Obama, le città risorte, il nuovo secolo americano
Mattia Ferraresi
Alcune esperienze di gestione urbana negli Stati Uniti, con qualche intercalare di troppo del giornalista un po’ schierato. Il Foglio, 26 maggio 2012 (f.b.)
La città di Vallejo, in California, è troppo lontana da Hollywood per potersi permettere un happy ending, ma in quel fazzoletto della Bay Area caduto in depressione nel 2008 qualcosa è successo. Qualcosa di intimamente americano. Vallejo è stata la prima città degli Stati Uniti a dichiarare la bancarotta; lo ha fatto nel maggio del 2008, quando la crisi globale non era ancora scoppiata ma la California già manifestava sintomi di un malessere che non sarebbe passato in una notte. La città, un porto industriale con 120 mila abitanti, rappresentava lo standard negativo della gestione municipale. Lo stipendio del city manager era superiore a quello di un giudice della Corte suprema, il capo della polizia aveva un salario da 200 mila dollari l’anno e gli stipendi degli amministratori cittadini erano modellati su standard di quel genere, tanto che a fine anno l’80 per cento del budget municipale veniva usato per coprire gli emolumenti della pubblica amministrazione.

Non poteva durare, e infatti Vallejo è collassata nel modo più doloroso, sopraffatta dai debiti e incapace di far fronte alle spese ordinarie. Molti abitanti hanno abbandonato la nave che affondava e negli ultimi anni si è parlato di Vallejo soltanto per la migrazione di prostitute, ultima resistenza della logica di mercato, e per il tasso di criminalità in spaventoso aumento. Quella che una volta era stata una cittadina laboriosa plasmata dalle braccia della working class si è trasformata in una suburra senza legge.

I cronisti del Washington Post però sono tornati a Vallejo per documentare un’inversione della tendenza degradante, una spinta nata dal basso che sta alleviando le pene che l’amministrazione cittadina aveva iniziato ad affrontare quando ormai i problemi erano insolubili. Da tragedia ineluttabile mandata come contrappasso per le colpe di una classe dirigente irresponsabile, la bancarotta si è trasformata nell’occasione per una rinascita. I consiglieri comunali Marti Brown e Stephanie Gomes si sono guardati intorno alla ricerca di modelli di città “rinate” da imitare e hanno importato le ricette giuste per fronteggiare la crisi. Hanno installato telecamere in tutta la città per aumentare la sicurezza contenendo i costi e hanno coinvolto la popolazione per aiutare volontariamente il lavoro della polizia.

Un sistema basato sui social network permette di condividere in modo capillare le segnalazioni criminali, e nello spirito della collaborazione per tenere in piedi la città, gli “watch group” di quartiere – le ronde, per intenderci – sono passate da 15 a 350. Gli abitanti della città si sono kennedianamente chiesti cosa avrebbero potuto fare loro per la città non viceversa, e hanno agito di conseguenza. Il consiglio della città ha disposto il taglio dei salari della pubblica amministrazione, ma non ha toccato le pensioni e altri benefit per non dare agli abitanti un ulteriore incentivo a lasciare la città.

La tassa sui beni di consumo è stata aumentata di un centesimo, e in cambio l’amministrazione comunale ha disposto che siano i cittadini a decidere come spendere i nove milioni di dollari raccolti. Brown dice che la rinascita di Vallejo “è una cosa che non avremmo voluto affrontare, ma si sta trasfromando in un’esperienza positiva”. E in questa frase è incastonato lo spirito americano, un valore non monetizzabile che finisce per generare modelli funzionanti, nel settore privato come in quello pubblico. Vallejo è un esperimento geograficamente ed economicamente limitato al quale non si può chiedere di ispirare la salvezza americana, ma è l’incarnazione di una pragmatica positività che si esprime fattivamente soltanto oltreoceano.

Saranno le città autogestite come Vallejo a trainare il “nuovo secolo americano” di cui Obama – riprendendo Reagan, i neoconservatori e rubando la citazione a Mitt Romney – ha parlato ai militari di stanza in un’altra città “rinata”, Colorado Springs? Forse non direttamente. Ma le parole del presidente e gli anonimi cittadini di Vallejo che ridipingono le cancellate arrugginite e puliscono i parchi pubblici pescano dal comune bacino dell’ottimismo americano, fonte inesauribile di azione e antidoto contro le tentazioni sterili delle lamentele.

Gli abitanti di Vallejo non possono guardare lo stato alla ricerca di soluzioni, semplicemente perché lo stato, in questo caso, è parte del problema, non la soluzione, sempre per volare in quota Reagan. Allo stesso modo, il presidente democratico e pragmatico Obama non può fare a meno di rispondere ai venti di crisi rilanciando un’idea eccezionalista che prima di essere progressista o conservatrice è intimamente americana. Il presidente aveva già mostrato la sua posizione antideclinista quando aveva fatto sapere, con strategico tempismo, di avere molto apprezzato il libro “The World America Made” dello storico neocon Bob Kagan, sontuoso debunking della mitologia declinista che si è impossessata degli americani.

A Colorado Springs ha mandato in onda il sequel. Per capire che la possessione declinista è soltanto uno sbandamento, un’ubriacatura, non la norma del pensiero americano, si può andare ad assistere alla rinascita civile di Vallejo, oppure, con più agio, si può compulsare l’ultimo volume di Daniel Gross “Better, Stronger, Faster: The Myth of American Decline… and the Rise of a New Economy” e rendersi conto che la rinascita, del rimbalzo, le maniche rimboccate, la responsabilità personale, la reazione alle avversità sono concetti che vengono prima di qualsiasi distinzione ideologica. L’America che mostra la maglia di Superman sulla copertina di Newsweek è un’immagine potente, e anche quella è un sequel dell’“America is back” con cui il settimanale ha scandalizzato il coro delle cassandre nel 2010. Fra Washington e Vallejo qualcosa succede. Qualcosa.

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