Rogers: "Panchine nei parchi e giustizia sociale per costruire un nuovo Rinascimento"
Franco Marcoaldi
Richard Rogers, anzi Lord Richard Rogers di Riverside, membro della Camera dei Lord, è uno degli architetti più famosi del mondo. Artefice all´inizio degli anni Settanta assieme all´amico Renzo Piano del Centre Pompidou di Parigi, nel corso dei successivi decenni ha ideato, tra l´altro, la Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, il Millenium Dome di Greenwich e il Terminal 4 dell´aeroporto di Madrid. Studioso, docente universitario, a capo dell´Urban Task Force che indica le linee di sviluppo urbanistico di Londra, ha sempre coniugato l´aspetto teorico della sua ricerca con l´attività sul campo, prefigurando l´immagine di una città "compatta e sostenibile". Con Rogers il discorso sulla bellezza assume una nuova e diversa angolazione, perché si materializza nei suoi manufatti, grandi e piccoli, come l´elegante studio sul Tamigi in cui mi accoglie, situato nella zona sud occidentale di Londra e affiancato dal delizioso ristorante italiano della moglie, e grande chef, Ruth: il River Café.

«La mia idea di bellezza si ricollega a quella classica, formulata da Platone e Aristotele: le caratteristiche di un prodotto bello e finito sono ordine, simmetria, armonia e giuste proporzioni. Il mio lavoro di architetto, sempre in bilico tra arte e tecnica, conoscenza e intuizione, si fonda sull´idea di scala, ritmo, leggerezza e luce. L´architettura, fin dalle costruzioni primitive, è legata alle tecnologie, all´uso dei materiali, al rapporto con i committenti, alle decisioni del potere politico, allo specifico genius loci in cui quel certo edificio deve essere costruito. C´è però un´aggiunta sostanziale e riguarda la qualità statica dell´architettura classica. Oggi l´architetto deve pensare a costruzioni flessibili, modificabili nel corso del tempo, che rispondano alle esigenze in evoluzione della società. Un edificio che oggi è un centro finanziario, tra cinque anni potrà ospitare degli uffici e tra dieci un´università. Ecco perché la progettazione si deve allontanare da forme statiche, e attraverso la flessibilità, esprimere nuove forme che sappiano realizzare la bellezza nell´adattabilità. Si potrebbe dire che gli edifici sono sempre più dei robot, piuttosto che dei templi. Se dovessi fare un paragone musicale, direi che l´architettura, più che a una sinfonia, assomiglia a una jam session di jazz, che prevede un´improvvisazione all´interno di una struttura data».

Lei è nato a Firenze e ha lavorato in Italia. Come si spiega il terribile paradosso italiano: refrattarietà verso la nuova architettura e continua rapina del territorio, urbano e agricolo?

«Non solo sono nato a Firenze, ma ogni estate torno a Pienza, dove è presente in nuce l´idea stessa di città moderna. E con questo credo di aver già risposto alla prima parte della sua domanda: nessun passato architettonico è così pesante come quello che grava sulle spalle degli italiani. Accompagnato spesso, però, da una certa ignoranza, perché proprio quella straordinaria tradizione ci dimostra come siano possibili inserzioni architettoniche meravigliose che esaltano l´accostamento tra edifici vecchi e "moderni": pensi a piazza della Signoria di Firenze, dove la Galleria degli Uffizi del Vasari è in perfetto equilibrio con gli splendori medievali di Palazzo Vecchio. O a Venezia, dove la cattedrale bizantina è inquadrata dal loggiato di piazza San Marco. La buona architettura deve essere moderna nel suo tempo e sfidare il passato. Fatto sta che per un architetto di oggi lavorare in Italia è difficilissimo, se non impossibile. Come ben sa il mio amico Renzo Piano, che infatti vive a Parigi».

E per quanto riguarda invece la rapina del territorio?
«Qui purtroppo c´è di mezzo la politica, una cattiva politica, totalmente disinteressata a una vera pianificazione urbanistica. Quanto all´Inghilterra, si sta recuperando una lunga fase di disattenzione. E proprio qui a Londra si è presa una decisione molto semplice in tal senso: si può costruire esclusivamente sui brownfields, terreni già edificati in precedenza. E poiché l´Inghilterra è stata la patria della rivoluzione industriale, è piena di brownfields. Penso in particolare a tutta la parte est della città di Londra, la stessa dove si terranno le prossime Olimpiadi».

Rinnovare spazi già urbanizzati è uno dei fondamenti della sua idea di città "compatta" e "sostenibile".

