Tav-Val di Susa. La voce della Valle
Eddyburg
Repliche alle dicharazioni del governo sulla questione della Tav-Val di Susa, cui ha dato ampio spazio la flotta dei media: dal manifesto (9 marzo 2012) replicano Guido Viale, il presidente della Comunità montana e 23 sindaci della Valle
La parola alle nostre
Conferenze di produzione
di Guido Viale


I numeri del prof. Monti sono quelli del mago Otelma. Mettiamo noi in campo un progetto nuovo, credibile di sviluppo economico e sociale

Immaginiamo il prof. Monti travestito da studente (ovviamente fuori corso) che si presenta a un esame di economia alla Bocconi, di cui è stato anche Rettore; e che alla domanda: «Quando si presenta un'analisi costi benefici?» risponde «Dopo l'approvazione del progetto». Bocciato (sia Monti che il progetto) senza se e senza ma. Eppure è proprio questo che ha sostenuto Monti, vestito (e non travestito) da Presidente del Consiglio. Ma non è la sola insensatezza che ha detto sul Tav: c'è anche la promessa di viaggiare da Milano a Parigi in 4 ore (cioè, ad almeno 400 km/h tra Torino e Lione compresi i 57 e più chilometri di galleria); e l'improvvisa trasformazione in low-cost (a basso costo) dell'opera: grazie al rinvio sine die dei lavori per le tratte fuori galleria (ma chi ha detto che la Commissione Europea sia disposta a cofinanziare un affare simile?). Con questi assi nella manica il governo Monti ha annunciato una grande campagna di informazione (e di repressione) sul Tav. Complimenti!
Lo scontro sul Tav porta alla luce la vera natura di questo governo; un consesso di presunti tecnici che però non sa confrontarsi con quei 360 tecnici veri - praticamente tutti quelli che in Italia hanno una competenza in materia - che hanno chiesto un ripensamento su un progetto tanto inutile. D'altronde, per averne una conferma, basta pensare ai numeri di Monti sui futuri effetti dei primi decreti del Governo: PIL +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18 (e quando mai? Mai). Neanche il mago Otelma...

Il governo Monti ha sì una politica economica: quella di riportare in pari il bilancio a suon di tasse, tagli al welfare e svendita dei servizi pubblici (la polpa: il saccheggio dei beni comuni). E di affidare la cosiddetta crescita a qualche liberalizzazione pasticciata e marginale e al finanziamento di alcune Grandi Opere incluse nella legge obiettivo, senza neanche un criterio per definirne le priorità: il Tav Torino-Lione è l'emblema di questo modo di fare. Ma quello che al governo Monti è inviso e del tutto estraneo è il concetto stesso di politica industriale (che cosa, con che cosa, per chi, come e dove produrre). Cioè l'idea che per fare fronte alla crisi, alla disoccupazione, al degrado ambientale e sociale, ai cambiamenti climatici (a cui Monti non ha mai fatto nemmeno cenno: sono cose che per lui non esistono) occorra intervenire sia dal lato dell'offerta (promuovendo produzioni e soprattutto riconversioni produttive di imprese altrimenti votate alla sparizione), sia dal lato della domanda: creando o sostenendo il mercato delle produzioni che hanno un futuro. In entrambi i casi si tratta di settori decisivi per la riconversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi, ma anche per difendere l'occupazione; per creare e sostenere impieghi di qualità, per valorizzare gli studi altrimenti sprecati di centinaia di migliaia di giovani senza prospettive e le competenze difficilmente recuperabili di lavoratori anziani o solo maturi espulsi dalle imprese insieme al loro bagaglio di esperienza.

I settori decisivi in questo processo sono quelli delle fonti rinnovabili, dell'efficienza energetica, dell'agricoltura e dell'industria alimentare ecologiche e di prossimità, del riciclo totale di scarti e rifiuti, della salvaguardia degli assetti idrogeologici, del recupero edilizio, della mobilità sostenibile e flessibile. Ma innanzitutto è essenziale un recupero di democrazia. Non è possibile - dicevano i sindacati firmatari del diktat di Pomigliano - difendere i diritti in fabbrica senza le fabbriche. Giusto. Ma è vero anche, e soprattutto, l'inverso: senza democrazia in fabbrica e nel paese le fabbriche scompaiono.

