Quell´idea di un Mezzogiorno che si ispirava ai modelli dell´America di Roosevelt
Francesco Erbani
Ha studiato chimica e mineralogia, ma percorre a piedi Calabria e Lucania come un geografo - Dopo essere stato comunista, si muove nel recinto del socialismo liberale - Analizza le bonifiche realizzate negli Usa e l´assistenza pubblica promossa dai democratici - Fra gli interlocutori, Dorso, Salvemini, Einaudi, Spinelli E le soluzioni per il Sud nascono dal confronto con le esperienze internazionali - Esce una raccolta di dialoghi epistolari dell´economista e studioso dei problemi meridionali nel corso di sessant´anni

Una vita per il Sud s´intitola la raccolta di lettere, quasi tutte inedite, che Manlio Rossi-Doria scrisse o ricevette fra il 1930, quando un tribunale fascista lo condannò a 15 anni di carcere, e il 1987, poco prima di morire (la raccolta è pubblicata ora da Donzelli, a cura di Emanuele Bernardi, con una prefazione di Michele De Benedictis). E se c´è uno spazio fisico in cui, lungo tutta l´esistenza, questo economista agrario e intellettuale poliedrico e fuori dagli schemi, riversò ogni passione conoscitiva e politica, e che raccontò con la sua scrittura fattuale eppure limpida e flessuosa, come fosse lo strumento di una grande letteratura di viaggio, questo è proprio il Mezzogiorno d´Italia.

Rossi-Doria non è meridionale (è nato a Roma nel 1905), come non lo sono alcuni fra i più insigni intellettuali che in maniere diverse si iscrivono al partito dei meridionalisti (il piemontese Umberto Zanotti-Bianco, il valtellinese Pasquale Saraceno, il lombardo Eugenio Azimonti, fino al torinese Carlo Levi o al triestino Danilo Dolci). Ma il Mezzogiorno è lo spazio concreto in cui, dagli studi universitari alla morte, Rossi-Doria esercita la "politica del mestiere", così la chiama, che sta a indicare un equilibrio continuamente aggiornato fra il sapere fatto di competenze, analisi, sperimentazione, obbligo di verifica, e lo slancio ideale, non ideologico, che sintetizza nell´immagine di un Sud riscattato dal "muro della miseria".

Rossi-Doria, dopo essere stato comunista, si muove nel recinto del socialismo liberale ed è senza appartenenze. Per otto anni, dal ´68 al ´76, è senatore socialista. La sua militanza, però, è in quello schieramento minoritario, politico e culturale, che eredita dall´azionismo tensione morale e spirito di servizio. In più ci aggiunge un´attitudine alla concretezza che non è mai pragmatismo. Gli interlocutori che compaiono in questa raccolta di lettere danno la misura di una maglia spessa di rapporti, una rete che avvolge Guido Dorso e Ferruccio Parri, Luigi Einaudi ed Emilio Sereni, Lelio Basso, e poi Gaetano Salvemini, Umberto Zanotti-Bianco, Altiero Spinelli, Albert Hirschman, Arrigo Serpieri, il poeta-sindaco Rocco Scotellaro, Francesco Compagna, Eugenio Scalfari, Ernesto Rossi, Claudio Napoleoni, Pasquale Saraceno, Antonio Giolitti, Giorgio Ruffolo. E quindi Norberto Bobbio. Maestri, compagni di strada, amici: con loro intreccia un dialogo mai convenzionale, dal quale si aspetta molto, perché è il dialogo che consente di accertare la bontà di un´idea, quanto essa sia realizzabile.

Dalle lettere a Salvemini, in cui prevede la sconfitta del 18 aprile 1948 («La lotta elettorale nel Mezzogiorno è impostata sulla demagogia e l´inconsistenza più pacchiane»), fino allo sfogo amaro eppure mai disperato dei messaggi a Bobbio, pochi mesi prima di morire («Ci basta continuare a restare al servizio delle giuste cose che abbiamo servito da giovani e, ognuno a modo suo, nel corso della nostra vita»), Rossi-Doria somiglia sempre di più al ritratto che di lui disegna Carlo Levi nell´Orologio, dove compare negli abiti di Carmine Bianco: «Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l´altro sulla pura tecnica, ma questa stessa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in un´abitudine mentale, lo conservava vivo e appassionato».