«Le ripeto qui quanto già scrissi tanti anni fa in Città per un piccolo pianeta. Il teorico della politica Michael Walzer ha classificato lo spazio urbano in due categorie: "spazio bloccato" e "spazio aperto” . Il primo si affida alla logica degli immobiliaristi e soddisfa l´esclusiva esigenza del consumo privato. Il secondo, la partecipazione a una vita comune. Sin qui sono stati privilegiati egoismo e segregazione, invece che contatto e comunanza. Così il mercato di strada diventa via via meno attraente del più sicuro centro commerciale, il quartiere universitario si trasforma in campus chiuso e la vita della città diventa una struttura a due livelli, con i ricchi chiusi in territori protetti e i poveri imprigionati nei ghetti o nelle squallide baraccopoli periferiche. La prima parola da recuperare è "cittadinanza", dunque l´idea dello spazio pubblico come teatro della cultura urbana. Quando penso a una città compatta, penso a questo: a una città ad alta densità e fortemente diversificata, dove le attività sociali si mescolino ad attività commerciali e i quartieri diventino finalmente il punto focale della comunità. Ma perché accada, ed eccoci così all´idea della città sostenibile, bisogna innanzitutto invertire il rapporto tra trasporto privato e pubblico. Perché è l´automobile che per prima ha minato la coesione sociale della città, incoraggiando il dilagare delle periferie. Dobbiamo seguire la strada di Hong Kong, dove il trasporto pubblico è arrivato a toccare il 94 per cento del traffico totale. Con tutti gli effetti benefici che ne conseguono: è più gradevole camminare, andare in bicicletta, mentre la congestione e l´inquinamento risultano drasticamente ridotti e aumenta il senso conviviale degli spazi pubblici».

Nulla come il teatro urbano ci fa capire cosa si intende quando si dice che il bello rimanda al bene. Un ragazzo che cresce in un ghetto di Los Angeles farà senz´altro più fatica a concepire il bene rispetto a un suo coetaneo che ha la fortuna di abitare, che so, a Cambridge, in prossimità di un parco. Eppure, almeno agli occhi dei politici italiani, discorsi come questi appaiono dandistici, estetizzanti, superflui.
«Dico sempre che tra i diritti della persona c´è anche quello di vedere un albero dalla propria finestra e di avere una panchina su cui sedersi nel parco del quartiere. La libertà di accesso allo spazio pubblico deve essere difesa alla pari della libertà di parola. Aggiungo, per tornare alla sua domanda, che proprio gli italiani dovrebbero ricordare la lezione del Rinascimento, quando la bellezza e la ricchezza viaggiavano assieme. Però oggi c´è una grande novità: visto che proprio le città sono la causa principale della crisi ambientale del pianeta, il termine ricchezza deve includere il capitale naturale. Dunque innanzitutto aria e acqua pulita. C´è un bel libro di Richard Wilkinson, The Spirit Level, in cui si dimostra come la qualità di vita delle società sia legata, da ogni punto di vista e per ciascun individuo, compresi i più ricchi, alla giustizia sociale. Ecco perché questo discorso sulla priorità della bellezza, in ambito urbanistico e architettonico, è compreso meglio nelle nazioni scandinave, dove la disparità tra ricchi e poveri è minore. Parlo di paesi in cui, non a caso, c´è un gusto medio più alto e diffuso anche in ordine agli standard abitativi. Altrove è più facile che le persone sappiano riconoscere una bella macchina o un bel vestito, perché quelli sono i veri status symbol, i valori sociali dominanti. Più difficile invece è condividere l´idea di una casa bella. Eppure la qualità architettonica non è un fatto meramente soggettivo. Esistono criteri precisi e precisi sistemi di giudizio. La comprensione e l´apprezzamento vengono dall´educazione, dall´esperienza, dall´affinamento dei sensi e forse, cosa più importante di tutte, da una buona leadership professionale».

Se la sentirebbe di sottoscrivere l´affermazione di Frank Lloyd Wright, secondo il quale il primo compito di ogni uomo è lasciare il mondo più bello di come lo si era trovato?
«Assolutamente sì, perché fa il paio con un´altra affermazione che la precede di duemila anni e viene dagli ateniesi della Grecia antica. Per loro l´agorà, i templi, lo stadio e gli spazi pubblici non erano solo una magnifica espressione dell´arte e della cultura, ma anche il maggior deposito di ricchezza morale e intellettuale, il volano dell´ideale civico. Tale consapevolezza era contenuta nel giuramento dei nuovi cittadini: "Lasceremo questa città più grande, migliore e più bella di come l´abbiamo ereditata"».
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