E infatti, mentre il governo e partiti che lo appoggiano si impuntano sul Tav, facendone la bandiera di un approccio senza futuro ai problemi dell'economia, dei territori e della convivenza, Marchionne fa capire (ammiccando e negando, come si conviene a chi procede per gradi su un cammino già tracciato) che trasferirà negli Usa la direzione e quel che resta del "cervello" della Fiat; che chiuderà uno a uno i suoi stabilimenti e che trasformerà in "fabbriche cacciavite" per il mercato americano (se, e solo se, laggiù la bonanza dura) gli impianti che restano; che dovranno comunque competere con quelli di Polonia, Turchia, Serbia e Brasile, dove i salari sono al minimo vitale, l'ambiente è alla mercé del profitto e lo Stato ci mette un mucchio di soldi. Poi vanno alla malora due dei gruppi residui del sistema industriale italiano (Finmeccanica e Fincantieri) travolti da ruberie impunite e da un'assoluta mancanza di progettualità. Chiudono a un ritmo sempre più rapido migliaia di fabbriche e di imprese piccole e medie, di cui nessuno parla, aggiungendo centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già per strada e a quelli a cui sta scadendo la cassa integrazione.

Per questo lo scontro in atto sul Tav è l'emblema di un conflitto che riguarda tutto il paese e che mette una di fronte all'altra, da un lato, una politica economica rovinosa e inconcludente, che abbina uno spreco indecoroso di risorse pubbliche a un'avarizia distruttiva nella spesa per il sostegno al reddito, per l'istruzione, la cultura, la ricerca, i servizi pubblici. E dall'altro lato, la volontà di salvaguardare e valorizzare le competenze e la qualità delle risorse umane e del territorio che quella politica sta condannando a un esito greco.

Per questo la partecipazione del movimento NoTav alla manifestazione della Fiom di oggi non è un fatto marginale: è il riconoscimento della connessione indissolubile tra la lotta dei metalmeccanici - e di tutto il mondo del lavoro sotto attacco - e quella della Valsusa - e di tutti i territori su cui ha messo le mani la speculazione. Ma è anche la conferma di una estraneità ormai consumata tra l'universo politico e istituzionale italiano e tutto il resto della cittadinanza attiva di questo paese: dei suoi problemi, delle sue sofferenze, delle sue aspettative; e soprattutto dei progressi nella costruzione di un'alternativa concreta.

Ma a chi compete mettere in campo un progetto realistico di politica industriale, orientata alla conversione ecologica e innanzitutto alla riconversione produttiva delle imprese condannate a morte? Se il governo e i partiti che lo sostengono non dimostrano alcuna volontà, o capacità, o anche solo una vaga idea, di una impresa del genere, bisogna cominciare, e seriamente, dal basso: lavorando alla convocazione, in ogni territorio dove se ne presenti la possibilità, a partire da quelli - e sono ormai la maggioranza - dove la crisi sta mettendo alle corde un'intera comunità, di una serie di "conferenze di produzione". Comitati, movimenti, sindacati, associazioni, imprese pubbliche, private, cooperative o sociali, professioni e amministrazioni locali. Per mettere in campo idee, progetti, condizioni di fattibilità e promuovere la conversione ecologica del proprio territorio.
Certo, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare; ma se non si comincia a dire - dopo aver studiato il problema (e nei territori le competenze tecniche per farlo certo non mancano) e dopo aver messo in chiaro le divergenze ed eventualmente separato le strade - a dirlo tutti insieme, resteremo per sempre nelle mani dei fautori del Tav.

