Il sogno infranto dell’auto elettrica
Massimo Gaggi
Le difficoltà di affermazione culturale del veicolo localmente meno inquinante rinviano alla scarsa coscienza del vero problema. Corriere della Sera 6 marzo 2012, postilla . (f.b.)
«L 'America è laland of the free: la terra degli uomini liberi. Che devono essere liberi anche da tutte le ingerenze di uno Stato che pretende di dirci cosa mangiare, a quale finanziaria chiedere il mutuo; e che ora vorrebbe stabilire anche quale auto dobbiamo comprare», scandisce il candidato repubblicano Rick Santorum davanti ai Christian Warrior, i combattenti cristiani della Dayton Christian School di Miamiburg, in Ohio. Ovazione di centinaia di famiglie e anche di studenti conservatori che di ambientalismo e auto elettriche, evidentemente, non vogliono sentir parlare.

Perché è di questo che parla Santorum in quest'infuocata vigilia delle primarie (l'Ohio vota oggi): mentre, infatti, in Europa la stampa dei motori incorona Auto dell'Anno la Chevrolet Volt (chiamata nella Ue «Ampere» e venduta col marchio Opel), negli Usa la General Motors annuncia la sospensione della sua produzione perché i piazzali sono pieni di queste vetture elettriche invendute. Uno smacco per Barack Obama che solo una settimana fa, incontrando gli operai dell'Uaw, il sindacato dell'auto, nel giorno delle primarie repubblicane in Michigan — lo Stato delle «big three» di Detroit — aveva parlato del veicolo elettrico della GM come dell'auto dell'avvenire: «Comprerò una "Volt" fra cinque anni, quando non sarò più presidente».

Un sogno infranto dopo appena quattro giorni: la sospensione della produzione dovrebbe durare poche settimane, ma il licenziamento dei 1.300 dipendenti della linea di montaggio è permanente e per adesso non c'è niente che faccia pensare che il pubblico americano si stia affezionando alla «Volt» e alla «Leaf», l'altra vettura tutta elettrica, prodotta dalla Nissan. Certo, sulla «Volt» pesa il sospetto che le batterie abbiano una pericolosa tendenza a prendere fuoco, ma sono problemi emersi nelle ultime settimane, mentre le vendite hanno deluso già l'anno scorso: 7.700 vetture assorbite dal mercato di 320 milioni di abitanti invece delle previste 15 mila. Poco meglio ha fatto la «Leaf»: 9.674 esemplari venduti negli Usa nel 2011.

«Government Motors ha fatto flop» titolano, soddisfatti, i giornali e i siti di destra rinfacciando al presidente Usa non solo il salvataggio del gruppo di Detroit da parte del governo federale (che è ancora suo azionista), ma anche il massiccio sostegno dato allo sviluppo dei modelli elettrici coi soldi dei contribuenti. Mentre nell'Europa della «coscienza ecologista» per il secondo anno consecutivo si premia l'auto elettrica (l'anno scorso era toccato alla «Leaf»), in America questi prodotti non sfondano, nonostante un incentivo di 7.500 dollari per ogni veicolo venduto e i 250 milioni di dollari spesi dal governo solo per sostenere lo sviluppo delle batterie della «Volt».

Quelli che in Europa sono considerati lungimiranti investimenti sul futuro, qui passano per manifestazioni di dirigismo energetico messe a carico del «taxpayer». Un punto di vista sostenuto con veemenza dai conservatori che vedono pericoli di «Stato balia» dappertutto, anche nella pressione perché le industrie alimentari riducano sale e zuccheri nelle bibite e merendine per i ragazzi. Ma il fastidio per la fallimentare incentivazione dell'auto elettrica si va estendendo oltre i confini repubblicani.

Altri produttori quest'anno metteranno sul mercato vetture elettriche. E «Leaf» e «Volt», magari, si riprenderanno. Forse è solo una tecnologia non ancora matura. Ma la Casa Bianca ha già dovuto frenare: i criteri per la concessione degli incentivi sono divenuti più restrittivi (troppo per la Chrysler di Marchionne che li ha rifiutati), mentre alla Fisker, un nuovo entrato nel mercato, le sovvenzioni sono state negate perché ha mancato gli obiettivi di produzione e vendita che aveva fissato.

postilla

Forse il vero "sogno infranto" non è quello dell'auto elettrica, ma quello di una informazione meno trasandata e potenzialmente fuoriviante. Aiuterebbe un pochino se il nostro inviato in prima linea nella land of free ricordasse il dibattito, pure vivissimo e molto free anche da quelle parti, sul modello di mobilità e sostenibilità in cui si inserisce, o si dovrebbe inserire, l’automobile che funziona senza bruciare localmente petrolio e farcene respirare i fumi. Forse però è chiedere troppo, sia a Santorum che a Gaggi, e allora ricordiamolo qui: come tutte le soluzioni da tecnologo specialista, anche quella dell’auto elettrica non ha né capo né coda avulsa da un sistema organizzativo e sociale, non basta mettere una batteria sotto il cofano. Esattamente come per tutte le altre innovazioni, specie quando comportano grandi investimenti, bisogna partire da un’idea più generale, o almeno tenerla ben in mente in tutti i passaggi intermedi. Anche senza arrivare all’idea di città e di convivenza (che è la vera leva su cui batte e ribatte il reazionario Santorum, e Gaggi lo sa benissimo ma ci ritiene troppo scemi per capirlo) sottesa alle critiche radicali ad alcuni evidenti difetti della situazione attuale, è ovvio come la nuova auto sia solo UNO dei componenti di una mobilità integrata, innanzitutto non più auto-centrica. E poi allontanarsi dal monopolio del modello proprietario diffuso, che forse fa tanto comodo al mercato nei suoi assetti attuali, ma ha fatto e continua a fare un sacco di danni al pianeta e allo spreco di risorse non rinnovabili. Ancora una volta, forse, la “colpa” principale davanti a certe indebite semplificazioni del nostro giornalismo è di chi le cose le sa, e quando parla si spiega male, più per trasandatezza che per vere intenzioni perverse (f.b.)

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