Un tunnel tra Russia e America mette fine alla guerra fredda
Daniele Mastrogiacomo
Con la scusa della democrazia e della fratellanza, ci propinano un gigantesco buco nel nome dei carburanti fossili e del cambiamento climatico. La Repubblica, 11 aprile 2012 (f.b.)
La vera fine della Guerra fredda, la pietra tombale sullo scontro tra i due Blocchi, il crollo del Muro ideologico ed economico che ancora divide il mondo globalizzato, è un tunnel sottomarino di 150 chilometri. Il grande sogno accarezzato dallo scienziato russo Dmitry Ivanovich Mendeleyev, suggerito al sedicesimo presidente Usa Abramo Lincoln, infine raccolto dall´economista americano Lyndon La Rouche nel 1987, diventerà una realtà.

Funzionario di poche parole, cresciuto alla rigida scuola sovietica, il capo delle Ferrovie russe Vladimir Yakunin ha annunciato che entro due anni inizieranno i lavori per la più straordinaria impresa di ingegneria di tutti i tempi. Bisognerà attendere il 2030. Ma chi avrà la fortuna, i soldi e il tempo, si potrà godere il privilegio di varcare via terra i confini tra due Continenti finora avversari, ostili e separati da 3,9 chilometri di acque gelide dell´Artico. Il progetto si chiama "World link": una ragnatela di linee ferroviarie che salirà da Istanbul, si unirà a Varsavia e poi, lungo la Transiberiana, raggiungerà la punta estrema della Siberia. Nel piccolo villaggio di Uelen il percorso scenderà a 50 metri di profondità, attraverserà lo stretto di Bering e spunterà dall´altro lato, a Cape Prince of Wales, in Alaska. Federazione Russa e Stati Uniti d´America saranno fisicamente unite da una galleria sottomarina due volte più lunga di quella che lega l´Inghilterra alla Francia attraverso il tunnel della Manica. Nel tubo, del diametro di quasi cento metri, scorreranno la linea di un treno ad alta velocità, un´arteria stradale a doppia corsia per auto e camion. Oltre ai cavi dell´alimentazione elettrica, dell´aria, il fascio di fibre ottiche per le comunicazioni. Ma soprattutto, una pipeline per il greggio della Siberia e un gasdotto capace di rifornire i 48 stati dell´America settentrionale.

Ma è sul commercio che il megaconsorzio di imprese coinvolte nel progetto pensa di ricavare i maggiori introiti. I tecnici si sono messi già al lavoro e hanno tracciato delle stime. Il volume di traffico su rotaia e su gomma dovrebbe garantire almeno un flusso di 100 milioni di tonnellate di merci l´anno. Niente più navi e aerei. Niente più condizionamenti meteorologici. Dei seimila chilometri previsti dal piano, quattromila sorgeranno su territorio russo, duemila su quello dell´Alaska, quindi in casa Usa. Il costo è stratosferico: 65 miliardi di dollari. Ma l´impresa, davvero futurista, già tracciata sulle mappe conservate al ministero delle Infrastrutture a Mosca, ha riscosso l´entusiasmo di 34 nazioni. Cina, in testa. Simbolicamente, la Federazione russa si ritroverà unita a quel lembo di terra ghiacciata che lo zar Alessandro II cedette agli Usa per 7,2 miliardi di dollari: 5 dollari a chilometro quadrato.

Il fascio di asfalto e di ferro si irradierà attraverso due Continenti, i più grandi del mondo. Per i promotori dell´opera davvero titanica si tratta della nuova Via della Seta. Una linea di scambi, di viaggi, di collegamenti che salta le regioni turbolente del Centro Asia e supera, attraverso la rotta artica, gli ostacoli finora frapposti della natura. Quindicimila chilometri da percorrere in modo quasi ininterrotto. Libero dalle frontiere, almeno commerciali; capace di sviluppare regioni isolate, assediate dal freddo e dalla miseria, lontane dai centri pulsanti dell´economia e dello sviluppo.

È da oltre 150 anni che si studia il progetto. Tra slanci improvvisi e interruzioni forzate. Ma la crisi globale della finanza, la necessità di rilanciare gli scambi per rimettere in moto l´economia reale, il disperato bisogno di materie prime, hanno fatto breccia sulle ataviche rivalità. Vladimir Yakunin, il capo delle Ferrovie russe, lo ha ribadito più volte nel corso della conferenza stampa che annunciava l´avvio dei lavori. Si è rivolto ai giornalisti che lo incalzavano con domande piene di dubbi: «Non sono abituato a parlare a vanvera», ha risposto piccato. «C´è stato un via libera ufficiale». Certo, ci vorrà del tempo. I più ottimisti parlano di 15 anni. Ma l´attesa premia. A meno di altre Guerre fredde e Muri divisori.

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