Invece bisogna tradurre quelle idee e quei progetti in piattaforme rivendicative dettagliate nei confronti del governo - di qualsiasi governo - e poi esigere che su quei progetti vengano impegnati i fondi dispersi nelle Grandi opere, nelle spese militari, nei tesoretti della politica, nei contributi a pioggia questo e quello (e sono tanti!). Che cosa si farà alla Fiat quando Marchionne avrà abbandonato Mirafiori, o Pomigliano, o entrambi? Aspetteremo un produttore fantasma di Suv come a Termini Imerese o all'Irisbus? Non si può mettere in campo una produzione di microcogeneratori, come quelli che alla Fiat erano stati inventati quarant'anni fa e che la Volkswagen si è messa a produrre e a collocare l'anno scorso? Oppure produrre pompe di calore, rotori eolici, impianti solari termodinamici e simili (tutte cose per le quali non è difficile ricostruire un'impiantistica e un knowhow adeguati)? E che cosa si farà in Fincantieri quando la Costa non ordinerà più altri gerontocomi da crociera e lo Stato cesserà di far costruire navi da guerra? Non c'è forse un grande bisogno di trasferire su mare larga parte del trasporto di lunga percorrenza, costoso e inquinante, che corre da un capo all'altro della penisola? O di mettere in cantiere una produzione di pale eoliche di altura (due proposte che la Fiom aveva tentato di lanciare nel luglio scorso, senza che un solo sindaco, una sola associazione, e persino un solo sindacalista dei cantieri sotto scacco mostrasse il minimo interesse per la questione)?

E che cosa si può fare per risanare Finmeccanica? Concentrarsi sull'industria delle armi e svendere l'unica fabbrica di quei treni di cui c'è un disperato bisogno? E come rinnovare il parco dei mezzi pubblici? Di esempi se ne possono fare mille, ma fare proposte non tocca a me. Ma nemmeno solo alla Fiom, né solo agli operai delle fabbriche in crisi. E' alla convocazione delle conferenze di produzione che va lanciata la sfida (www.guidoviale.it)

Plano: incredibile che il mio partito non ci sia
«Il Pd deve almeno ascoltarci»
Daniela Preziosi intervista il presidente della comunità montana


Sandro Plano è il presidente della comunità montana Val di Susa e Val Sangone. È stato per due volte sindaco di Susa, è un ex dc, è fra i fondatori del Pd del Piemonte, è tutt'ora iscritto al Pd. Anche se nei confronti di quelli come lui il partito locale propone un'ineffabile campagna di 'detesseramento'. Al congresso ha votato per Bersani, che definisce «capace e intelligente». Plano oggi porterà, dal palco della Fiom, una testimonianza dalla Val di Susa. Alla fine di un corteo che i dirigenti nazionali del suo partito, anche quelli più vicini alla Fiom, diserteranno. Per non sfilare - e qui siamo in pieno Pirandello - accanto ai militanti No Tav. Come Plano. .

Presidente, perché ha ancora voglia di avere la tessera del Pd?
«È il mio partito. Sono orgogliosamente ancora iscritto.»

Vogliono 'detesserarla'. Ma che significa?
«Ufficialmente non ci hanno comunicato ancora niente. A noi iscritti Pd contrari al Tav hanno tentato di espellerci, ma per fortuna abbiamo un codice etico e uno statuto che non lo permette. Allora hanno provato a non rinnovarci le tessere. E anche qui non ce l'hanno fatta. Ma è una barzelletta. Non è una cosa seria.»

Alcuni dirigenti nazionali del suo partito, che volevano essere presenti al corteo Fiom, hanno deciso di non sfilare perché alla manifestazione ci saranno i No Tav, cioè voi.
«Sono del Pd con convinzione. Credo che i nostri valori siano il lavoro, la Costituzione, la democrazia - anche quella in fabbrica - la sanità e la scuola pubbliche. Sono dalla parte degli operai, degli impiegati, dei piccoli artigiani, non da quella delle banche e dei grandi industriali. Quindi sto dalla parte della Fiom.»

Ma i suoi dirigenti solidali con la Fiom ritengono incoerente sfilare con quelli come lei.
«È una cosa brutta. Io, a torto o a ragione esprimo i problemi di una comunità. Come minimo dovrebbero aver voglia di ascoltarci.

Forse temono un corteo 'movimentato'?
«Non credo. Comunque sanno che condanno la violenza. Ma la violenza, in questo momento, c'è da tutte le parti, ed è sintomo di una politica che non dà risposte. Ricorrere ai metodi forti è prendere un'aspirina per una gamba rotta.»

