Renzo Piano: come si trasforma una città
Curzio Maltese
Chissà perché la stampa è concorde nel dichiarare la fine delle grandi narrazioni politiche, e invece quando si tratta di archistar scatta il miracolo … La Repubblica, 20 maggio 2012, postilla . (f.b.)
Sono passati vent’anni dall’inaugurazione del Porto Antico di Genova, per l’Expo del ‘92. So che lei ama molto di più parlare del futuro che del passato e in genere non le piacciono le celebrazioni. Ma forse possiamo parlare del futuro anche rievocando un ventennale. Il Porto Antico fu una delle ultime grandi opere a cambiare il cuore di una grande città italiana. Da allora ha prevalso, nel migliore dei casi, una specie di pietoso maquillage.

Fra due anni ci sarà l’Expo di Milano e nessun milanese, compreso me, si aspetta che cambi in meglio la vita della città, come fece il Porto Antico a Genova. Senza fare altre polemiche, quale fu l’idea guida di quel progetto?
«Senza polemiche, ricordo soltanto i fatti. Il motto dell’intera impresa fu una frase in genovese, che presentammo perfino nel progetto alla commissione internazionale, con traduzione a lato. La frase era: Chì nù se straggia nìnte. Qui non si spreca nulla. E infatti vent’anni dopo non si è buttato nulla. Tutto è rimasto, ha continuato a vivere e a popolarsi di gente, sempre di più. L’Expo fu una formidabile occasione, perché c’erano finalmente i soldi per risolvere un grande problema di Genova, la decadenza del vecchio porto, che rimaneva il cuore cittadino. Un cuore ormai molto malandato. Ma da genovesi inorridivamo all’idea di usare quei soldi per costruire soltanto una colossale e costosa vetrina internazionale, da smantellare il giorno dopo, come è avvenuto dappertutto dopo l’Expo».

In tempi di crisi della politica e di antipolitica montante, anche sotto le insegne del suo amico Beppe Grillo, vale la pena di ricordare che quel progetto fu possibile grazie alle personalità illuminate del sindaco Fulvio Cerofolini, ex partigiano e sindacalista, e del suo vice, Giorgio Doria, il "marchese rosso" diseredato dalla famiglia per l’impegno in politica, padre del nuovo sindaco Marco Doria. Non è così?
«Assolutamente sì. Fu un progetto collettivo, io mi limitai a fare il geometra della situazione. L’opera prese alcuni anni e collaborai bene con vari sindaci, Cerofolini, Campart, Merlo. Ma tutto nacque con Cerofolini e Giorgio Doria, i migliori politici nei quali un architetto potesse imbattersi, onesti, moderni, colti. Giorgio Doria prese l’iniziativa di consultare per primo Fernard Braudel, il grande storico del Mediterraneo, andammo insieme e fu un incontro decisivo. In qualche modo paradossale. Sembrava conoscere meglio il carattere della città lui che noi due genovesi. E Doria era perfino discendente di un doge».

Venezia e Genova, miracoli della civiltà mediterranea, Braudel le aveva studiate per una vita. Come influenzò il suo lavoro di "geometra"?
«Mi convinse appunto a fare il geometra. Il miracolo urbano, l’utopia felice di Genova e di Venezia consistono all’essenza nel genio con cui sono utilizzati spazi minimi. Dal mio studio verso Arenzano fino a Nervi, Genova è una striscia cittadina di ventidue chilometri, stretta fra alte montagne e un mare profondo. Lo sfogo e la ricompensa di tanta angustia, fisica, politica ed economica, è sempre stato il porto, l’apertura al mondo. In quegli anni però la città aveva voltato le spalle al mare, il vecchio porto era diventato una specie di ghetto. Bisognava riaprire quella porta, quella piazza, l’unica vera piazza di Genova. Vede, i miei ricordi più belli da bambino erano di quando mio padre mi portava per mano la domenica a passeggiare al porto. Da decenni nessuno lo faceva più, nemmeno io coi miei figli».

Se l’obiettivo era di riportare padri e figli per mano nel porto antico, è stato raggiunto alla grande. Non solo fra i genovesi. Milioni di bambini ora conoscono il porto antico e l’acquario.
«Sì, ed è una grande gioia. Qualcuno dice anche che l’acquario ha avuto fin troppo successo e in un certo senso sono d’accordo. Da genovese mi piacerebbe che i turisti non si fermassero all’acquario e dintorni, ma salissero per visitare uno dei centri storici più belli del mondo».

