Eddytoriale 152 (25 aprile 2012)
Eddyburg
Legge urbanistica.

Vi hanno accennato di recente un paio di ministri “tecnici”. Succede ad ogni evento che scuota il territorio (come l’ultima alluvione in Liguria), o a ogni campagna che scuota l’opinione pubblica (come quelle per lo scempio del paesaggio). Questo non è male; il male è che i politici d’oggi non studiano, non conoscono che cosa in altri tempi legislatore e governante hanno fatto o non fatto, perciò non sanno che le sciagure avvengono anche perché non sono state applicate con rigore leggi che le avrebbero scongiurate. Alcune proposte estemporanee a proposito di legislazione urbanistica le abbiamo lasciate cadere, come quella del ministro Clini, che non è stata più di una battuta; altre le abbiamo criticate, come quella del ministro Ornaghi, che sembrava promettere un provvedimento strutturato (ma non sarebbe meglio se si occupasse delle sue competenze, per esempio della pianificazzone paesaggistica?).

Della proposta Ornaghi abbiamo criticato il fatto che essa sembrava voler generalizzare «i bonus volumetrici, lo spostamento delle volumetrie, le modifiche a go-go delle destinazioni d'uso». E abbiamo ugualmente criticato l’INU, che di quella proposta aveva condiviso - in particolare - la promessa di definire «con una normativa dello Stato strumenti da tempo presenti nelle leggi regionali ma mai consolidati giuridicamente come la perequazione e la compensazione urbanistica». Giuseppe De Luca, autorevole esponente di quell’istituto, ci ha risposto che era «basito» della nostra critica, la quale non coglieva la necessità di una legge che evitasse di «lasciare ai caotici interventi dei provvedimenti finanziari di turno l’introduzione di normazioni urbanistiche e pianificatorie» quali quelle della perequazione, dei crediti edilizi e così via.

La “perequazione” è stata ed è tuttora un disastro; “consolidarla” è un danno ulteriore rispetto alla sua invenzione. Il modo in cui la perequazione è stata proposta e praticata ha costituito uno dei peggiori strumenti adoperati in Italia per consolidare e accrescere il peso della rendita e il potere della speculazione immobiliare. Sappiamo che è stato cospicuo il contributo che l’INU, e i suoi maggiori e più autorevoli esponenti, hanno dato a questo strumento, a partire dall’inizio degli anni Novanta. Lo abbiamo più volte denunciato, come abbiamo denunciato il fatto che un poderoso sostegno intellettuale all’accresciuto potere della speculazione immobiliare (e un pesante intralcio ai tentativi di contrastare, con una corretta pianificazione, il potere dell’immobiliarismo) è stata costituita dall’invenzione – da parte del presidente onorario dell’INU - dei “diritti edificatori”, fino ad allora sconosciuti al diritto e ai suoi operatori.

Oggi la perequazione urbanistica generalizzata, i diritti urbanistici e i suoi “derivati”, i “crediti edilizi”, sono diventati prassi corrente, grazie al sollievo che le pratiche simoniache della vendita dei diritti pubblici sul territorio offrono ai comuni strangolati dalla provocata asfissia dei bilanci locali. Se una legge urbanistica serve oggi è per cancellare ogni “perequazione urbanistica” che vada al di là da quella prevista dalle legge ponte del 1967, per ristabilire l’inesistenza di “diritti edificatori” e per condurre a compimento il tentativo compiuto dal “sovversivo” ministro Piero Bucalossi, con la sua legge del 1977, precisando che l’edificabilità (e in generale la trasformabilità del territorio) è il prodotto di una concessione dell’autorità pubblica sulla base di un atto di pianificazione territoriale e urbanistica socialmente, ambientalmente e culturalmente orientata.

La continuità del legislatore di oggi con quello di ieri non induce a sperare che una simile legge possa oggi emergere dal parlamento o dal governo (non si sa bene dove risieda il potere legislativo), per quanto duro ciò sia per le quotidiane fatiche di chi, nelle oscure trincee degli enti locali, ancora si impegna a difendere la buona urbanistica – e magari a praticarla. Tanto più se si sollecita illegislatore a finalizzare la futura legge urbanistica al consolidamento, «con un normativa dello stato», di quei devastanti strumenti.


Energia

Secondo tema, la questione energetica. Il governo ha minacciato di eliminare gli incentivi alle energie alternative. Alle pressioni perché questi fossero mantenuti si sono contrapposte sollecitazioni perché invece essi fossero rivisti in particolare per ridurre il peso dell’eolico. Un conflitto nell’ambito del mondo ambientalista? Probabilmente è un rischio che esiste, grazie al modo sussultorio, causale, dominato dall’emergenza che volta a volta detta le regole della discussione e della decisione su questioni notali – e perciò stesso meritevoli di ragionamente complessivi e di decisioni coerenti e di portata strategica.

Una discussione seria sull’energia dovrebbe partire da una riflessione e decisione su un interrogativo di fondo, il cui esito condiziona l’intro quadro: quanta energia è necessaria all’Italia, oggi e in una prospettiva di medio periodo? E’ evidente che questa domanda avrà risposte diverse a seconda del modello di sviluppo che si decide di scegliere: se quello tipico della “società opulenta”, della produzione indefinitia di merci indiopendentemente dalla loro utilità sociale, oppure quello alternativo che da tempo ha iniziato a configurarsi. E’ evidente quale sia il modello che l’attuale maggioranza politica condivide, ma una discussione e una scelta esplicita (e la conseguente quantificazione) farebbero chiarezza sulle scelte di merito.