Qualche giorno fa i No Tav hanno occupato simbolicamente la sede Pd, il suo partito. Lei cosa direbbe oggi a Bersani?
«Lui è il segretario nazionale, io l'amministratore di una microvalle, non voglio perdere il senso delle proporzioni. Però vorrei dirgli che noi riteniamo che i problemi dell'Italia siano altri. Lui? Vorrei dirgli che fin qui qualche autocritica abbiamo già dovuto farla: ci siamo fatti trascinare sui referendum, sulle primarie le stiamo buscando. Forse qualche ripensamento sul partito va fatto. Non possiamo continuare ad essere additati come gli amici delle banche.»

Il governo ha reso pubblico un documento in 14 punti che contesta la 'controinformazione' del movimento. Lo ha letto?
«Potrei ribattere punto per punto. Ci sono mezze verità, vaghe promesse e vere bugie. Come il fatto che i comuni contrari all'opera siano solo due: falso, non c'è una sola delibera di un comune che dice sì. E invece ce n'è 23 che hanno detto no. Dicono che ci saranno 6mila nuovi posti di lavoro. Ma i nostri operai, impiegati e precari della scuola a spasso li ricollocheremo in miniera? Il traffico fra Italia e Francia è in calo, lo dice persino Marchionne. Ma allora a che serve la nuova linea? Come politico locale, più che delle 1500 persone che vanno ogni giorno da Torino a Lione, mi devo preoccupare per il trasporto quotidiano di migliaia di pendolari.»

I comuni che lei rappresenta chiedono la convocazione di un tavolo dei partiti. Perché?
«Siamo in una situazione di stallo. Il governo vuole andare avanti, i movimenti non vogliono permetterlo. Non contestiamo il diritto di andare avanti al governo. Ma diciamo si deve fare chiarezza. E un'analisi tecnica più attenta. Se ci dimostreranno che le ragioni ci sono, ne prenderemo atto. Una riflessione sull'utilità dell'opera, e una marcia indietro, c'è già stata, e infatti siamo passati da un progetto faraonico a quello che loro stessi chiamano low-cost. Si tratta di capire, in questo momento storico, in piena crisi, la ragione di queste grandi opere.»

Ma i partiti, a parte l'Idv e la sinistra fuori dal parlamento, sono pro Tav. A che serve un tavolo con loro?
«In questi giorni abbiamo visto in tv molti parlamentari che ammettono di non saperne un granché. Votino quello che vogliono, è legittimo. Ma saperne un po' di più dovrebbe interessare anche loro. »

Ma il governo ha già deciso che andrà avanti.
«Ripeto, ha il pieno diritto democratico di fare quello che crede. Ma noi abbiamo il diritto democratico di dire che è sbagliato. Il governo è tornato sui suoi passi sul Ponte sullo Stretto di Messina, sull'Olimpiadi di Roma, sul nucleare, sull'acqua. Può ancora ripensarci.»


Prove di dialogo col peggior sordo
di Luca Fazio

Ventitré sindaci della Val Susa scrivono una lettera ai segretari dei partiti per chiedere un tavolo istituzionale «partendo da posizioni non precostituite»
Sono davvero ostinati questi valsusini. Tutti gli chiudono le porte in faccia, da ultimo anche il presidente Napolitano, ma loro non hanno nessuna intenzione di mollare. La politica sembra aver già deciso, ma loro perseverano nel chiedere quel dialogo che in realtà non c'è mai stato. Anche a costo di passare per quelli che non ci sentono, perché in effetti sono anni che gli amministratori della Val di Susa chiedono un tavolo istituzionale per entrare nel merito del Tav. Con pazienza, l'hanno fatto di nuovo. Ventitre sindaci, rappresentati da Sandro Plano, presidente della Comunità montana Val di Susa e Val Sangone, hanno preso carta e penna rivolgendosi ancora una volta ai segretari delle forze politiche - viene da pensare che il primo destinatario sia Pierluigi Bersani. Si dicono «preoccupati del degenerare dell'ordine pubblico sul proprio territorio» e ritengono che «un confronto vero possa essere strumento di ammortizzazione del conflitto, facendolo entrare in un alveo fisiologico». E per questo, concludono i sindaci, le forze politiche dovrebbero «adoperarsi per l'apertura immediata di un tavolo istituzionale che permetta un confronto vero nel merito dell'opera, partendo da posizioni non precostituite». Detta così, sembrerebbe un appello fuori tempo massimo.