Uno dei motivi per cui Piano passerà alla storia è questa capacità di popolare zone morte delle città. Il centro Pompidou, il porto di Genova, Potsdamerplatz a Berlino, il quartiere dell’Auditorium a Roma. Esiste un segreto da rivelare ai giovani architetti?
«Ai ragazzi che vengono a bottega da me, a Genova o a Parigi, dico sempre di stare molto attenti a come si comincia un progetto. Io disegno per prima una piazza, sempre. Il vuoto, prima del pieno. Italo Calvino, che ho avuto la fortuna di conoscere bene, scriveva che ogni città ha un luogo felice e sono felici i luoghi dove i cittadini vanno volentieri».

La piazza è la grande invenzione urbanistica e politica degli italiani. Nel Settecento venivano chiamati gli architetti italiani per costruirle in tutta Europa, da San Pietroburgo a Salisburgo. È ancora così, almeno per lei?
«Sì, mi chiamano in giro per il mondo anche per questo. Prenda il progetto della nuova sede della Columbia University a New York. Nasce tutto intorno a una piazza e credo sia questa una delle principali ragioni per cui l’hanno scelto».

A Genova la piazza del porto antico è piuttosto singolare, una piazza a mare, come la splendida piazza dell’Unità a Trieste.
«Una piazza fra due città, la Genova di pietra dei palazzi del centro e la Genova d’acqua del porto. Una potente ed eterna, di marmo, l’altra mobile, con una toponomastica che cambia ogni giorno, anzi quasi ogni ora, con le navi alte come palazzi che vanno e vengono. Nel mare che si muove anche di notte, non sta fermo mai, come canta Paolo Conte. Un altro elemento importante era creare un luogo internazionale, nel solco della tradizione cittadina. Genova è una città internazionale per vocazione e necessità. Ha fatto del meticciato, la propria forza. È da secoli multietnica, si direbbe oggi. Se prendi i pittori genovesi del quindicesimo secolo, trovi in ogni ritratto di famiglia un nero, un orientale. La facciata della chiesa di San Lorenzo è fatta con pezzi presi da tutto il mondo. Nei mercati cittadini trovavi sapori e odori di ogni angolo della terra».

Negli anni del progetto del porto antico, un suo amico, Fabrizio De Andrè, inventava con Creuza de ma la world music, mescolando le sonorità del Mediterraneo, intorno alla riscoperta della lingua genovese. Oggi la via che costeggia l’acquario porta il suo nome.
«Gli sarebbe piaciuta, è una via che porta al mare, dove finiscono tutte le storie dei genovesi. Fabrizio è stato un fratello per trentacinque anni e uno dei primi a cui ho parlato del progetto. Il fatto curioso è che io cercavo da architetto di fare il poeta e lui, poeta vero, invece mi incalzava molto sugli aspetti pratici. De Andrè era coltissimo, curiosissimo della tecnica, sempre aperto al nuovo. Ricordo che già allora parlava di sostenibilità, un concetto sconosciuto all’epoca. L’intuizione di incrociare le tradizioni musicali del mondo era in anticipo di vent’anni sulle mode e in un’Italia dove l’immigrazione straniera ancora quasi non esisteva».

Oggi le città italiane sono sempre meno vivibili, divise in ghetti per ricchi e per poveri. Per non parlare dello scempio dei nostri porti. È possibile invertire la tendenza?
«È paradossale, ma quando vado in giro per il mondo, da Los Angeles a Seul, tutti citano come modello le città italiane, il nostro stile, il vivere appunto in piazza, in strada. Noi invece negli ultimi anni abbiamo pensato di imitare mediocri modelli stranieri, immaginando d’inseguire chissà quale straordinaria modernità. Sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città. E naturalmente bandire le automobili dai centri cittadini. Riacquistare insomma uno sguardo più lungo. La politica di questi vent’anni ha inseguito il consenso giorno per giorno, ma alla fine lo sta perdendo tutto insieme. Mi auguro che chi arriverà abbia imparato la lezione».

postilla
Un miracolo, non c’è che dire: se in cima alla torre eleviamo un architetto, meglio ancora un’archistar mediatica terzo millennio, invece della solita barzelletta su chi buttare giù per primo ne nasce la grande narrazione urbana. Scherzi a parte, nonostante sia il giornalista poco pettegolaio che l’architetto con ego misurato attenuino l’effetto, siamo sempre dalle parti del famoso equivoco per cui quando un centro urbano, un’area metropolitana, rinascono a nuova vita dopo una crisi di qualunque genere, si va a cercare la chiave di tutto in chi ha messo la ciliegina sulla torta. Come spiegare in altro modo l’entusiasmo con cui sindaci di tutto il mondo chiamano appunto i grandi nomi del design internazionale a “risolvere i problemi urbanistici”? Quando, sindaci in testa, dovrebbero ormai averlo capito tutti che se la città è di tutti, naturalmente è anche dell’architetto. Ma non più di così. Lasciamone magari un pezzettino pure al fruttivendolo, alle studentesse sui gradini della biblioteca, a quel tizio che si allaccia le scarpe contro il paracarro … (f.b.)

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