Commonground or battleground?
Lucia Tozzi
Dando prova di eccellente fiuto mediatico, il direttore della 13a Biennale di Architettura David Chipperfield ha intitolato la mostra Common Ground, Terreno Comune. Di fronte allo stupore di quanti trovano incongruente che uno dei più noti esponenti dello star system dell’architettura si trovi a saltare sul carro dei Commons, vale la pena innanzitutto citare l’indimenticabile Less Aesthetics, More Ethics di Massimiliano Fuksas (ahah), poi leggere il testo di presentazione della mostra stilato da Chipperfield per rendersi conto che, ancora una volta, il riferimento al Comune è puramente casuale, o meglio è stato scelto per il suo appeal in tempi di austerity, ma non ha niente a che vedere con le teorie dei beni comuni. Il Common Ground di Chipperfield implica «in contrapposizione allo spazio pubblico, un territorio condiviso all’interno di un contesto di differenze». In questa visione conciliatoria la dimensione collettiva è aliena al conflitto, è uno spazio in cui, pur nel rispetto delle differenze, miracolosamente idee e interessi convergono in un punto grazie all’azione dell’architettura. Oltre a questa accezione spaziale, con “terreno comune” la mostra allude anche alla natura collaborativa della pratica architettonica, negando il protagonismo individualista delle archistar: un progetto e la sua realizzazione non sono mai il prodotto di un singolo, seppure geniale, ma sempre di un processo di composizione e di negoziazione tra idee e competenze eterogenee. Ora, è vero che le leggi mediatiche dominanti hanno privilegiato una rappresentazione dell’architetto come artista, filosofo, geografo, tuttologo, gonfiandone l’immagine individuale fino all’inverosimile, però affermare che la progettazione sia un processo di elaborazione collettiva non significa che questo processo di per sé abbia nulla a che fare con un engagement sociale o politico.

Protagonisti invece del dibattito sullo spazio comune o “come bene comune” in senso più proprio sono le composite moltitudini che occupano, sempre più numerose, edifici dismessi e luoghi della cultura abbandonati. In Italia, rispetto ad altri paesi, il fenomeno è connotato dalla focalizzazione sul sistema culturale, o meglio sulla filiera della cultura creata dal nuovo capitalismo. Dal Teatro Valle di Roma al milanese Macao, la lotta contro il precariato cognitivo è strettamente connessa alla riappropriazione degli spazi in stato di abbandono, perché nella rete dei movimenti è oramai acquisita la consapevolezza che la matrice dello spossessamento è la medesima: un filo rosso unisce i mondi del lavoro, della speculazione immobiliare e della politica dei grandi eventi, ed è quel meccanismo che sottrae alla collettività i luoghi cui dovrebbe avere accesso e del cui destino dovrebbe potere disporre, distrugge fisicamente ed economicamente quel tessuto di teatri, musei, cinema che garantivano un circuito diffuso di produzione e fruizione culturale per finanziare eventi effimeri e commerciali fondati su collaborazioni gratuite o, nel migliore dei casi, sottopagate – i festival, i Saloni, le Biennali, l’Expo.

La privatizzazione del patrimonio pubblico, i tagli alle istituzioni culturali sono complementari all’erosione dei diritti del lavoro e della stessa possibilità di vivere del lavoro culturale. In altre parole, l’accumulazione per espropriazione e l’accumulazione per sfruttamento cooperano in modo talmente stretto da confondersi. Un fenomeno che non riguarda ovviamente solo gli spazi e i lavori legati alla produzione culturale, ma in generale lo sviluppo urbano, come mostra David Harvey soprattutto nei saggi contenuti in Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre Corte 2012). L’urbanizzazione è sempre servita, secondo lo studioso, ad assorbire le eccedenze della produzione per garantire la circolazione di capitale. E se Haussmann ricostruì Parigi a suon di boulevards con il duplice obbiettivo di plasmare la città dei consumi ed eliminare la possibilità di elevare barricate rivoluzionarie, oggi sono i capitali della finanza globale a imporre da un punto all’altro del mondo progetti fatti di grattacieli, villette o campi da golf, tutti recintati con il medesimo obbiettivo di separare ricchi e poveri, di farli incontrare il meno possibile: più è grande la distanza fisica tra le classi, più cresce la capacità di estrarre valore. La strategia dell’enclosure paga: eliminando i luoghi accessibili a tutti, trasformando le piazze in rotatorie, le strade in sequenze di dehors, i cinema e gli stadi in centri commerciali, si riesce effettivamente ad annichilire la vita urbana, il senso critico, la partecipazione sociale, insomma quello che Henri Lefebvre prima del ’68 aveva battezzato “il diritto alla città”.

