispettati i tempi di discussione, il comitato potrà chiedere con un supplemento di firme l’indizione di un referendum cittadino consultivo. Il ricorso a questi strumenti partecipativi, che costituisce una novità per Napoli ma non ha evidentemente nulla di “rivoluzionario” (il potere deliberativo non viene trasferito ai cittadini ma resta al consiglio, che decide se e come accogliere i contenuti delle proposte popolari), ha incontrato consistenti ostacoli pratici. La loro rimozione avrebbe richiesto uno sforzo non eccessivo né incongruo da parte dell’attuale amministrazione, che della partecipazione ha fatto una bandiera; questa ha però preferito dare priorità ad architetture partecipative apparentemente più avanzate come le consulte popolari.
Il primo impedimento è costituito proprio dalle norme comunali sugli istituti partecipativi. Il numero di firme necessarie a chiedere il referendum non è fissato univocamente (lo statuto dice ventimila, il regolamento attuativo trentaduemila e cinquecento: rispettivamente, il 2,46% ed il 4% degli elettori napoletani) ed è in ogni caso sproporzionato. Basti pensare che per indire il referendum abrogativo nazionale bastano cinquecentomila firme, ossia l’1,06% del corpo elettorale italiano. Inoltre il tempo massimo per la raccolta delle firme è fissato in sessanta giorni, a fronte dei novanta previsti dalla legge 352/70 per il nazionale. Perché mai l’esercizio di uno strumento consultivo dovrebbe essere sottoposto a limitazioni maggiori di quelle richieste per uno strumento abrogativo? E che senso ha condizionare la validità di un referendum consultivo al raggiungimento di un quorum, come fa il regolamento (oltretutto senza fissarne l’entità, abbandonata alla discrezionalità degli equilibri politici contingenti)? Siamo evidentemente di fronte a limitazioni arbitrarie, poste dalle precedenti amministrazioni comunali, che quella presente non ha ancora corretto. Il consiglio comunale discute da mesi una riforma che dovrebbe sciogliere questi e altri nodi (finora ha istituito il referendum abrogativo ed esteso il voto referendario comunale ai sedicenni), ma nulla assicura che essa arriverà in tempo a garantire lo svolgimento del referendum sulla spiaggia pubblica di Bagnoli, né vi è certezza su come si interverrà su questi punti critici.
Un altro ostacolo è costituito dalle modalità di raccolta delle firme, che escludono il ricorso ai moderni strumenti di certificazione telematica. Questo costringe a scontrarsi da un lato con la burocrazia comunale – che impiega una settimana per autorizzare l’allestimento sulla pubblica via di banchetti di sottoscrizione grandi un metro quadro – dall’altro con la scarsa disponibilità dei soggetti autenticatori (solo cinque consiglieri comunali, un presidente e un vicepresidente di Municipalità hanno accettato di effettuare le operazioni di autentica). Malgrado si sia ottenuto che il sindaco istituisse in ogni municipalità punti di raccolta con funzionari delegati, l’assenza di comunicazione al pubblico ha determinato che sette municipalità restituissero tutti i moduli di raccolta in bianco e le altre tre raccogliessero in tutto sette firme!
La mancanza di un’adeguata informazione è il punto critico della vicenda. Il comitato promotore ha incontrato continue difficoltà sia per comunicare l’iniziativa ai cittadini che nel ricevere informazioni dall’amministrazione comunale. Nessun mass media locale ha seguito adeguatamente la campagna e i pochi spazi ottenuti vanno addebitati perlopiù alla sensibilità dei singoli giornalisti, magari reiteratamente sollecitati. Inoltre è rimasta inevasa la richiesta di poter fruire gratuitamente, a tempo limitato, di alcuni tabelloni comunali per affissioni pubblicitarie. Per quanto riguarda l’interlocuzione con il comune, questa è stata lenta e farraginosa, con ripetute manifestazioni di disponibilità cui non corrispondevano adeguate azioni di sostegno. Malgrado le sollecitazioni, il comitato ha verificato il permanere di comportamenti che ignoravano la necessità di risolvere problemi pratici come quelli descritti, e di essere correttamente informato sull’iter di discussione della delibera. Il sospetto che fosse in atto una strumentalizzazione politica, se non un sabotaggio silenzioso dell’iniziativa, spingeva in agosto lo stesso comitato ad affiggere un manifesto in cui si denunciava l’ambiguità dell’amministrazione. Questa critica sortiva due effetti: da un lato, un gruppo di consiglieri di maggioranza presentava una mozione che impegnava il consiglio a discutere la proposta entro settembre; dall’altro l’assessore alla partecipazione, Lucarelli, replicava sdegnato il suo sostegno all’iniziativa e fustigava il comitato per aver insozzato la città con manifesti abusivi!
L’estate sta finendo, la partita si riapre e speriamo che qualcuno abbia spiegato all’assessore come, in mancanza di bacheche pubbliche per le attività civiche, l’attacchinaggio abusivo sia una dolorosa necessità per chi non disponga di sostegni economici. Verificheremo se il consiglio manterrà gli impegni, evitando rinvii o stravolgimenti della proposta di delibera, che inficerebbero la possibilità di ricorrere al referendum. Nel frattempo rileviamo che, date le condizioni sfavorevoli descritte, il fatto che un comitato composto da cittadini, piccole associazioni e qualche gruppo politico abbia raccolto in due mesi oltre quattordicimila firme autenticate, senza l’appoggio di una grande organizzazione cittadina, testimonia quanta capacità di coinvolgimento possano esercitare le realtà di base quando si mobilitano su temi socialmente sentiti, attivando intorno a sé una più vasta rete di cittadinanza attiva (inclusi alcuni settori della macchina comunale). Ma evidenziamo anche i limiti di ipotetiche rivoluzioni arancioni, laddove manchi la volontà politica di agire con fermezza per superare norme e prassi burocratiche ostili, mettendosi davvero “al servizio del popolo” (per usare ironicamente un termine desueto). Siamo convinti che tale volontà si misuri più col concreto sostegno alle esperienze di autorganizzazione dei cittadini che nella costruzione di astratte architetture partecipative.
(Tutte le informazioni sulle attività del comitato so disponibili nel sito una spiaggia per tutti
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