La mobilità sociale deve essere legata al luogo
Micheal Meadowcroft
Il territorio sbandierato come categoria dello spirito, è contenitore dell’innovazione e dello sviluppo socio-spaziale equilibrati. The Guardian, 30 maggio 2012 (f.b.)
Titolo originale: Social mobility - on the spot – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le attuali discussioni sulla mobilità sociale sembrano non coglierne un aspetto essenziale. Viene definita in quanto possibilità e capacità di uscire da uno stato di povertà, per entrare in una fascia sociale “più alta”. In altre parole siamo ancora all’idea di meritocrazia secondo cui, per usare una frase rivelatrice di Peter Hain: “Facciamo dei buchi nella società attraverso cui qualcuno riesce a sgattaiolare, e lo consideriamo un successo”.Una definizione angusta di mobilità sociale, e pericolosa. Concentrandoci su quel 20% che “sta in cima”, come spesso succede, alimentiamo sempre più delusione e frustrazione nel rimanente 80%, con effetti potenzialmente disastrosi. Una delle conseguenze inattese delle scelte progressiste del dopoguerra è stata di consentire ai giovani con più capacità e iniziativa di abbandonare I quartieri “difficili” dei centri città del paese. Che si tratti della legge del 1944 coi criteri di valutazione scolastica per gli assegnatari, delle trasformazioni urbane, della vendita di case pubbliche, tutte le varie scelte hanno spinto ad aumentare gli squilibri.

Il che è andato bene per pochissimi, che se ne sono andati dalle loro zone lasciandole senza una classe dirigente e sempre più senza speranza di trasformazione: ed entrambi gli aspetti sono possenti catalizzatori di comportamento antisociale. Abbiamo così enormi zone urbane nelle quali chi potrebbe operare per un miglioramento mira invece ad andarsene. Pochi insegnanti che abitano vicino alle scuole centrali in cui insegnano, nessun avvocato accanto ai suoi clienti poveri, i pochi preziosi dottori a cui capita di abitare nei pressi degli ambulatori, praticamente nessun poliziotto con la casa nelle zone difficili che pattuglia, addirittura parroci e predicatori che oggi tendono a stare lontani dalle comunità delle proprie chiese. Fanno parte della medesima tendenza anche gli amministratori. Basta dare un’occhiata ai collegi con popolazioni a basso reddito di Leeds per vedere che oltre la metà degli eletti laburisti risiede in lontani verdeggianti suburbi, e non nelle zone che rappresentano (in cinque casi sul sito del comune non ci sono neppure gli indirizzi). Per dimostrare che non sono di parte, anche due dei tre consiglieri liberaldemocratici che rappresentavano le circoscrizioni di Burmantofts e Richmond Hill abitavano nei verdeggianti lontani suburbi.

Nel 1981 ai tempi delle rivolte nei quartieri di Brixton, Bristol e altri luoghi, la più incisiva analisi delle motivazioni fu pubblicata dall ’Economist. L’articolo era di Nick Harmon, residente a Brixton,e sottolineava come le aree delle rivolte avessero avuto le quote maggiori di investimenti pubblici in servizi vari rispetto al resto del paese. Era invece mancata una leadership locale. Ovvero chi poteva andarsene lo faceva di corsa. Letteralmente:
Uno degli aspetti comuni fra le zone delle rivolte è che tutte hanno sofferto per decenni l’assenza totale della politica e della cultura, sparite insieme alle persone più preparate dei quartieri. Le amministrazioni locali hanno usato le risorse del governo centrale per comprarsi gli spazi, a volte anche con l’esproprio, di chiunque avesse interessi economici nelle zone – proprietari di case, gestori di negozi, affittuari, piccoli imprenditori – e tutto andava ad alimentare i grandi progetti di trasformazione urbana. Sono queste persone ad essere le prime a cui vengono offerti dei soldi, e trattamenti di favore per un nuovo alloggio, se escono da un’area, magari proprio perché sono i cittadini più indipendenti e mobili. Con l’effetto di spezzare legami sociali ed economici che tengono unita la comunità, e fungono anche da strumenti di autocontrollo”.

Le scelte attuali confermano quel genere di impostazione. L’immagine proposta è che successo corrisponde a trasferimento, anziché partecipare attivamente a cambiare. Finché le nostre politiche non saranno concepite per aiutare e sostenere lo sviluppo di quartieri diversificati, solidi, inclusivi, la mobilità sociale sarà una contraddizione. Lo si può fare attraverso scelte economiche, per la casa, l’istruzione, l’urbanistica, in grado di sostenere i potenziali leaders a restare. La nostra società ha bisogno di consapevolezza, oltre che di mobilità.

Michael Meadowcroftè stato amministratore a Leeds e parlamentare liberale negli anni ’80.

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