Ma sono anche tosti questi valsusini. Ogni giorno, anche quando non mettono in piedi il casino pacifico che tanto allarma l'accoppiata media & politica, sono in grado di impartire a tutti una lezione su come si resiste a un sopruso negli anni - e sono tanti i «movimenti» che in tutta Italia si stanno aggrappando alla Val di Susa per tornare a fare politica. Anche ieri, nella giornata in cui il governo ha lanciato la sua offensiva-spot per magnificare il Tav con una velina da distribuire ai giornali, i valsusini non sono rimasti con le mani in mano.

A Susa, per esempio, dove sta di casa Gemma Amprino, una sindaca pro Tav (sono ventitre quelli contro e non due come mente il governo), un centinaio di donne si sono presentate al municipio con in mano un mazzo di mimose speciali. Dei mazzolini di lacrimogeni dipinti di giallo. «Abbiamo deciso di consegnare al sindaco quest'opera d'arte - hanno spiegato le valsusine - dicendole che è la mimosa della valle di Susa e che è quello che le donne No Tav ricevono da mesi dalle forze dell'ordine». La sindaca ha anche ricevuto un mazzolino filo governativo di fiori metallici composti dai reticolati che da mesi ingabbiano la valle. In prima fila c'era anche una signora di San Giuliano che abita in una casa che verrà abbattuta dalle ruspe.

A Chiomonte, invece, davanti all'ingresso del cantiere presidiato dalla polizia, è andata in scena una vera e propria prova di forza. Una lettura non stop di 24 ore del libro 150 ragioni No Tav scritto da Mario Cavargna, presidente dell'associazione Pro Natura. I valsusini si sono alternati al megafono notte e giorno, e non per il beneficio di qualche telecamera, con un obiettivo ben preciso: «Siccome non l'hanno capito, spieghiamoglielo bene». Chissà, magari la prossima volta il reading lo organizzeranno davanti al Quirinale.

Il coordinamento dei Comitati, dopo la manifestazione della Fiom di oggi, nei prossimi giorni si riunirà con un dilemma quasi impossibile da sciogliere, e che non riguarda solo la lotta in Val di Susa. Come si resiste a un potere impermeabile che non vuole sentire ragioni e si appresta ad usare le maniere forti? Puntando sull'alleanza con gli altri movimenti, suggerisce qualcuno, anche se lontano dalla Val di Susa non sarà facile incontrare tanta determinazione disposta a durare nel tempo. L'incredibile muro opposto dal presidente Giorgio Napolitano è scoraggiante, eppure - lo dimostra proprio la lettera dei 23 sindaci - ci sono ancora voci ragionevoli che invitano alla discussione. E che non si fanno abbindolare dalle «compensazioni» promesse dal governo Monti (soldi in cambio del consenso). «Questo - ha spiegato uno dei 23 sindaci a Radio Popolare - è proprio il modo più vecchio per far approvare i lavori. Se l'opera è utile per il territorio non ha bisogno di compensazioni, la compensazione è nell'opera stessa».

Purtroppo il confronto ragionevole ormai sembra essere stato bandito da ogni discorso pubblico che riguarda il Tav. A fare notizia, tanto per non lasciare sguarnito il capitolo ordine pubblico, ieri è stata una scritta di solidarietà con i No Tav tracciata su un muro della Statale di Milano. A firmarla anche una stella a cinque punte (come tutte le stelle che si rispettano disegnate fin dai tempi dell'asilo) e poco ci mancava che scattasse la solita manfrina sulle brigate rosse e i tempi cupi che potrebbero tornare. Come se di questo presente fatto di mimose e lacrimogeni ci sia solo da rallegrarsi.

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