Un colpo al liberismo
Alberto Ugo; Lucarelli Mattei
Depositando due lunghe e articolate sentenze, la 199 e la 200 del 2012, la Corte Costituzionale ha reso giustizia al movimento referendario e ha posto finalmente un limite al delirio di onnipotenza del legislatore neoliberista nella sua versione bipartisan di casa nostra. Dietro a tecnicismi talvolta eccessivi (che già avevano reso la discussione orale del 19 giugno scorso meno interessante di come avrebbe potuto essere), con i quali la Corte (soprattutto nella sentenza 200) ha probabilmente cercato di depotenziare in parte la bomba politica rappresentata da questa decisione, un dato è chiarissimo.

I referendum del giugno 2011 non riguardavano soltanto l'acqua ma costituivano un tassello chiave nella costruzione di un'altra visione del pubblico che coinvolge l'intero settore dei servizi pubblici e che è coerente con la nostra Costituzione economica ben più di quanto non lo sia la politica neoliberale delle dismissioni. Su questa diversa visione, antitetica rispetto al riformismo neoliberale, il popolo sovrano si era pronunciato e la volontà popolare doveva essere rispettata tanto dal governo di Berlusconi quanto dal suo successore «tecnico».

La sentenza, oltre che politicamente dirompente perché da oggi più nessuna amministrazione locale di qualsivoglia colore politico potrà trincerarsi dietro l' obbligo di smantellare i servizi pubblici ma dovrà assumersi tutta la responsabilità politica delle proprie scelte, è tanto storica quanto essenziale in questo momento di frana della democrazia costituzionale. Storica perché mai prima la Corte aveva tracciato così chiaramente, in una ratio decidendi, l'esistenza di un vincolo referendario non superabile dal Parlamento. Vincolo che in un regime fisiologico di rappresentanza politica potrebbe pure non sussistere sul piano formale (come ha fin qui sostenuto, ieri smentita dalla Corte, gran parte della dottrina costituzionalistica italiana) ma che in questa situazione di non rappresentatività del parlamento e di sospensione della democrazia prodotta dal «governo tecnico» costituisce un baluardo prezioso per il nostro sistema delle garanzie.

Esattamente un anno fa, dopo aver fatto invano pervenire al Presidente Napolitano (che la Costituzione fa supremo garante del suo ordine) un plico contenente quasi 10.000 firme che lo invitavano a non firmare il Decreto di Ferragosto oggi dichiarato incostituzionale, avevamo scritto al presidente della Puglia, Vendola, proprio dalle pagine del manifesto, pregandolo di darci mandato di rappresentare la regione Puglia in un ricorso diretto dal significato politico importantissimo, ben superiore ai tecnicismi pur importanti del rapporto fra Stato e Regioni. Lo avevamo fatto perché convinti che il Comitato Referendario, organo costituzionale caduco, non avesse legittimazione ad agire e ben consci dei rischi che la particolare prospettiva di un ricorso da filtrarsi tramite l'interesse della Regione avrebbe prodotto. Il presidente Vendola ci aveva ascoltati, e il senso politico di questa operazione è chiarissimo e documentato sulle pagine del nostro giornale.

In effetti, la Corte, che certo avrebbe potuto cavarsela con il tecnicismo (che invece ha adoprato per indorare al governo la pillola del suo operato, tramite qualche frecciatina alla «genericità» del nostro argomento) è invece andata al sodo dichiarando forte e chiaro che la democrazia diretta è una cosa seria e che tutti, proprio tutti, dovrebbero rispettare la volontà del popolo piuttosto che legittimare la depredazione del suo patrimonio comune a vantaggio di alcuni interessi privati. La Corte Costituzionale, che già aveva dimostrato un certo coraggio nel respingere il castello di menzogne che volevano l' inammissibilità del Referendum (sentenza 24 2011) ha saputo interpretare con queste sentenze la sua funzione di garante della Costituzione e dell' interesse pubblico. Speriamo che altre alte istituzioni prendano esempio.

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