Solo cemento, poco pubblico: un Piano Città senza strategia
Luisa Calimani
Uno splendido nome per un grande progetto che faccia finalmente uscire dalla lenta agonia le città italiane? O un modo affascinante ma imbroglione di chiamare la consueta distribuzione di finanziamenti a pioggia, senza linea, strategia, obiettivi?
Finora le città hanno vissuto stagioni connotate da un progressivo distacco dalla pianificazione che perseguisse un'idea di città proiettata verso il futuro e non solo verso la scadenza elettorale. Questo modello ha fatto abbondante uso di «progetti» cofinanziati, guidati dal privato o dal suo portafoglio, spesso difformi dal Prg, realizzati anche su aree destinate a servizi pubblici. Queste sono le parti che hanno più probabilità di essere attuate, mentre la Città Pubblica resta sulla carta.
Il Piano Città proposto dal governo con i suoi «Contratti di valorizzazione urbana» sembra rispondere proprio a questa logica vecchissima: finanziare progetti, come se con un po' di cemento si risolvesse la crisi, senza capire dove stanno i veri problemi delle città, senza intervenire in un'opera di risanamento ambientale e sociale. È la ricetta fallimentare del più recente passato.
Poiché il Piano è nato, come afferma il viceministro, dalle proposte dell'Ance che ha l'obiettivo della ripresa del settore delle costruzioni in grave difficoltà (in 5 anni la produzione di nuove abitazioni è diminuita del 40%, si sono persi in un anno 200.000 posti lavoro, il calo degli investimenti nel settore delle costruzioni è stato di oltre il 30%), ma che certo non può considerare riproponibili le condizioni di crescita presenti negli ultimi decenni, sarebbe utile ricordare che il fallimento del Piano Casa non sta negli insufficienti «premi di cubatura» e che la semplificazione delle procedure urbanistiche ha già raggiunto limiti inverecondi producendo un vulnus democratico agli organismi eletti.
Un Piano per le Città è utile se, invece di ricorrere, come nel passato, ad aumenti di volume, in città già sature di cemento, dove, nonostante il costruito esorbitante non è stata soddisfatta la domanda di alloggi sociali, coglierà la sfida della competizione globale che nel terzo millennio si giocherà nelle città. Per far questo bisognerebbe innanzi tutto come scrive l'associazione «Città Amica» nella sua lettera al ministro:
a) Investire nella Città Pubblica, perché gli spazi aperti, i luoghi della cultura, della ricerca, della socialità, i parchi urbani nel cuore delle città, rigenerano il tessuto urbano e sociale e riqualificano le periferie.
b) Far diventare le aree demaniali la grande «riserva» di qualità urbana e non pezzi di città svenduti per fare cassa.
c) Investire nel patrimonio storico.
d) Mettere in sicurezza dai rischi idrogeologici e sismici il territorio.
e) Estendere l'intervento sulle fognature e le reti idriche, a tutto il Paese.
f) Incentivare il risparmio energetico e il minor consumo di suolo, non solo agricolo ma soprattutto all'interno dei centri edificati.
g) Abbattere la rendita che alimenta la speculazione e fa lievitare in modo abnorme i prezzi degli immobili danneggiando cittadini e imprese.
Ambiente, cultura, bellezza, civiltà, socialità, devono diventare i paradigmi di una nuova ripresa economica. Il Piano dovrebbe assumere questi criteri per affrontare in modo strutturale i problemi della città, e non solo la cantierabilità e il cofinanziamento, come previsto nel decreto. Prevedere inoltre la difformità al Prg degli interventi finanziabili selezionati dalla «cabina di regia» è un incitamento a delinquere, che dimostra la scarsa propensione al rispetto delle regole.
Il Dm contiene anche un articolo che prevede la costituzione del Comitato Interministeriale per le politiche urbane, Cipu, presieduto dallo stesso Presidente del Consiglio Monti.
E' la prima volta che viene costituito in Italia un organismo di questo livello che si occupa di Città.
Due sono le possibili interpretazioni di una scelta così importante.
La prima è che finalmente la Politica abbia compreso che sulle Città si gioca il destino di democrazia, di benessere, di salute, di cultura, di convivenza della gente e che quindi persegua, attraverso un disegno e una pianificazione urbanistica organica, obiettivi strategici. La seconda ipotesi è che questo governo abbia capito che le Città sono un grande business, e pertanto non vuole lasciarlo in mano solo agli amministratori locali che a loro volta le consegnano spesso alle imprese immobiliari. E così sollecita la presentazione di progetti urbani alla cui realizzazione contribuirà finanziariamente, scegliendoli con la massima discrezionalità, senza obiettivi e criteri espliciti, se non un blando invito ad evitare il consumo di suolo e a ridurre la tensione abitativa.
Voglio credere che la prima interpretazione sia quella giusta.
Comunque, è necessaria una grande battaglia culturale perché si affermi una «visione urbana» rispondente alle necessità della gente e non solo a quelle del mercato.
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