La città negata
Vezio De Lucia
Una delle conseguenze più gravi, anche se meno note, dell’apocalittico sviluppo industriale è il degrado urbanistico che sta corrodendo Taranto. Il paesaggio è irriconoscibile: a causa dell’inquinamento è quasi scomparsa l’agricoltura; la campagna è in gran parte una sconfinata e desolata distesa di sterpaglie bruciate dal sole e dagli incendi; è stato proibito l’allevamento del bestiame; sono state smaltite in discarica montagne di cozze coltivate nel Mar Piccolo. Il sindaco ha vietato ai bambini del quartiere Tamburi di giocare negli spazi verdi (è un eufemismo) contaminati da berillio, antimonio, piombo, zinco, cobalto nichel e altri veleni.
La colpa non è della città che avrebbe circondato la fabbrica, come ha dichiarato il ministro Clini, è vero esattamente il contrario. Fu una dissennata decisione industriale di prevedere un colossale impianto siderurgico (il più grande d’Europa) a ridosso del preesistente quartiere Ina Casa di Tamburi e fu criminale la sistemazione dei parchi minerari scoperti – quelli che diffondono le polveri e lasciano segni rossastri sui muri (figuriamoci nei polmoni) – nella parte della zona industriale più vicina alla città. Poi, sul mare dell’ex Lido Azzurro, una raffineria, e ancora: un cementificio, due centrali elettriche, cave e via di seguito. Per non farsi mancare nulla adesso si legge di pale eoliche lungo la costa.

Detto questo, si deve riconoscere che del degrado urbanistico sono responsabili anche il comune e gli altri enti pubblici cui competono le politiche territoriali. L’isola della Città Vecchia, la parte più antica del centro storico, anima e simbolo di Taranto, versa in condizioni abominevoli, è in rovina, quasi disabitata, in larga parte murata per impedire l’accesso nelle aree a rischio di crolli. Eppure Taranto fu la prima città d’Europa, prima di Bologna, alla fine degli anni Sessanta, a progettare il recupero del centro storico. Fu un’esperienza straordinaria, legata al nome di Franco Blandino, il benemerito architetto che ha dedicato la vita alla tutela e alla rinascita della sua città. Nel 1974 il Consiglio d’Europa riconobbe a Bologna e a Taranto il primato in materia di recupero del patrimonio abitativo storico. Grazie alle leggi di riforma degli anni Settanta e a cessioni volontarie il comune acquisì circa trecento alloggi degradati destinandoli a edilizia popolare. La maggior parte delle famiglie che oggi abitano nella Città Vecchia sono inquilini di quegli alloggi.

Poi è cambiato tutto. A partire dagli anni Ottanta, come si sa, è cominciato lo smantellamento delle leggi di riforma, l’edilizia residenziale pubblica è stata abrogata, ha comandato la filosofia dei padroni in casa propria. Il recupero del centro storico è stato a poco a poco dimenticato, a Taranto come in tutte le altre città d’Italia. Ma a Taranto, proprio per compensare la prepotenza di una spietata industrializzazione sarebbe stato importante ( è importante ) un impegno eccezionale di comune e regione per migliorare la qualità della vita, cominciando dalla Città Vecchia, per non arrendersi alla spirale perversa della degradazione e dell’abbandono. Se sono indispensabili radicali azioni di contrasto dell’inquinamento industriale, non meno importante è il recupero della vivibilità urbana, anche per bloccare la fuga dalla città: negli ultimi trent’anni Taranto è stata abbandonata da più di cinquantamila abitanti.
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