Nei decenni trascorsi da allora le circonvoluzioni del pensiero postmoderno, trascolorate poi nella bassa moda del politically uncorrect, sono riuscite a fare apparire questi fenomeni di feroce subordinazione al consumo, di segregazione urbana, di diseguaglianza e ingiustizia sociale come effetti di metamorfosi antropologiche e del gusto. Ancora nel 2002, tanto per fare un esempio, la Triennale di Milano apriva la mostra USE – Uncertain State of Europe, frutto di una ricerca di Multiplicity, che inneggiava alla città diffusa (lo sprawl, la villettopoli su modello americano, per intendersi) deridendo quei bacchettoni degli urbanisti legati a valori di obsoleto modernismo come la pianificazione o la difesa del suolo agricolo dall’espansione urbana. Nelle sue varianti più raffinate, quasi sempre figlie di Rem Koolhaas, si sono cantate le lodi dell’energia sprigionata dalle devastazioni urbane e infrastrutturali in Cina e a Dubai, e soprattutto della vita informale e comunitaria delle favelas e degli slum più infernali della terra, da Lagos a Caracas. Lodi che a volte non sono del tutto sprovviste di senso, ma che in bocca ad architetti miliardari, professori e studenti di città come Rotterdam, Boston o Bologna suonano stonate.

Senza fare torto all’ingegnosità delle tecniche di autogoverno e autocostruzione dei poveri, è puro cinismo fingere di ignorare che la grande maggioranza di essi vive su territori “a tempo”, che prima o poi gli interessi della rendita fondiaria, o su scala più ampia quelli di Stati e multinazionali adepti della pratica definita land grabbing, gli strapperà senza alcuna possibilità di resistenza. E i tanti progettisti che – ora che la crisi avanza e la moda degli spazi pubblici, del social housing e delle scuole low cost ha sostituito quella degli oggettoni di lusso – si prestano ad ambigue “riqualificazioni” delle favelas non fanno altro che utilizzare la retorica del poverismo virtuoso a uso della speculazione immobiliare.

Nonostante la forte eterogeneità degli obbiettivi, le reti e i movimenti che oggi occupano, lottano e agiscono per riappropriarsi di quanto il capitalismo ha sottratto e continua a sottrarre alla vita materiale delle popolazioni hanno un ruolo fondamentale: riaffermare che lo spazio è sempre materia di conflitto. Un conflitto che può essere espresso o inespresso, pacificato a forza o per comune accordo, ma continuamente soggetto a riesplodere. E in particolare la riproposizione della contesa sulla scala urbana è molto produttiva, perché è la città, e non più con ogni evidenza la fabbrica, il terreno dove si possono rimettere in gioco i rapporti di forza. Su questo concordano tutti, da Harvey a Negri a Saskia Sassen e Mike Davis.

