Nella città deserta dei palazzinari "Banche piegate dalla bolla edilizia"
Omero Ciai
Il crollo in Borsa della quarta banca spagnola, Bankia (meno 29%), la corsa al ritiro dei conti correnti nelle sue agenzie (pubblicata da El Mundo, ma smentita dal governo), e il declassamento da parte di Moody’s del rating di 16 banche spagnole, praticamente di tutto il sistema finanziario iberico, comincia in queste assolate e polverose vie deserte a metà strada fra Toledo e Madrid. Cinque o sei anni fa, quando l’edilizia tirava, Francisco Hernando, detto Paco "el pocero", il più famoso, furbo e avventuroso, "palazzinaro" del paese, riuscì a raccogliere milioni di euro in prestito per il suo progetto. Una urbanizzazione da 60mila abitanti non troppo lontano dalla capitale per risultare appetibile ad una giovane classe media in fuga dai costi esorbitanti degli appartamenti in città. Angelica, la benzinaia, ride ancora. Se li ricorda quando arrivarono Paco e i suoi operai, quei poveracci a cui il "palazzinaro" non ha mai pagato neppure i contributi pensione e malattia, per trasformare i campi della Sierra dietro al suo distributore in una nuova città.

Era terreno agricolo ma bastò ungere un po’ il sindaco dell’epoca per costruirci giardini, piscine condominiali, qualche campetto da tennis, il rettangolo della pallacanestro e un piccolo stadio. Il tutto in mezzo a numerosi casermoni stile edilizia popolare, ma appena un po’ più chic, lungo i quali oggi non passeggia proprio nessuno. Le finestre, con le persiane di plastica rosse, sono tutte chiuse dal primo al settimo piano. La guardiola del portiere abbandonata, perfino l’ufficio vendite all’angolo del primo edificio è chiuso. Così per tutte le strade, a destra e a sinistra, un edificio dietro l’altro. Alcuni lavori sono stati lasciati a metà, quando s’è chiuso il rubinetto dei prestiti. Dopo gli ultimi due edifici e prima del laghetto ci sono le fondamenta già pronte per altri palazzi mai costruiti e molte strade non portano da nessuna parte, finiscono all’improvviso nei campi. Ai prezzi del 2007 un appartamento di 65mq da queste parti costava più di 200mila euro, oggi le banche che hanno messo i soldi e poi hanno espropriato "el pocero", finito nel frattempo in bancarotta, cercano di venderli a 60mila euro, o di affittarli per 400 al mese. Ma non c’è niente da fare. "El residencial Francisco Hernano", come recita la scritta all’ingresso dell’urbanizzazione, è spaventosamente vuoto. «In cinque anni avranno venduto forse un migliaio di appartamenti», dice Angelica, «e gli unici residenti che vedo io sono quelli che vengono qui a lamentarsi perché gli hanno rubato qualcosa».

In tutta la cintura intorno a Madrid ci sono villaggi nuovi e abbandonati come a Seseña. Adesso li chiamano "low cost" perché pur di vendere qualcosa le agenzie immobiliari delle banche fanno prezzi stracciati. Dopo la sbornia dei soldi facili per la speculazione edilizia, la crisi ha trascinato tutti nel baratro e in rosso per i prestiti ormai a fondo perduto ci sono i maggiori istituti di credito del paese. Nessuno escluso. In tutta la Spagna ci sono più di un milione di nuovi appartamenti invenduti e, sui bilanci delle banche, pesa ogni giorno di più la perdita di valore degli immobili senza proprietario. È il prossimo crac che genera gli incubi nei sonni del presidente del governo conservatore, Mariano Rajoy, e nel quale sono coinvolti tutti: Comuni, Regioni, politici di destra e di sinistra, a cominciare da Aznar, l’ex leader dei Popolari, che negli anni Novanta liberalizzò l’uso del suolo per lanciare l’ultima cementificazione delle coste spagnole. Anche nelle zone di villeggiatura il valore degli immobili crolla. È un segno dei tempi. Anche il turismo si contrae e d’altra parte da mesi la Spagna registra un calo nel totale della sua popolazione: le giovani coppie di diplomati e laureati senza lavoro lasciano il paese per cercare fortuna dall’altra parte dell’Atlantico.

La catastrofe del "ladrillo", il mattone, è la vera spina nel fianco dell’economia che rischia di rendere quasi automatico il contagio delle peste mediterranea, quella malattia che già soffia violenta fra Atene e Lisbona. La Spagna è in recessione da mesi e Rajoy non ha i soldi per salvare le banche. Finora il primo e unico intervento del governo, la nazionalizzazione di Bankia, è stato un disastro. Nell’incertezza generale ieri le azioni di Bankia hanno perso in Borsa il 29 per cento. Il governo nega che sia una conseguenza di un ritiro massiccio dei depositi ma il panico è in agguato e sorvola come un nugolo di corvi i segreti palazzi dei banchieri. L’altro fronte dell’emergenza sono i debiti contratti dalle Comunità autonome. Ieri l’agenzia americana Moody’s ha declassato anche i bonos sul debito emessi dalla Catalogna e da Murcia al livello dei titoli spazzatura, Junk bond. E tagliato il rating anche dell’Andalusia e dell’Estremadura. L’agenzia ritiene che nessuna di queste quattro grandi regioni spagnole riuscirà a raggiungere gli obiettivi di riduzione del deficit nel 2013 e che tutte, senza un intervento del governo centrale, rischiano di non poter onorare i loro debiti.

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