Il Mezzogiorno Rossi-Doria lo batte palmo a palmo, lo osserva nelle grandi estensioni di latifondo, nelle zone aride e montuose e in quelle della "polpa", dove l´agricoltura offre speranze. Custodisce nella memoria i paesaggi, decifra quanto di naturale essi contengano e quanto invece, molto di più, siano il frutto del lavoro degli uomini. Consulta dati e statistiche e poi attinge al racconto dei contadini. Ha studiato chimica e mineralogia, entomologia e microbiologia, ma quando percorre a piedi la Calabria, la Lucania o l´Abruzzo, è anche geografo. Non si fida delle descrizioni uniformi, delle sintesi confortanti. Delle palingenesi totali. Invita a distinguere i tanti tipi di agricoltura che convivono nelle regioni del Sud. Per realtà diverse invoca politiche diverse. Non c´è problema per il quale non si sforzi di immaginare una soluzione in positivo. Pensa, a dispetto di molti, che l´emigrazione sia un fenomeno da incoraggiare, perché sfoltisce la pressione su suoli che non possono dare benessere a tanti e perché assicura competenze e rimesse in danaro. Ma poi reagisce sdegnato di fronte alle storie degli emigranti abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza, a cominciare dai treni che li portano al Nord come fossero bestie.

Le lettere, attentamente selezionate e curate da Bernardi, offrono tanti materiali per approfondire i suoi giudizi sulla Dc e la Chiesa, sulla riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, sulla tutela idrogeologica dei versanti appenninici e sul nucleare (al quale si oppone fieramente). Ma molti materiali servono anche a documentare, oltre quel che già si sapeva, quanto Rossi-Doria consideri la "vita per il Sud" una vita che spazia da una dimensione locale, profondamente territoriale, fino ai più produttivi centri di ricerca europei e alle esperienze politiche e di studio che si compiono negli Stati Uniti. Il Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie, una delle migliori eccellenze dell´accademia italiana, fondato a Portici nel 1959, ha il sostegno della Cassa per il Mezzogiorno, ma anche della Ford Foundation e dell´Università di California, dove Rossi-Doria ha soggiornato poco prima di dare avvio a quell´avventura. A Portici economisti, sociologi e antropologi americani avrebbero collaborato intensamente con i colleghi italiani, ha ricordato la storica Leandra D´Antone, che fu sua allieva.

L´attenzione per gli Stati Uniti è di vecchia data. «Hai ragione a pensare che Rossi-Doria sia uno degli uomini migliori dell´Italia di oggi», scrive Salvemini nel 1948 in una lettera ad Arthur McCall, alto funzionario del governo americano. «È un uomo di straordinaria intelligenza e di splendido carattere. Se si pensa che un tale uomo è stato messo fuori uso per il suo popolo con anni di prigione e di confino, si può capire quale disastro sia stato il fascismo per l´Italia». Nel 1951 Rossi-Doria, superando le diffidenze che gravano su di lui in quanto ex-comunista, compie il primo viaggio negli Usa. Studia le bonifiche e i sistemi di assistenza pubblica all´agricoltura, sia tecnica che creditizia, prodotto del New Deal rooseveltiano. Si spinge fino alla Tennessee Valley. Alcuni di quei sistemi lo convincono, altri meno (come documenta D´Antone).

Ma colpisce la sua disponibilità ad apprendere, a confrontare esperienze, rompendo lo schema bipolare imposto dalla Guerra Fredda, come segnala Bernardi in Riforme e democrazia, una biografia di Rossi-Doria uscita nel 2010. Rossi-Doria è attratto dall´America dei democratici, recepisce metodi di indagine, studia le tecniche dell´inchiesta sociale (di cui darà prova raccontando Scandale, piccolo comune del marchesato di Crotone e che gli servirà anche in un progetto abruzzese, insieme ad Angela Zucconi e Leonardo Benevolo). E quando si rilassa, eccolo abbandonarsi all´arte dell´osservazione e del resoconto narrativo: «Un mese dopo, con esperienza fatta più ricca e profonda», scrive a Bob Brand nel dicembre 1951 (la lettera è citata da Leandra D´Antone), «seduto su una bella poltrona del Mark Hopkins Hotel a San Francisco, con la città stupenda sotto gli occhi, i ponti sospesi sulla baia, gli aeroplani nel cielo, il senso dell´oceano di fronte a quello del continente immenso alle spalle, guardando il volo dei gabbiani (...) mi sentivo come un vecchio rispetto ai giovani, cercando di capire e forse incapace del tutto di farlo».
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