Non demolite l'Ufficio del Piano
Gabriella Corona
Appello in difesa di uno degli strumenti della fase più gloriosa dell’urbanistica napoletana. La Repubblica, ed. Napoli, 31 luglio 2012 (m.p.g.)
Come è possibile che una giunta che aveva fatto della difesa dei beni comuni il suo principale punto di forza, l’astro guida dell’ampio spettro delle sue politiche, potesse in pochi giorni di fatto smantellare l’ufficio comunale che più di ogni altro aveva nel corso degli ultimi venti anni realmente e concretamente lavorato per tutelare il principale bene comune e cioè la nostra città?

Ho studiato e seguito il gruppo — conosciuto ormai come “I ragazzi del piano”, il titolo del mio libro del 2007 — che ha dato vita agli inizi degli anni Novanta all’Ufficio di Piano e che aveva lavorato insieme fin dalla fine degli anni Settanta a importanti progetti di riqualificazione urbana. Si è trattato di un gruppo molto competente che ha fatto pratica di urbanistica pubblica, realizzata negli uffici comunali, svincolata da interessi speculativi, ispirata ai valori della riqualificazione, della tutela della salute, delle risorse naturali, del paesaggio.

Un’urbanistica che ha guardato alle politiche per il territorio urbano non come interventi giustapposti, e segmentati, ma tenendo conto delle intime e profonde relazioni che legano insieme parti diverse della città. Per svariati anni l’Ufficio è stato un laboratorio dove si sono formati molti giovani urbanisti, e meta di gruppi di stranieri giunti qui per imparare come creare strumenti di politica urbana ispirati ai principi dell’interesse collettivo e della tutela ambientale.

Non sarà che di tutto ciò si è parlato e si continua a parlare poco? Cosa ne sanno i cittadini di Napoli, anche i più colti e informati, di quello che ha realizzato l’Ufficio di Piano? Si sussurra, quasi a vergognarsi, che qualcosa in questa città ha funzionato bene. E infatti, a parte gli articoli di firme autorevoli apparsi su “Repubblica” e la protesta isolata di Carlo Iannello, non assistiamo a un vivace e acceso dibattito pubblico su queste tematiche. Eppure qualcosa di importante che riguarda tutti noi è successo, la cui perdita potrebbe essere immensamente più grande rispetto al guadagno puramente di immagine che deriva dalla Coppa America o dalla costruzione dello stadio o dalle insule di Romeo.

Ho studiato e seguito questo gruppo perché ho sempre fortemente creduto che Napoli abbia bisogno di rappresentarsi anche per ciò che di buono cresce e matura in sé. La reificazione senza fine e senza speranza all’interno del dibattito pubblico locale, nazionale e internazionale dell’immagine della Napoli dell’inefficienza, della corruzione, della speculazione, della clientela, della camorra, del malaffare e via dicendo non solo produce danni gravissimi sul piano economico, ma finisce con l’indurre tutti a confermarla, a non lottare per migliorarla. Lo stereotipo assolutizza una parte della realtà. E le altre?

Ricordiamo qui in estrema sintesi alcune delle principali esperienze realizzate dall’Ufficio del Piano nel corso di due decenni. Innanzitutto l’elaborazione del Piano regolatore generale, la cui elaborazione è durata circa dieci anni dal 1993 al 2004. Il Piano impone vincoli e regole all’attività dei privati (che pure trova grande spazio a dispetto di quanto dicono i suoi detrattori) volti a tutelare un ambiente urbano fragilissimo, come ci ha insegnato la storia della Napoli contemporanea corredata di dissesti idrogeologici e degli effetti più disastrosi di un uso indiscriminato e scriteriato del suo territorio. Ed è nell’ambito del Prg che è stato concepito quel sistema di mobilità su ferro di cui cominciamo a godere i frutti grazie all’apertura delle nuove stazioni metropolitane. Oltre a ciò esso ha consentito l’istituzione del Parco delle Colline, un ampio polmone verde a nord di Napoli che ha salvato quest’area di confine dalla speculazione edilizia e dove di realizza una agricoltura urbana con produzioni pregiate di vino, olio e frutta.

Occorre inoltre ricordare che secondo un dato dell’Unione industriali dall’approvazione definitiva del Piano, i progetti di riuso e riqualificazione a fini sia produttivi che abitativi che sono stati avviati da privati nel suo ambito ammontano nel loro complesso a 3 miliardi di euro. Progetti che portano soldi sotto forma di oneri di urbanizzazione che il Comune può reimpiegare per servizi pubblici come scuole, asili, parchi, impianti sportivi e così via.
Una grande mobilitazione di risorse, dunque, di cui il Comune potrebbe avvantaggiarsi portando benefici alla città proprio in un momento di acutissima crisi finanziaria.

So che l’assessore all’Urbanistica Luigi De Falco, che è persona di sicura provenienza ambientalista, nella sua intervista a Stella Cervasio, ha ribadito che il Prg non verrà messo in discussione. Non è chiaro, tuttavia, quali parti della città rimarranno di competenza del suo assessorato e quali passeranno ad altri. Il ridimensionamento dell’Ufficio del Piano, tuttavia, non è poca cosa e riveste comunque un grande valore simbolico. E la politica, si sa, si nutre di simboli.

In conclusione, l’Ufficio del Piano andrebbe sostenuto, potenziato e rilanciato dalla politica e dall’amministrazione proprio in virtù di ciò che è stato realizzato nel passato e delle straordinarie potenzialità per il futuro che esso incarna. Siamo ancora in tempo? La decisione della giunta suscita serie perplessità. E se dovesse essere confermata, la Napoli dei nostri figli potrebbe pagare amaramente le conseguenze di scelte prive di una visione riformatrice di lungo periodo, non fondate sulla consapevolezza di quale sia l’interesse generale, schiacciate invece sul bisogno del consenso immediato. E sarebbe, ancora una volta, il trionfo della Napoli dello stereotipo.

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