Oltre i limiti culturali di una certa idea di salute
Oswin Baker
L’urbanistica un tempo aveva un rapporto diretto con la lotta alle patologie sociali: oggi ci basta, costruire solo qualche ospedale? The Guardian, 9 maggio 2012 (f.b.)
Titolo originale: Public health: bridging the cultural faultlines – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Con la riforma delle competenze delle amministrazioni locali britanniche la salute tornerà ad essere fra i compiti dei comuni, ed è una enorme occasione per orientarsi verso un’idea più “olistica” dello star bene: ma sono ancora troppi nel settore a ritenere che questo termine olistico sia solo una generalizzazione gergale e impropria. Per l’amministrazione, vuol dire in realtà non limitarsi a servizi specifici, come un sostegno a chi vuol smettere di fumare, ma pensare anche in termini di parchi, giardini, scuole, centri per i giovani, attività fisica, settore alimentare. In breve, tutto ciò in cui una amministrazione locale può intervenire.

Gestire la salute collettiva può essere qualcosa di spaventosamente difficile. Bisogna partire dall’affrontare questioni poco conosciute, come tutto quanto si lega all’obesità, una sana vita sessuale, il problema del bere, e poi c’è il timore di confrontarsi con quella che è la cultura dominante dei medici. Ci fidiamo tutti quanti del nostro dottore (almeno, secondo i più recenti sondaggi, l’88% si fida), e quindi perché mai un amministratore dovrebbe mettersi a discutere quel loro specifico punto di vista sulla salute? E invece è un problema molto reale quello di superare la distanza fra due culture che determina il nostro modo di pensare alla salute, dal considerare la persona in quanto paziente o invece cittadino. Per dirla come mi spiegava un collega: “Il servizio sanitario nazionale cura le persone, noi siamo al loro servizio". Davanti a un dilemma del genere, la cosa più facile sarebbe che un comune assumesse una funzione di erogatore di servizi sanitari decisi da medici e dai loro organismi: parrebbe tutto risolto.

Ma non è certo l’unico metodo. Le amministrazioni hanno già oggi a disposizione molti strumenti diretti e indiretti per intervenire sulla salute, si tratta soltanto di farli crescere e adeguarli. Ad esempio urbanistica e politiche urbane. Si tratta di una delle competenze centrali di un governo locale, qualcosa che fanno tutti, e ha un rapporto immediato con la salute collettiva. Solo che sinora quegli aspetti di solito non sono stati sufficientemente considerati, tanti uffici tecnici e di programmazione sono del tutto estranei alle riflessioni di comitati ed enti di settore. Mentre invece il rapporto diretto tra forma urbana e salute è stato esplicitamente riconosciuto in sede ufficiale quando si tratta di diseguaglianze, come testimoniano i rapporti ufficiali. Ed è stata anche esplicitamente raccomandata una correlazione diretta proprio fra programmazione del territorio e dell’intervento sanitario. Attuarla potrebbe anche far risparmiare risorse.

Ad esempio per affrontare l’obesità, certo esiste l’aspetto sperimentato delle campagne di informazione, dei servizi territoriali sull’alimentazione e le diete, ma esistono anche chiare indicazioni del rapporto diretto fra diffusione dei fast food in un’area e tassi di obesità fra la popolazione. Qui gli uffici comunali possono intervenire molto direttamente, sviluppando programmi contro l’obesità che partono da strategie contro l’eccessiva concentrazione di questo genere di esercizi. Certo si tratta solo di uno degli aspetti. Ma occorre iniziare a fare dei collegamenti, fra settori di intervento noti, e questi aspetti relativamente nuovi riguardanti la salute, un’amministrazione non solo deve dimostrarsi in grado di svolgere una funzione delegata, ma anche di costruire nuove culture più integrate.

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