Innovazione globale: il ruolo delle metropoli
Jonathan Rothwell
L’ambiente urbano continua ad essere fucina privilegiata di progresso nelle conoscenze: sarà lo stesso anche sul versante della sostenibilità? The New Republic, marzo 2012 (f.b.)
Titolo originale: Global Innovation: The Metropolitan Edition – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Emerge sempre più chiaro quanto le città siano i principali spazi e motori dell’innovazione e, quindi, della ricchezza. Ma quali sono le più innovative del mondo?
Per molti anni ottenere dati economici disaggregati a scala inferiore a quella nazionale risultava impossibile per moltissimi paesi: ora non più. I nuovi dati dell’Ocse evidenziano quali città innovano di più al mondo, calcolate a seconda delle richieste di brevetti nei vari paesi (ai sensi del Patent Cooperation Treaty). Utilizzando le informazioni dal 2005 al 2009, ho analizzato queste cifre per 1.847 aree metropolitane (città-regioni) in 48 nazioni, per delineare possibili orizzonti nell’innovazione globale, anche tenendo conto del fatto che le richieste di brevetto sono certamente importanti, ma parziali come criterio. Il risultato più vistoso è proprio il dominio delle aree metropolitane per quanto riguarda l’innovazione: il 90% dei brevetti mondiali sono richiesti da inventori che abitano in aree metropolitane, col solo 23% della popolazione del mondo.

E le metropoli più innovative sono davvero degli impressionanti giganti di attività. Dieci aree, col solo 2% della popolazione globale, ospitano il 24% degli inventori che hanno chiesto brevetti. Si tratta, nell’ordine, di Tokyo, San Jose, New York, Boston, Kanagawa (Giappone), Shenzhen, Osaka, San Diego, Los Angeles, Seul. Le cinque aree metropolitane Usa dell’elenco si aggiudicano il 12% dei brevetti, nonostante rappresentino soltanto l’1% della popolazione del mondo. Tutte queste dieci campionesse di innovazione hanno in media 11 milioni di abitanti, e consentono al lavoro e alla ricerca di arrivare ad altissimi livelli di specializzazione, secondo le dinamiche già descritte da Adam Smith nel suo La Ricchezza delle Nazioni.

La classifica se riformulata pro capite restituisce un panorama diverso delle metropoli dell’innovazione. L’ambiente più intensivo del mondo da questo punto di vista è quello di San Diego: dal 2005 al 2009 si sono registrati 4,2 brevetti ogni 1000 abitanti. In un’altra prospettiva si potrebbe dire che un abitante medio di San Diego ha 38 volte più probabilità di registrare un brevetto dell’abitante medio del pianeta. Ma gli Stati Uniti hanno una sola altra area fra le prime dieci (San Jose all’ottavo posto). Nell’elenco figurano diverse regioni urbane europee. L’area olandese Noord-Brabant, che ospita la prestigiosa Università Tecnologica di Eindhoven e il triangolo Eindhoven-Leuven-Aachen, si classifica seconda con 3,8 brevetti ogni 1000 abitanti. Seguono i capisaldi farmaceutici svizzeri di Basilea-Stadt e Zug. La potenza industriale tedesca di Ostwürttemberg e la britannica Cambridge, si piazzano rispettivamente quinta e sesta in tecnologie dell’informazione e biologiche. Dopo Tokyo e San Jose, le ultime due fra le prime dieci aree metropolitane dell’innovazione ospitano grandi enti di ricerca di cui molti americani non hanno mai sentito parlare: l’Università per le Scienze Applicate di Tampere, incubatore di punta per le tecnologie dell’informazione nella Finlandia meridionale; e l’Istituto Coreano di Scienza e Tecnologia avanzata di Daejon, dove a ogni 1000 abitanti corrispondono 2,9 brevetti.

E in quali paesi si trovano le aree metropolitane dall’innovazione più intensiva? Gli Stati Uniti ne hanno cinque (Rochester, stato di New York; Boston, e Minneapolis, oltre alle citate San Diego e San Jose) e si collocano al terzo posto. I paesi di punta stanno in Europa. In testa la Germania con 14 aree nelle prime 50, seguita dalla Svizzera con 8. Svezia e Israele ne hanno quattro ciascuna. La Finlandia 3, Danimarca, Francia, Giappone, Regno Unito, due ciascuna. Austria, Olanda, Islanda, Corea, una (i paesi più innovativi pro capite sono tutti piccoli: Svezia, Svizzera, Finlandia, Israele, Danimarca).

Una delle conclusioni che si possono trarre è che, almeno sul versante dell’innovazione, l’Europa non è affatto il continente sclerotizzato che alcuni (ad esempio i politici americani) pensano. Gran parte dei nodi regionali di punta per l’innovazione del mondo si trovano in Europa. E anche la straordinaria disponibilità di dati sarebbe stata impossibile senza le ricerche Ocse, ente con sede a Parigi. Ciò sottolinea quanto gli europei considerino seriamente le economie regionali, come dovremmo fare anche noi negli Stati Uniti. Ci sono gli abitanti di San Diego che producono 135 volte più brevetti di quelli che abitano a Aberdeen, South Dakota: ha ancora senso formulare politiche nazionali per l’innovazione senza tener conto della geografia?

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