M&S lancia il piano SPENDISCAMBIA
Rebecca Smithers
Un attacco frontale all’ideologia stessa del consumismo? O il solito trucchetto per gonzi? Meglio: un’operazione double-face. The Guardian, 26 aprile 2012, postilla . (f.b.)
Titolo originale: M&S launches 'shwopping' schemeScelto e tradotto da Fabrizio Bottini

La principale catena di distribuzione di abbigliamento del paese lancia una campagna per evitare che un quarto dei capi acquistati nel Regno Unito finisca nel cassonetto. Marks & Spencer chiede alla clientela di riportare quanto già acquistato, usato o non troppo gradito, quando si compra qualcosa di nuovo, a sostegno di una nuova tendenza battezzata “shwopping”. Per dare avvio a una cultura del “compri uno, regali uno” che poi vedrà i vecchi capi rivenduti o comunque riutilizzati o riciclati dall’associazione Oxfam. Secondo il Ministero dell’Ambiente, I consumatori britannici buttano via due milioni di tonnellate l’anno di abbigliamento, la metà delle quali finisce direttamente in discarica.

Si tratta però di qualcosa che ha subito scatenato i timori dei piccoli operatori del volontariato e dei loro negozi, che potrebbero così perdere una fonte di approvvigionamento, oltre ai dubbi sui problemi logistici di un grande operatore che si trasforma in una specie di deposito di enormi quantità di abiti buttati via. Il programma si inserisce nella più vasta collaborazione fra M&S e Oxfam, che dura dall’inizio del 2008 e ha già visto oltre dieci milioni di capi regalati, per un valore che si calcola in circa dieci milioni di euro. Regalando vecchi capi Marks &Spencer ai negozi Oxfam si avevano in cambio buoni acquisto da 7 euro per la catena di abbigliamento. Stavolta, anche senza incentivi economici, la clientela dovrebbe essere invogliata a portare vecchi capi nei 342 punti vendita M&S del paese.

Non si tratta di una vera novità nel settore, perché la catena TK Maxx e Cancer Research UK per raccogliere tre milioni di euro da destinare alla ricerca per i bambini hanno già promosso la campagna “Rinuncia a un vestito”. Ma questa alleanza M&S e Oxfam link per la prima volta ha spinto i rappresentanti delle piccole associazioni che gestiscono negozi a chiedere ai donatori di non abbandonare gli esercizi minori. Cath Lee, responsabile di Small Charities Coalition, spiega: “Ottima cosa incoraggiare il riciclo in questo modo, però sarebbe una vergogna se la conseguenza collaterale fosse una diminuzione dei vestiti donati alle piccole associazioni. Ci sono enormi di vari fra i vari gruppi, e i più piccoli svolgono un ruolo essenziale, per cause locali e specifiche. Contribuiscono moltissimo nei quartieri. Chi gestisce gli esercizi volontari minori dipende in modo vitale dalle vendite di ciò che è regalato, e quindi è importante che si continui a farlo anche localmente”.

Una portavoce della Charity Retail Association aggiunge: “È confortante vedere un grande operatore partecipare a un programma concertato di riuso dell’abbigliamento attraverso le associazioni, vorremmo vederne anche altri del genere, che coinvolgono operatori minori. Ma il problema centrale è la scomparsa dei doni per i più piccoli … Una collaborazione del genere può essere una alternativa più comoda, che esclude le associazioni minori”. Marks & Spencer ha già proposto capi interamente prodotti in lana e cashmere riciclati da altri capi difettosi restituiti ai negozi. Oggi la raccolta verrebbe inviata a produttori specializzati che rinnovano la fibra pronto per una nuova confezione. Qualche settimana fa M&S ha dovuto ammettere una discutibile acquisizione da ditte messe in difficoltà dall’improvviso caldo di febbraio che aveva sconvolto il mercato di cappotti e maglioni.

postilla
Imbarazzante, ma in sostanza prevedibile, la cautissima reazione del volontariato di fronte a una iniziativa pressoché impossibile da contestare nel merito: ambientale, perché indirettamente tutela il territorio (le discariche, i luoghi di produzione e trasformazione delle materie prime), e promuove la consapevolezza diffusa; economica perché evita uno spreco e presumibilmente abbassa costi e prezzi. Così ci vuole abbastanza poco ad arrivare al nocciolo della questione: che ruolo resta al piccolo volontariato diffuso, quello che sinora ha avuto il monopolio di tutte queste buone intenzioni? Forse quello di cercarsene di nuove, verrebbe un po’ polemicamente da dire: si è entrati in una contraddizione del sistema, scoprendo un segmento di produzione/mercato ignorato da altri, e che ora invece diventa a quanto pare mainstream . Resta aperto invece l’aspetto territoriale più diretto, i luoghi dell’operatività, il rapporto con le comunità locali, i quartieri, le reti minori di produzione/consumo. Ma qui il discorso si accosta (e come potrebbe non farlo?) sia con il ruolo più in generale della distribuzione commerciale indipendente, sia con quello di regolamentazione delle amministrazioni, cittadine e non. Adeguatamente governate e promosse, in modo si spera condiviso e non ideologico, la funzione commerciale e la sua immagine collettiva possono essere la chiave di una nuova idea di città e territorio. (f.b.)

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La limitazione del traffico non c’entra con la crisi del commercio, dice il buon senso, ma i bottegai non capiscono. Corriere della Sera Milano, 26 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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L’esperienza della postmodernità territoriale vissuta soggettivamente dalla grande distribuzione, si potrebbe anche dire. La Repubblica, 6 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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La fiera del capitalismo consumista, raccontata con un tono da fiera paesana che le si addice molto. La Repubblica, 22 luglio 2012
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