Bacini idrografici come confini provinciali
Giorgio Nebbia
Uno stimolo intelligente a ragionare col cervello anziché con l'accetta sulle ragioni dell' "area vasta" e su ruolo dell'acqua nella vita e nel governo del territorio. La Gazzetta del Mezzogiorno 24 luglio 2012, con postilla
La proposta governativa di accorpare alcune delle attuali province, per risparmiare soldi, potrebbe offrire l’occasione per una originale operazione culturale ed ecologica. I confini fra le regioni e le province italiane coincidono, in molti casi, con quelli fra gli stati esistenti prima dell’unificazione d’Italia del 1861. Molti di tali confini erano rappresentati dai fiumi che, in quei tempi, erano facilmente difendibili da una invasione nemica e rendevano facile controllare i commerci e riscuotere le imposte: ne sono esempi il Ticino fra Piemonte e Lombardia, il Po fra Veneto e Emilia, eccetera.

La cultura ecologica odierna ha invece riconosciuto che il fiume è punto non di divisione, ma di unione fra terre vicine e ha rivalutato l’importanza del bacino idrografico, quel territorio i cui confini, ben definiti geograficamente, coincidono con gli spartiacque dei monti e colline. Nel bacino idrografico, che comprende il fiume principale e i suoi affluenti, torrenti e fossi, si svolgono tutte le attività agricole, industriali, urbane; nel bacino idrografico vengono immessi tutti i rifiuti solidi, liquidi e anche gassosi, generati dalle attività umane, ma anche i prodotti dell’erosione dei terreni: Tutte le frazioni solubili dei rifiuti, dai residui dei concimi, a quelli industriali, ai rifiuti urbani, immessi nel bacino, si disperdono nelle acque superficiali e sotterranee e vengono trascinate dalle piogge verso il mare che funziona da grande collettore finale di tutti gli eventi ecologici ed umani che si sono svolti all’interno del bacino.

Soltanto nell’ambito di ciascun bacino idrografico possono essere organizzate le azioni di lotta all’inquinamento delle acque e di difesa del suolo mediante rimboschimento. Per inciso, l’acqua che scorre nei bacini idrografici italiani ha un “contenuto di energia rinnovabile” di circa 200 miliardi di chilowattore all’anno, ma di queste solo una quarantina è prodotta oggi come energia idroelettrica.

L’importanza del fiume e del bacino idrografico ai fini dell’amministrazione del territorio fu riconosciuta dall’assemblea costituente della Repubblica nata dalla Rivoluzione francese del 1789; un gruppo di geografi ebbe l’incarico di dividere il territorio francese in dipartimenti a ciascuno dei quali fu dato il poetico nome del fiume principale o della montagna; così da allora si hanno i Dipartimenti della Mosa, della Mosella, dell’Alta Loira, del Basso Reno, eccetera, un centinaio più o meno come le province italiane attuali. Lo stesso criterio fu applicato ai territori italiani ”sotto” la Francia, nacquero così i Dipartimenti dell’Olona (con capoluogo Milano); del Serio (capoluogo Bergamo); del Brenta (capoluogo Padova); del Basso Po; del Reno (capoluogo Bologna); del Taro, dell’Arno (capoluogo Firenze), dell’Ombrone (capoluogo Siena), eccetera. In Francia i dipartimenti col nome di fiumi sopravvivono da due secoli, in Italia furono cancellati dalla restaurazione del 1814.

Nell’attuale divisione amministrativa dell’Italia, i fiumi e i bacini idrografici sono frazionati fra regioni e province vicine, ciascuna delle quali può condurre una politica ambientale differente, al punto che certe attività possono essere vietate su una riva di un fiume e permesse sull’altra riva se questa è “sotto” un’altra regione. Soltanto nel 1989 fu emanata una legge di difesa del suolo e delle acque che prevedeva che le attività nell’ambito di ciascun bacino idrografico, anche se esso si estendeva nel territorio di differenti regioni o province, dovesse essere gestita da speciali autorità di bacino che avrebbero dovuto coordinare le iniziative e pianificare (la legge usava proprio questo termine) gli interventi e le spese, costringendo le regioni a decidere insieme quello che occorreva fare o non fare nel bacino idrografico che ricadeva nei rispettivi territori.

