Liberalismo e liberismo: una distinzione tutta italiana
Sergio Romano
A quanto mi consta, solo nella lingua italiana vi è distinzione terminologica in campo economico tra liberalismo e liberismo, risalente soprattutto a Croce. Alcuni difendono questa nostrana distinzione.
Francesco Meli

Caro Meli,
E ffettivamente la distinzione appartiene quasi esclusivamente alla lingua e alla cultura italiane. Quando il Corriere, negli scorsi mesi, ha pubblicato il lungo dibattito su questo tema fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, ho ricordato che la parola «liberismo» non ha corrispondenti nelle lingue dei principali Paesi occidentali. Il dizionario italo-inglese offre free trade, free enterprise; il dizionario italo-francese suggerisce libéralisme, vale a dire la stessa parola che traduce l'italiano liberalismo; il dizionario italo-tedesco propone freihandel(libero commercio), freie wirtschaft(libera economia). Altri, fra cui gli spagnoli, preferiscono parlare di liberalismo economico.

Per Benedetto Croce, tuttavia, la distinzione era necessaria perché consentiva di evitare confusione fra un concetto che appartiene alla sfera morale (liberalismo) e un concetto che appartiene alla sfera economica (liberismo). Mentre il primo definiva il trionfo della libertà, il secondo era per lui uno «schema astratto» (noi diremmo oggi una ideologia), vale a dire una ricetta con cui si vorrebbero risolvere, una volta per tutte, i problemi pratici che un governo liberale può invece essere costretto ad affrontare con formule e mezzi diversi. A queste affermazioni di Croce, Einaudi replicò pragmaticamente che l'economista non deve essere un ideologo e che possono esservi circostanze in cui certe soluzioni non liberiste (dazi protettivi, nazionalizzazione di servizi pubblici) possono essere convenienti.

Aggiunse, per meglio dimostrare la sua disponibilità al confronto, che possono esservi addirittura circostanze in cui il liberismo viene praticato da un governo assoluto e suscita critiche liberali, come accadde in Francia nell'ultima fase del Secondo Impero, prima della guerra franco-prussiana del 1870 (se fosse ancora con noi, Einaudi non mancherebbe di ricordare che anche la Cina comunista è economicamente liberale e politicamente illiberale). Ma Einaudi, a differenza di Croce, era profondamente convinto che tra libertà economica e libertà politica esistesse un nesso importante. Questo non significa, beninteso, che una economia liberale abbia l'effetto di produrre necessariamente un sistema politico liberale. Ma tra l'economia di mercato e un regime autoritario esistono contraddizioni che possono, in ultima analisi, mettere in discussione il funzionamento del sistema. Gli scandali cinesi degli ultimi tempi potrebbero esserne la conferma.

Non è vero, invece, che la parola e il concetto appartengano soltanto al pensiero di Benedetto Croce. Dal grande Dizionario di Salvatore Battaglia risulta che la parola liberismo fu utilizzata anche negli scritti di Alfredo Panzini, Riccardo Bacchelli, Antonio Gramsci, Piero Gobetti. Credo che la spiegazione di questa peculiarità italiana debba essere ricercata nella storia politica del Paese dopo l'Unità. Cavour fu certamente liberale e adottò negli anni del suo governo una politica economica ispirata dai principi delfree tradee dellaissez faire. Ma la Destra storica, pur continuando a definirsi liberale, giunse rapidamente alla conclusione che l'unificazione di un Paese, soprattutto se formato da sistemi e stadi di sviluppo molto diversi, esigesse un forte intervento dello Stato, principalmente nella costruzione e nella gestione delle infrastrutture.

Quando fu ministro dei Lavori pubblici, dal 1873 al 1876, Silvio Spaventa propose una legge per la nazionalizzazione della rete ferroviaria. La legge fu osteggiata dai liberisti toscani, interessati al finanziamento e al controllo di nuove linee, e la loro opposizione provocò la caduta della Destra storica. Spaventa era zio e tutore di Croce. Forse il filosofo napoletano, nella sua disputa con Einaudi, difendeva implicitamente la reputazione liberale del suo tutore.

Postilla

Precisa e utile la nota di Sergio Romano, composta nell’ambito della cultura liberale italiana della quale l’autore partecipa. Per integrarla con una visione culturale diversa riporto alcune frasi dal mio Memorie di un urbanista, a proposito della traduzione italiana del titolo del libro di David Harvey, A Brief History of Neoliberalism, tradotto in italia col titoloBreve storia del Neoliberismo.
«In Europa i termini “liberalismo” e “liberismo” sono distinti e collegati. Entrambi si riferiscono a una concezione sostanzialmente conservatrice (di cui il primo esprime l’ideologia e la dottrina politica, il secondo la teoria e la pratica economiche), mentre negli Usa una posizione “liberal” è progressista. Come risulta invece dalla definizione di Harvey, il “neoliberalism” esprime un pensiero conservatore: da ciò probabilmente la traduzione dell’americano “neoliberalism” nell’italiano “neoliberismo”.
In particolare osservavo che, nell’ambito di una visione marxista, «Harvey vede nel “neoliberismo” (neoliberalism) non un nuovo “liberali- smo” (liberalism), ma una teoria economica che ha sostituito l’”embedded libe- ralism”, cioè quella forma di organizzazione economico-politica nella quale esisteva, accanto al mercato, una trama di restrizioni sociali e politiche e l’utilizzo di politiche fiscali e monetarie keynesiane che limitavano e orientavano la strategia economica e industriale, al fine di raggiungere la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini. Per Harvey il neoliberismo è una teoria di pratiche di politica economica piuttosto che una completa ideologia politica: più precisamente, è “un progetto di lotta di classe”. La mancanza di una dottrina apertamente dichiarata, di una ideologia (come erano anche il comunismo e il socialismo) lo rende più idoneo ad essere accettato e condiviso, perché apparentemente non schierato, neutrale.»
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