La seconda premessa dovrebbe essere quelle di scegliere, per avviare operativamente la soluzione (qualunque essa sia), il metodo della programmazione: la definizione cioè di un programma nazionale dell’energia, che stabilisse la cornice tenendo conto di tutti gli aspetti del problema: quali energie produrre e quali energie consumare, dove, come, quando, con quali risorse, tenendo conto delle ricadute che la produzione di energia ha su settori delicati come la salute delle persone e quelle dell’ambiente, sull’assetto del territorio e del paesaggio e su quello dei consumi energetici, e così via. E’ evidente che le scelte in merito alla mobilità e al consumo di territorio, all’organizzazione dell’habitat e alla progettazione delle strutture necessarie per la produzione di energia (compresa quella delle caratteristiche tecniche delle pale eoliche), dovrebbero far parte del programma, ed essere assunte in piena autonomia e indipendenza dalle suggestioni delle aziende produttrici e dalle loro lobbies.

E’ probabile (o almeno, è fortemente auspicabile) che nell’ambito di un simile programma non trovino spazio né la scelta di un ritorno al nucleare, o allo sviluppo ulteriore delle fonti fossili, né le connotazioni distruttive del paesaggio e di numerose risorse (da quelle finanziarie a quelle agricole) che ha assunto lo sviluppo incontrollato dell’eolico e rischia di assumere quello del solare nel nostro paese. Come è fortemente auspicabile che l’utilizzazione delle biomasse sia strettamente finalizzato al recupero dei residui, e non provochi (come sta provocando) nuove forme di sottrazione di suoli alle produzioni agricole finalizzate all’alimentazione.

Anche a proposito della questione energetica è peraltro assai difficile che, nell’attuale quadro politico, il “decisore finale” assuma l’impegno di seguire un procedimento come quello che sembra ragionevole proporre. Ciò che conduce al terzo e ultimo tema che si voleva affrontare: la politica.


La politica

Occorre avere una visione della politica diversa da quella corrente se non si vuole cascare nell’antipolitica (così come, del resto, si deve avere una visione dell’economia diversa da quella corrente se non si vuole cascare nel rifiuto di ogni discorso economico). Per fortuna i frequentatori più assidui di eddyburg condividono una definizione di politica che ho più volte proposto mutuandola da Lorenzo Milani: politica è l'unirsi tra più persone per “uscire insieme” da un problema che è di tutti. E’ una definizione di carattere generale, quindi va specificata. A me sembra che il “problema” oggi condiviso dalla grande maggioranza di quanti appartengono al vasto mondo dei partiti politici (e a gran parte del mondo delle istituzioni, dai partiti fortemente permeate) sia quello che si definisce sinteticamente “il potere per il potere”. In altre parole, conquistare e mantenere, per sé e per il proprio gruppo, tutto il poitere possibile, indipendente da qualsiasi finalità di carattere generale. Una vasta letteratura disponibile per illustrare questa forma della politica. Rinvio per tutti al recentissimo libretto rosso di Piero Bevilacqua, Elogio del radicalismo (Laterza, 2012).

Rifondare la politica, costruire una nuova politica, è impresa difficilissima. I germi di una nuova politica (anche questo è un concetto ampiamente sviluppato in questo sito) sono presenti nel vasto movimento nato dal disagio provocato in tutto il mondo dalla forma attuale del capitalismo (quello che Luciano Gallino ha battezzato “finanzcapitalismo”) e dalla sua ideologia, il neoliberalismo, e dalle conseguenti reazioni critiche. A partire dalla condivisione del disagio e della critica delle sue cause sono sorti, e cntinuano a sorgere, tentativi di organizzare confluenze tra diversi gruppi, oppure soggetti politici nuovi, che costituiscano forme utilizzabili fin dall’immediato come credibili alternative alla “politica” dominante.

Tuttavia non bastano il disagio e la critica - per quanto estesi - per modificare un radicato sistema economico sociale. Non basta l’affiorare, nell’ambito della società, di germi, segnali, inizi di una possibile contro-egemonia. E’ necessaria anche un’analisi accurata del sistema vigente, della storia da cui è nato e si è affermato, dei suoi vizi ed errori, delle forze su cui può contare per sopravvivere. E’ necessario anche individuare una forza sociale che abbia, nelle intime ragioni della sua esistenza, la ragione stessa del suo porsi come motore dell’alternativa. Ed è necessario individuare e condividere una nuova ideologia (un insieme coerente di principi, sentimenti, convinzioni) da una parte vasta, e potenzialmente maggioritaria, della società.

Nel frattempo, l’unica linea possibile è quella che tende – da un lato – ad approfondire la ricerca, la discussione e la sperimentazione di ciò di coerente con la nuova affiorante ideologia già si manifesta nella società e – dall’altro lato, sul piano delle istituzioni della democrazia attuale – a resistere e attaccare perché restino aperti più spazi possibili per costruire basi più solide e prospettive più certe e convincenti per una “nuova politica” capace di conquistare e gestire il potere: governare.

In questo quadro, un compito importante (ed essenziale perché l’affermazione di un sistema economico-sociale profondamente rinnovato sia possibile) è quello di risvegliare le coscienze dal torpore in cui mezzo secolo di oscuro lavoro del “persuasori occulti” le ha gettate. Il compito, insomma, di risvegliare e alimentare lo spirito critico che è decisivo per poter immaginare un mondo diverso da quello in cui oggi viviamo: anzi, sopravviviamo con crescente difficoltà.
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