Il contributo fondamentale delle teorie del comune e dei beni comuni risiede nell’importanza che queste attribuiscono alla questione proprietaria. Al di là di qualsiasi romanticismo sulla pelle dei poveri, infatti, l’analisi del potenziamento e dell’espansione del regime proprietario, e dell’uso predatorio che ne viene fatto, è essenziale per affrontare le politiche dello spazio e le conseguenze che ne derivano. Una consistente letteratura mostra come a livello geopolitico lo strumento principale della sopraffazione, l’arma più violenta, sia la proprietà privata, resa sempre più inviolabile dalla Rule of law (in italiano, principio di legalità o stato di diritto). Intere popolazioni vengono legalmente deportate se una corporation o uno stato comprano un terreno o anche solo la concessione di un terreno, spesso esteso quanto un’intera regione. La capacità di esclusione acquisita dall’istituto proprietario oggi è più grande che mai, ed è tanto più grave in quanto la proprietà pubblica, che dovrebbe essere intesa come proprietà di tutti e quindi accessibile a tutti, è oramai quasi universalmente intesa come proprietà dello Stato, che si comporta analogamente a qualsiasi privato, cioè arrogandosi il diritto di escluderne i cittadini e di alienarla come meglio crede.

Ma se a livello macroscopico queste forme di spossessamento sono codificate dal pantano giuridico del diritto internazionale, degli accordi economici, dei piani di aggiustamento strutturale, è nelle leggi urbanistiche locali che il feticismo proprietario viene messo completamente a nudo. Com’è possibile che si sgomberino interi quartieri per fare spazio a progetti inutilmente lussuosi, respingendo le fasce povere della cittadinanza sempre più ai margini, e lasciando vuoti e inutilizzati milioni di case, uffici, magazzini? Il motore è la tutela della proprietà privata. Concentrando lo sguardo sul caso italiano, la proprietà immobiliare è ormai legittimamente titolare di un diritto alla rendita. Cancellando anche il ricordo delle battaglie condotte dal dopoguerra agli anni Settanta contro lo jus aedificandi, il principio che chi possiede terreno pretenda ipso facto di avere il diritto di valorizzarlo, oggi con i diritti edificatori e la perequazione questo diritto è stato sancito in maniera difficilmente reversibile, e per di più in nome dell’uguaglianza tra i proprietari. La proprietà privata ha acquisito una tale forza sacrale, anche nella percezione collettiva, che si considera un’ingiustizia intollerabile il fatto che un piano urbanistico possa avvantaggiare economicamente un proprietario rispetto a un altro, mentre l’esclusione di migliaia di cittadini dal proprio habitat e dai processi decisionali sul territorio appare normale.

Se anche una giunta come quella di Pisapia, approvando un PGT (Piano di Governo del Territorio) fondato sulla perequazione, riconosce di fatto questo illimitato potere alla proprietà privata, allineandosi del resto alle politiche urbanistiche di tutte le amministrazioni di centrosinistra degli ultimi vent’anni, è chiaro che spetta ai movimenti l’elaborazione di una visione opposta, nuovamente aggressiva nei confronti dell’egemonia proprietaria. Le teorie dei beni comuni forniscono alcuni strumenti utilissimi allo scopo, anche se negli ultimi tempi l’ideologia antistatalista e l’ossessione per un’orizzontalità assoluta dei rapporti, come nota lo stesso David Harvey, tendono a offuscare la capacità di trovare delle definizioni efficaci. Vincolato da quello che ormai è diventato uno slogan, “oltre il pubblico e il privato”, il pensiero benecomunista rifugge l’idea stessa dell’urbanistica in quanto espressione canonica di potere centralizzato, “dall’alto”, e tende a ripiegare verso un vago ideale di autogoverno e autogestione del territorio da parte delle comunità locali. Una posizione apparentemente radicale e anarchica, ma che in realtà, oltre a indebolire l’opposizione alla smisurata forza del paradigma proprietario, si rivela profondamente conservatrice, più distopica che utopica: la gestione comunitaria di uno spazio implica chiusura ed esclusione di chi non fa parte della comunità o non accetta le regole che la comunità si è data, e più piccole sono le comunità più si moltiplicano le recinzioni, che non sono migliori per il solo fatto di essere state erette “dal basso”. Negarlo equivale a narrare la favola della celeste armonia, non molto attraente dal punto di vista politico.

Un’idea di spazio come bene comune non può prescindere dalla consapevolezza che l’occupazione dello spazio non è mai neutrale, è sempre espressione dei rapporti di forza: è il conflitto di classe per eccellenza, soggetto a essere combattuto in eterno.

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