La legge non ebbe mai effettiva applicazione e poi è stata sostituita da altre; la diffusione di una “cultura” di bacino idrografico, quella che avrebbe potuto portare ad una solidarietà fra gli abitanti di ciascun bacino, indipendentemente dalla regione di appartenenza, si è sempre scontrata con interessi politici e amministrativi locali. Ebbene: nella suddivisione e riaggregazione delle varie province i nuovi confini potrebbero coincidere con quelli dei bacini idrografici, magari assegnando alle nuove province il nome del fiume principale. Tanto per fare un esempio, le province di Foggia, Barletta, Andria, Trani potrebbero diventare, senza far torto a nessuno, una “Provincia dell’Ofanto”. Perugia e Terni hanno in comune il bacino dell’”Alto Tevere”; Siena e Grosseto “appartengono” al bacino dell’Ombrone; La Spezia (Liguria) e Massa Carrara (Toscana) hanno in comune il bacino del Magra-Vara (e che siano state costrette a lavorare insieme si è visto nell’alluvione dell’ottobre 2011).

Nel gran fermento di proteste per lesi interessi locali, la presente modesta proposta può sembrare una bizzarria. Forse il governo potrebbe consultare un gruppo di storici e geografi per verificare se è possibile trasformare una operazione di risparmio di soldi, in una duratura riforma amministrativa, culturale e ambientale.

Postilla

La proposta di Giorgio Nebbia ha un triplice significato positivo: (1) riproporre, come base delle decisioni sul territorio che ne comportano le trasformazioni e l loro governo, la sua natura propria (e il territorio non è una macchina per far quattrini, ma la dimora dell’umanità e di molte altre specie; (2) nel sottolineare, in qualunque discorso o dispositivo che concerna il territorio, il ruolo delle acque che sono, un bene primario per tutti (“universale” più che “comune”); (3) invitare a porre il ragionamento, e le decisioni, sulle province e il loro abbandono su una base appena un po’ più razionale di quella del letto di procuste e delle determinazioni esclusivamente quantitative, e per di più meramente finanziarie e congiunturali.

La questione è: quali sono i problemi del territorio (come città dei cittadini, e non come mero supporto all’incremento di un PIL drogato dalle rendite) che richiedono un governo d’area vasta, e quindi una visione e un insieme di politiche per le quali sia la dimensione locale che quelle sovraordinate – comprese la nazionale e la regionale – si sono rivelate fin dall’inizio incompetenti. Nebbia sottolinea il ruolo delle acque, ed è certamente di grande rilievo, ma non è la sola questione che richiede un governo (e un’istituzione) d’area vasta. C’è poi quello della mobilità e dei trasporti, dell’abitazione, delle attrezzature e dei servizi intercomunali e sovralocali, quello della gestione dei rifiuti e via enumerando.

su eddyburg ci sono numerosi scritti che illustrano le ragioni del governo d’area vasta, del ruolo delle province e di quello della pianificazione territoriale (generale e specialistica)in relazione a qesti problemi. Qui di seguito ne indichiamo qualcuno, Sono una testimonianza del modo in cui se ne discusse, e dei risultati che si raggiunsero nei decenni che precedettero quelli torpidi e insensati nei quali ancora viviamo, sempre più a fatica.

Livelli di pianificazione e livelli di governo, Intervento, Bologna 1984 piano d’area vasta nell’esperienza di Salerno, saggio, Pianificazione e paesaggio nel Mezzogiorno, saggio, Piano per la regione metropolitana di Parigi, Lucio Gambi e la riforma delle circoscrizioni amministrative
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