Benvenuti a Eataly Roma: osterie, botteghe e show per il luna park del cibo
Maria Novella De Luca
Nell'outlet della buona tavola, concentrato quanto sparisce sistematicamente attorno. Che altro? La Repubblica, 11 giugno 2012, postilla . (f.b.)
ROMA— La grande scritta sulla vetrata a volta si vede già da lontano, arrivando sulla via Ostiense, oltre il Gazometro e il Porto Fluviale, tra ponteggi di restauri industriali e vecchi docks sul Tevere. “Eataly”: il nome spicca tra le arcate del famoso Air Terminal progettato dall’architetto spagnolo Julio Lafuente per i mondiali di Italia 90, struttura all’avanguardia costata cinquanta miliardi di denaro pubblico e quasi mai utilizzata, simbolo di spreco e degrado, ridotta negli anni a rifugio per senzatetto, profughi e diseredati.

È qui, in questo panorama completamente ridisegnato e restituito alla città, che è approdato “Eataly Roma” l’ultima creatura dell’imprenditore di Alba Oscar Farinetti, che dopo aver fatto prosperare la catena di negozi di elettrodomestici “Unieuro”, sta facendo riscoprire all’Italia (e non solo), il gusto del cibo di qualità, con un business che per il suogruppo ormai sfiora i 300 milioni di euro l’anno. “Eataly Roma”, che aprirà al pubblico il prossimo 21 giugno, è un gigantesco, immenso villaggio del buon mangiare e del buon vivere, 17mila metri quadri dedicati al gusto e alle eccellenze gastronomiche di ogni angolo d’Italia, no, anzi, alla bellezza, come dice Farinetti, perché, in genere, «chi cerca l’armonia mangia bene». E dunque un grande luogo conviviale, un po’ piazza, un po’ mercato, un po’ ristorante un po’ caffè, con librerie e aule didattiche, dove «il cibo italiano di alta qualità si può comprare, mangiare e studiare», scelto, cucinato e insegnato da grandi chef e chef emergenti, produttori doc piccoli e grandi, in collaborazione con Slow Food, e dove ogni scelta ha il suo perché.

La mozzarella di bufala ad esempio. Quella di Eataly è prodotta, a vista, nel suo “Mozzarella Show” da Roberto Battaglia, che oltre a saperla fare secondo la più rigorosa tradizione casertana (tutto latte di bufala senza aggiunta di latte vaccino), è anche uno dei pochi produttori che ha denunciato i boss della camorra che lo perseguitavano. O gli aperitivi dell’associazione “Vino libero” che si impegnano a produrre etichette prive da concimi chimici, diserbanti e solfiti aggiunti. Eccolo allora “Eataly Roma”, il più grande dei 19 Eataly sparsi in tutto il mondo, Tokio e New York compresi, una vera sfida imprenditoriale in una Capitale fortemente impoverita e depressa. Progetto nel quale Farinetti e il suo gruppo hanno investito oltre80 milioni di euro, acquistando e ristrutturando il vecchio Terminal Ostiense, immagine fino a ieri di uno dei grandi sprechi italiani, e assumendo 500 giovani lavoratori.

Dice Nicola Farinetti, figlio di Oscar e responsabile di “Eataly Roma”: «Abbiamo puntato su Roma perché ci dispiaceva che il nostro negozio più grande e famoso non fosse in Italia ma all’estero, a New York. E abbiamo pensato a Roma perché è l’unica vera metropoli italiana, immaginando un luogo frequentato sia da romani che da turisti, dove si possa mangiare, bene, a partire dai 4 euro di un panino, o ai 5 euro di una pizza margherita. Le nostre aspettative: 35mila visitatori e seimila pasti al giorno. Una sfida enorme…».Entrando è la luce delle vetratedisegnate da Lafuente riflessa in lampadari color acqua che colpisce prima di tutto, nei quattro piani collegati da scale mobili, tra spazi dove i decori dei tavoli e delle sedie ricordano il rosso della carne, l’ambra della birra, l’azzurro della pescheria. Tutto a Eataly si può comprare o consumare in loco, che sia una bistecca del presidio Slow Food “La Granda”, o un piatto di culatello di Zibello, un fritto misto nel “cuoppo” (cartoccio) di Pasquale Torrente da Cetara, o un piatto di spaghetti espressi ma soltanto dei pastifici di Gragnano.

E partendo dal piano terra si passa dai panini d’autore di “Ino”, alla piadineria dei “Fratelli Maioli”, costruita come i chioschi delle spiagge romagnole negli anni Venti. E poi la cioccolateria Venchi, dove la crema gianduia, con nocciole Piemonte ed emulsionata con olio extravergine Roi di olive taggiasche, sgorgherà ancora calda da rubinetti cromati per la gioia (e lo sballo) dei golosi. Racconta Nando Fiorentini, anima e cuore di tutte le pescherie diEataly: «Vorremmo insegnare alla gente a mangiare, anche il pesce povero, quello che non si conosce, e di cui invece i nostri mari sono ricchi …».

Oltre l’immenso reparto salumi e formaggi, oltre le pizze napoletane con farina macinata a pietra, l’ultimo piano è quello degli chef. Per il ristorante Italia, lusso con vista su Roma, Gianluca Esposito, 29 anni, per la cucina dei grandi eventi Massimo Sola. Il 14 giugno apertura di gala per politici e ministri. Ma attenzione: al pubblico ad inviti sarà servito un “non pranzo”. «Offriremo soltanto acqua minerale a tutti — raccontano i collaboratori di Oscar Farinetti — e devolveremo i soldi del pranzo ai terremotati dell’Emilia.

postilla
Slow Food rappresenta i buoni, quindi questa iniziativa sponsorizzata è automaticamente buona. Mi pare già di immaginarlo, anzi lo provo anch’io, l’automatismo da vittima della pubblicità occulta. Ma mi scatta anche l’altro automatismo, quello di provare a collegare una cosa all’altra, come del resto ha fatto anche la giornalista nel titolo: il parco giochi dell’alimentazione, la Disneyland della pastasciutta, l’outlet della cucina della mamma … Ricorda qualcosa, no? Ricorda per esempio come anche i primi osservatori non adolescenti del parco tematico originale negli anni ’50 notavano una cosa, ovvero che dentro il recinto la gente andava a cercare esattamente quello che stava sparendo (che si stava facendo consapevolmente sparire) fuori, ovvero la via tradizionale, la piazzetta dove ci si ritrova, le relazioni amichevoli semplici e spontanee. Secondo un criterio commercialmente ineccepibile: rendo scarsa una risorsa e la rivendo in esclusiva. Ora, è vero che magari Eataly “recupera” cose perdute o difficili da trovare, ma secondo quale percorso? È una specie di monastero benedettino dove si ricopiano pazientemente codici in attesa di tempi migliori per ristamparli e farli leggere a tutti, o l’ennesimo scatolone introverso a pareti cieche con ingresso a pagamento, dove si compra quello che prima era gratis, o quasi? Chilometro zero, o conto chilometrico a parecchi zeri? Ovviamente una risposta io non ce l’ho, chiedete magari a Slow Food (f.b.)

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