Parole della città. Dalla “urbanizzazione” alla “condizione urbana”
Edoardo Salzano
articolo a proposito del convegno internazionale "Planet Under Pressure", che abbiamo ripreso da Le Scienze, sollecita un commento un po’ più ampio di quello consentito da una postilla: un avvio a una riflessione che proseguiremo in futuro.

Adoperare la parola “urbanizzazione” è diventato estremamente rischioso, soprattutto in una fase nella quale le organizzazioni internazionali, a partire dal settore specializzato delle Nazioni unite, sollecita i paesi del Sud del mondo a procedere a grandi passi sulla via, appunto, di una “urbanizzazione” di cui non è definito il significato. Ma per “urbanizzazione” si intende oggi - nel pensiero comune, nell’ideologia che gli è sottesa e nelle politiche che ne derivano – qualcosa di preciso: si intende il prodotto di quel medesimo processo che ha condotto, in vaste regioni del mondo, a sottrarre gran parte del suolo al ciclo naturale e a concentrare la popolazione in aggregati privi di ordine e bellezza (in una “repellente crosta di cemento e asfalto”, diceva Antonio Cederna). La “città”, nelle forme che la sua crescita ha conosciuto nei paesi “sviluppati” sta divorando il pianeta, e si vorrebbe che diventasse ancora più vorace. Da qui gli allarmi che sono emersi al convegno internazionale.

Eppure, la città rimane una delle creazioni più alte della civiltà: il luogo nel quale l’individuale e il collettivo, il privato e il pubblico, l’io e il noi trovano il loro giusto equilibrio; il luogo in cui sono massime le interrelazioni personali, l’arricchimento reciproco, la pluralità di occasioni di utilizzazione delle risorse. Criticare l’uso corrente della parola “urbanizzazione” impone allora di ripartire da ciò che significa la “città”: dall’individuarne le componenti essenziali, i principi universali. Muovendo dall’eredità della città europea, ma non fermandosi a quella.

Se invece di assumere la parola “urbanizzazione”, in cui oggi è implicita quella determinata forma storicamente assunta dalla città, si adoperasse l’espressione (e il concetto) di “condizione urbana” le cose diventerebbero più chiare. Poiché il problema (e l’obiettivo) non deve essere quello di trasformare ovunque l’”habitat dell’uomo” (per riprendere la definizione di Piero Bevilacqua) in un aggregato simile ad Atlantic City o a Kuala Lampur, oppure a una serie di absurd lanscapes o a una delle fantasiose città immaginate dal governo del Sudan del sud e raccontate su eddyburg da Fabrizio Bottini.

L’obiettivo deve essere invece quello di partire dalle differenti situazioni culturali, naturali, storiche, geografiche, economiche che nelle diverse parti del mondo hanno connotato l’habitat dell’uomo, per per conferire, ovunque sia possibile, le buone caratteristiche della “condizione urbana”: in una prima ipotesi, la presenza di spazi e funzioni collettive nella misura e nelle tipologie necessarie agli abitanti, l’accessibilità ai beni comuni e l’equità nella loro fruizione, un rapporto tra artefatto e natura migliore di quello che le città del Primo e del Secondo mondo hanno, determinato nei decenni più vicini.

Ricordando sempre che la città non è comprensibile nè gestibile senza cogliere lo stretto legame tra le tre dimensioni che la costituiscono: l’urbs, la civitas, la polis. Cioè la sua struttura fisica e funzionale, la società che la abita, la politica che ne governa le trasformazioni.
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