Un piano per il condono dei grandi abusi edilizi a Napoli
Luigi De Falco
L’intervento dell’Assessore napoletano all’Urbanistica a illustrazione di un’iniziativa del Comune napoletano. 23 agosto 2012 (m.p.g.)
Si è parlato in questi giorni dell’iniziativa intrapresa dal Comune per porre ordine nella “piaga” ultraventennale del condono edilizio. Qualcuno ha equivocato (o volutamente inteso) che si tratti di una riapertura di termini o di dare spazio a nuove attività abusive. C’è solo malafede dietro queste interpretazioni, e il desiderio, ingenuamente malcelato, di insinuare che l’amministrazione de Magistris strizzi l’occhio agli abusivi dell’ultim’ora.
Non mi spendo molto a dire quanto i fatti viceversa dicono: 100 demolizioni è il programma del Sindaco per il 2012, 85 eseguite nello scorso anno. Inconfrontabili i numeri degli anni passati: 15 nel 2010, 32 nel 2009. Significativa la demolizione dello scheletro dell’Arenella, lì da trent’anni.
La strada è tuttavia in salita in una città come Napoli dove l’abuso è nel sangue di molti. Ma è sull’abuso e sulle necessità dell’abusivo che si è> allattata la malapolitica. Quella fondata sulla tutela delle illegalità e non sulla difesa dei beni comuni: il territorio tra questi. La Giunta de Magistris ha decretato il “no” a nuovi condoni, spesso camuffati dietro iniziative di legge d’altro tenore, nazionali e regionali, e pure ribadendo la propria contrarietà a qualsiasi provvedimento che potesse interrompere le demolizioni delle opere abusive insanabili per legge. Il provvedimento della Giunta è stato recepito integralmente anche dal Consiglio comunale, a larghissima maggioranza. Larghissima, ma a maggioranza e ciò lascia pensare. Perché a Napoli c’è pure una minoranza che, a buon diritto, la pensa diversamente.
Oltre all’abusivismo, il condono è una vera piaga sociale: riguarda 45 mila pratiche ancora inevase da uffici comunali storicamente depotenziati. Ma è stato pure argomento politicamente “utile”. Fino a ieri. Utile perché su quelle 45 mila pratiche ci sono 45 mila cittadini (o nuclei familiari) che attendono di risolvere il problema e non ci riescono. E’ qui l’appagante arma politica del bisogno. “A Frà che te serve?” era la frase attribuita ad Andreotti che così si dice si rivolgesse al suo Evangelisti. E “che glie serve” a quei 45 mila richiedenti o meglio, moltiplicati per tre, 135 mila cittadini? E “che glie’ servito” a quei 28 mila che il condono l’hanno avuto? Provvedimenti centellinati da uffici sempre più decimati. 29 mila le pratiche concluse e la legge risale al 1985: 27 anni, mille pratiche l’anno. Dunque 45 anni ancora, se le pratiche sono 45 mila. Si dice che la colpa è della Soprintendenza. Falsità: la Soprintendenza non va certo a prendere le carte al Comune, ma è il Comune che deve inviarle, ma prima deve istruirle. Delle 45 mila, sono 25 mila le domande che riguardano aree di tutela in gran parte idrogeologica o paesaggistica. Sulle prime l’Autorità di Bacino ha riferito che nelle zone ad alto rischio di condono neanche a parlarne.
Col rischio non si tratta. Sul vincolo paesaggistico il caso è diverso. Sinora si è ragionato valutando se l’opera fosse sanabile “se bella piuttosto che se brutta”. La discrezionalità dietro tale criterio è enorme. Il legislatore ha voluto superare questo criterio, senza dubbio degenerante, quando ha stabilito nel 2008 (decreto n. 63) che i provvedimenti di vincolo debbano obbligatoriamente essere “vestiti”. Che significa? Per legge le Regioni, con il Ministero beni culturali, dovevano stabilire quali opere, nei territori vincolati, potessero essere ammesse e quali no. E se le Regioni non avessero attivata la procedura, il Ministero le avrebbe sostituite, facendo da solo. Ma in Italia (e in Campania) le Regioni non si sono mai attivate. I vincoli (a Napoli risalgono agli anni ’50-‘60) sono ancora senza “vestito” e le Regioni (Campania compresa) avrebbero dovuto per legge trasferire queste nuove prescrizioni nelle norme dei nuovi Piani paesaggistici. Intanto, sulla newsletter numero zero dell’assessore regionale all’urbanistica si legge che “redigere il Piano Paesaggistico Regionale è stata una vera e propria sfida”. Ma dove sono i vincoli “vestiti” la cui redazione competeva alla Regione e al Ministero, e dal 31 dicembre 2009 al solo Ministero, che per legge dovranno essere assorbiti nel nuovo Piano Paesaggistico? Dove i decreti di vincolo integrati con le norme di trasformazione possibili nelle aree di pregio paesaggistico?
Per il momento abbiamo (Dio ce li conservi) i piani ministeriali vigenti sulle aree cosiddette “Galasso”. Intanto il Comune di Napoli spiega alla città come si condona e come non si condona all’interno di quelle aree, nel rispetto di quelle condivise indicazioni che pervengono dai piani paesaggistici del Ministero. Il Sindaco ha quest’obiettivo ineludibile: regole chiare, diritti irrinunciabili e certi, quanto i doveri. Tutto qui.
Domanda: ma a chi verrà dato il condono verrà concesso il privilegio di mantenere la propria villa con piscina nelle aree di più elevato pregio? Risposta: no. Anche qui l’amministrazione comunale decide di obbligare i condonati a riunirsi in “comparti” per il successivo trasferimento delle consistenze sanate (demolendo) in siti alternativi, realizzando anche piccoli condominii, ma riducendo il consumo di suolo, liberando e trasferendo al patrimonio comunale quelle aree rimediabilmente recuperabili per più naturali funzioni che il prg individua nel verde dei parchi. Nelle aree compatibili si realizzeranno invece le attrezzature per lo sport e l’istruzione dell’obbligo, gli asili nido, le biblioteche, i luoghi per lo svago.
E’ tutta un’ invenzione? No. Era già scritto nella legge 47 del 1985, quella che istituì il condono. All’articolo 29, disatteso a Napoli come altrove, si dispone che le regioni disciplinano le “varianti” ai piani regolatori per il recupero urbanistico degli insediamenti abusivi in un quadro di convenienza economica e sociale, prevedendo il razionale inserimento territoriale dell'insediamento, un’adeguata urbanizzazione delle aree, il rispetto degli interessi storici, artistici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici.
La Campania ha sì disciplinato, ma rinviando il problema a quando i Comuni dovranno redigere i Puc (piani urbanistici comunali), ovvero chissà quando, mentre la legge 662/96 obbligava le Regioni, decorso il 9 aprile 1997, a commissariare i Comuni che risultavano inadempienti. Napoli sta allora semplicemente anticipando i tempi… con 27 anni di ritardo, e rispettando le regole. A dimostrare che, anche attraverso l’urbanistica, la vera rivoluzione sta “semplicemente” nell’amministrare, lasciando agli altri i proclami e le promesse.
L’autore è assessore all’urbanistica del Comune di NapoliIl testo che eddyburg pubblica in anteprima, costituisce anche la risposta e il commento all’articolo del Mattino del 21 agosto scorso, dal titolo a dir poco fuorviante: In città è pronto il condono per diecimila abusi (m.p.g.)

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