Un saggio rievoca la figura dell’urbanista: quando Cederna voleva salvare le bellezze d’Italia
Nello Ajello
È un’impresa ardua rievocare un uomo posseduto dal sogno di salvare l’Italia dal cemento. Ecco il compito cui si accinge Francesco Erbani con il suo volume intitolato Antonio Cederna (La Biblioteca del cigno). Il sottotitolo – "Una vita per la città, il paesaggio, la bellezza" – indica la direzione di questa ricerca che è, insieme, biografica e scientifica, se si riconosce all´urbanistica il valore di una disciplina del più alto rilievo politico-sociale. Riconoscimento doveroso, certo, persino ovvio, ma per nulla pacifico, come dimostrano la vita e l’opera del protagonista del libro. È molteplice l’immagine che Antonio Cederna lascia di sé, a sedici anni dalla morte, che lo colse, settantacinquenne, nel 1996. Di lui si può tracciare un profilo amaro, ma è difficile non lasciarsi attrarrre dall’energia e dall’abnegazione che ne animavano le "campagne". Insomma, dalla forza trainante della sua antirerotica.

Sì, ripeto, antiretorica, contrapposta alla retorica interessata di chi adoperava (e adopera) il Nuovo a base di ruspe e cemento come identikit del nostro tempo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, al centro della vivace predicazione di Cederna, opporsi a queste argomentazioni significava coalizzare contro di sé interessi di ogni genere: operazioni speculative, mitologie bugiarde, demagogie seducenti. E cioè lo sviluppo, il lavoro, l’avvenire contrapposto al passato. E, tutto questo, con mille insite contraddizioni. Come quelle in cui incorse Mussolini che, dopo aver definito i resti dell’architettura classica «calcinacci venerabili soltanto nella muffa e per gli imbecilli», si presentava come alfiere delle glorie classiche. Era ed è comunque facile, per gli edificatori incuranti di regole, rivolgersi al popolo confrontando l’asfalto luccicante delle autostrade ai sassi consunti delle vie consolari, presentare gli edifici massicci di marca recente come soluzioni adatte a ridicolizzare gli umili tessuti urbani lavorati dal tempo. Si potrebbe concludere che, specie in Italia, c’è sempre un Futuro in nome del quale sembri urgente disonorarsi.

Si tratta di una coalizione di interessi e pretesti che avrebbe scoraggiato chiunque. Non però Cederna. Lui si documentava sul campo con la destrezza di un segugio e la passione di un missionario. Nella redazione del Mondo, il settimanale che lo scoprì, fioccavano per lui vari nomignoli scherzosi, coniati dai colleghi, che così nascondevano una stima fiduciosa per il giovane don Chisciotte. Lo chiamavano "l’Indignato Speciale". O anche l’"Appiomane" per la campagna in favore dell’Appia antica, cui il libro di Erbani dedica pagine molto espressive. L’ex "Regina viarum" vi appare un "sobborgo" irto di "villini signorili", a volte arieggianti a "pagoda cinese", dotati di grandi piscine dal «fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli rossi e blu». E sarebbe anche poco se, a un passo da queste delizie – e qui lo sdegno di Erbani si mescola con quello di Cederna – i monumenti non diventassero "letamai".

Le sferzate inflitte da Cederna in tema di manutenzione dell’antico indignano, per contagio, tanti lettori che spesso si riuniscono in comitati protestatari. Ma l’effetto sull’operato delle autorità è blando. Certe promesse di pentimento e redenzione si mostrano, oltre che tardive, occasionali. Ci sarà sempre in vista qualche consultazione amministrativa nella quale le maggioranze cercheranno di non inimicarsi l’elettorato, in media favorevole al peggio. Le promesse di rigore, quando ci sono, vengono ammorbidite da un trio apposito: rinvii, deroghe, condoni. Sinonimi di "nulla di fatto": è accaduto così per l’Appia. Si ripeterà per il Progetto Fori, un disegno che consentirebbe il ritorno alla luce delle vestigia classiche sotterrate dalla goffa "grandeur" littoria. Architetti di gran nome avevano collaborato alla sua ideazione, sindaci come Argan e Petroselli lo avevano fatto proprio. Ma nei loro successori la passione perse smalto. «Bello, certo, ma forse domani…», questo fu, nei casi migliori, il "mot de la fin" per l’ambiziosa impresa.

Ho potuto soffermarmi su pochi esempi, e tutti romani, fra quelli di cui trabocca il libro di Erbani. Non mi resta che ricordare come la determinazione tecnica, che si scorgeva nelle campagne giornalistiche di Antonio Cederna – milanese di nascita, nato agli studi come archeologo - si accoppiasse a uno stile assai personale. Tornano in mente titoli come La città Eternit, Mirabilia urbis, La morte a Venezia, Napoli città omicida, I vandali in casa, La caduta di Milano, Distruggiamo le chiese. Ogni titolo un possibile slogan, adatto a far soffrire. E sia pure così. Ma a questo punto devo citare una frase – la leggo in questo volume – che Leonardo Benevolo rivolse ai seguaci di Cederna, i quali, dopo ogni battaglia perduta o vinta con fatica e a metà, continuavano a crescere. «Pensate», osservò quello storico dell’architettura «che cosa sarebbe l’Italia se Antonio fosse pigro».

Il volume di Francesco Erbani
Su Cederna, in eddyburg

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