La morte di Arcus e il delitto perfetto
Maria Pia Guermandi
Col consueto stile manageriale dell’uomo del fare Corrado Passera...
Col consueto stile manageriale dell’uomo del fare Corrado Passera, ministro delle Infrastrutture, ha deciso di chiudere Arcus, la società per lo sviluppo dell’arte, la cultura e lo spettacolo creata nel 2004 con capitale sociale interamente sottoscritto dal Ministero dell'Economia, mentre l’attività derivava dai programmi di indirizzo forniti annualmente dal Ministro per i Beni le Attività Culturali.

Che sia un bene mettere una pietra tombale su uno dei peggiori esperimenti partoriti in campo di gestione culturale, divenuto, da subito, bancomat per regalie clientelari, da sempre oggetto di critiche della Corte dei Conti e più volte al centro di inchieste giudiziarie (cfr. Corrado Zunino su Repubblica di oggi) è fuori di dubbio.

In questi anni pressoché nessuno dei progetti finanziati da Arcus è mai rientrato nella mission della società: originariamente pensata per sostenere, con risorse provenienti dai fondi per le grandi opere, progetti di compensazione proprio sull’impatto che tali opere avrebbero avuto sul paesaggio e il patrimonio culturale, ben presto questi obiettivi si sono stemperati in “progetti importanti e ambiziosi concernenti il mondo dei beni e delle attività culturali, anche nelle sue possibili interrelazioni con le infrastrutture strategiche del Paese” (fonte Arcus).

Da lì, il passo è stato breve verso una deriva di mille iniziative, tutte riconducibili ad un padrino politico, identificabile in primis nei ministri dei beni culturali e delle infrastrutture e nel sottobosco che di volta in volta ruotava loro attorno. Vertice del malcostume, l’assegnazione dei fondi per la ristrutturazione del palazzo di Propaganda Fide, frutto di uno scambio fra l’ex ministro delle Infrastrutture Lunardi e il cardinal Crescenzio Sepe. E oggetto di ulteriore scandalo fu che nel programma delle attività 2010 successivo di qualche mese al terremoto a L’Aquila, alla ricostruzione del patrimonio culturale abruzzese fossero state destinate solo poche briciole, mentre decine di milioni erano assegnati in attività di “valorizzazione”.

Ma che questo passaggio sia ancora una volta stato deciso in altre sedi rispetto a quelle deputate, è sintomatico dell’attuale situazione di irrilevanza politica del Mibac e del suo Ministro pro tempore.
La chiusura di Arcus avrebbe dovuto essere il risultato di un coraggioso e onesto bilancio di questi anni (che invece, italicamente, si preferirà evitare) operato da parte del Mibac e non lo scippo, l’ennesimo, di risorse da parte degli interessi forti che sembrano prevalere nell’attuale governo.

Le ragioni addotte per la chiusura della società sono che Arcus avrebbe ormai esaurito la propria missione: al contrario, semplicemente non l’ha mai perseguita, ma ciò non significa che tale missione fosse sbagliata o inutile, anzi. Di fronte all’arrembante e pervasiva retorica della necessità delle Grandi Opere per la sopravvivenza economica del paese, necessario e urgente sarebbe dotare il Ministero di strumenti per mitigare in maniera non solo superficiale i danni, inevitabili, a paesaggio e patrimonio culturale.

L’alternativa è lavarsi la coscienza con i proclami quali la lettera del trio Passera, Ornaghi, Profumo a commento del così detto “manifesto della cultura” del Sole 24 Ore. Risposta consonante al vuoto e alla banalità con cui si sta cercando di nascondere il delitto perfetto: quello nei confronti dell’art. 9 della nostra Costituzione.

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