Non calpestate le aiuole: sono pericolosissime!
Fabrizio Bottini
Per riuscire a pavimentare in modo adeguato la proverbiale strada che ci porterà dritti alla dannazione, le buone intenzioni devono innanzitutto essere squadrate, solide, inattaccabili dalle intemperie del ragionamento. Resistere all’evidenza nonostante tutto, così come accade da circa un paio di secoli al termine “verde” e al suo collegamento automatico e ombelicale con la vita, la salute, la giustizia e compagnia bella. Ci immergiamo nel verde, direttamente o portandoci appresso la casa, magari pure la fabbrica o l’ufficio, e ci dimentichiamo non solo i guai che ci siamo lasciati alle spalle dopo l’immersione, ma anche quelli provocati ex novo dal solo fatto di essere atterrati là in mezzo coi nostri piedoni, che lasciano la famosa impronta ecologica. A volte vistosa e inequivocabile, a volte molto meno.

Particolarmente viscido e traditore appare da questo punto di vista il “verde urbano”, che parrebbe davvero una delle cose più inattaccabili, da sempre considerato avanguardia del bene nella sentina del maligno, assai simile alla biblica goccia d’acqua che cadeva sulla lingua dei dannati ad alleviare le loro eterne sofferenze. Verde urbano sono le antiche tenute dei cattivi ricconi, i cui cancelli si sono aperti al popolo dopo le rivoluzioni democratiche, e quindi non tanto teoricamente affondano le radici nel sacrificio dei martiri e nell’anelito a un futuro migliore. Verde urbano sono i piccoli parchi e giardini di quartiere, rivendicazione successiva scientificamente quantificata e introdotta per legge nelle norme urbanistiche a garantire salute, benessere, socialità. Verde urbano sono (forse da molto più tempo dei primi due) i fazzoletti privati che con sacrificio gli abitanti si sono ritagliati attorno a casa propria, per tenerci le aiuole fiorite, o le piantine di fagioli e peperoni, o entrambe le cose se e quando possibile.

Da sempre la cultura urbana e ambientale tiene in gran rilievo il ruolo di questi spazi, specie se inseriti adeguatamente in un contesto più ampio, già ben chiaro sin dagli albori dell’approccio moderno e meglio definito dalla contemporanea dizione di “infrastrutture verdi metropolitane”, cioè sistema a rete che non solo collega organicamente la dimensione dei grandi spazi regionali naturali e agricoli coi quartieri centrali più densi, ma in prospettiva può ribaltare del tutto l’idea di città moderna strutturandola (lo dice la parola stessa “infrastrutture”) non più sulle reti tecniche ma su quelle ecologiche. E qui, proprio qui, entra in campo la questione del rapporto fra buone intenzioni e contenuti reali delle pratiche, o come si diceva all’inizio il rischio che queste buone intenzioni vadano classicamente a lastricare le strade dell’inferno. Ovvero: di cosa sono fatti in realtà quelli che sbrigativamente su una carta si classificano spazi verdi, e ancor più sbrigativamente qualcun altro poi collega a rete con altri a formare un sistema?

Distinguere, quando si parla di cose grosse e vistose, è abbastanza facile. Basta pensare al dibattito internazionale sulle colture geneticamente modificate, il land grabbing, certe pratiche che comportano deforestazione o altro palesemente insostenibili. Un po’ più difficile quando si scende di scala, e qui entra in campo alla grande l’ideologia, l’uso arrotondato delle parole. Ho appena letto un articolo proposto a una rivista scientifica internazionale specializzata in ambiente, in cui il sedicente studioso alla fine di una apparentemente dotta dissertazione sulle greenbelt e l’agricoltura di prossimità metropolitana proponeva questo genere di coltura: agro-carburanti! Come dire, in piena epoca di cultura del chilometro zero, a un tiro di sasso da ricchi mercati urbani che potrebbero assorbire produzioni alimentari biologiche ad altissimo valore aggiunto, qualche sciagurato pensa di sfruttare quelle preziose superfici verdi per un uso che più industriale non si potrebbe. Ma appunto, usa giri di parole, note a piè di pagina, terminologia che pare scientifica. E va contrastata con criteri ancor più stretti.

Ci pensa per esempio una recentissima ricerca, espressamente dedicata alle superfici minori (ma non certo se le consideriamo correttamente come sistema) dei giardini privati: The domestic garden – Its contribution to urban green infrastructure (febbraio 2012). Sgombrando immediatamente il campo da dubbi quando conferma l’ovvio: il termine “verde” non significa assolutamente nulla, se non si verificano gli effetti delle pratiche che si svolgono in quell’ambito. Visto che si tratta di uno studio condotto da un gruppo interuniversitario britannico, mi torna in mente quel racconto di un romanziere britannico residente a Verona, Tim Parks, quando in Vicini italiani raccontava degli orti dietro casa sua a Montorio, quel bel paesaggio “verde” che vede chiunque dirigendosi a est fuori Porta Vescovo. Un paesaggio che a leggere bene era più inquinato di una discarica, saturo delle quantità industriali di diserbanti e concimi chimici riversati da generazioni di villettari molto attenti a produrre magari quintali di ortaggi per tutta la famiglia, ma molto meno agli effetti sull’ambiente delle loro sbrigative tecniche orticole.

Del resto, fate un paio di chiacchiere con qualsiasi vivaista, progettista di giardini, padrone di casa, e vi confermeranno che sì, l’ambiente gran bella cosa, ma se si vuole il prato verde, il pomodoro a sufficienza per fare la salsa in bottiglia ad agosto, la siepe che fiorisce facendo schiattare d’invidia i vicini … Il rapporto dei ricercatori inglesi è espressamente dedicato proprio ai rischi, per nulla teorici, di mescolare il proseguimento di tali pratiche all’idea di piano sottesa alla rete continua delle infrastrutture verdi, potenzialmente assimilabili a micidiali superstrade se al puro disegno spaziale non si sommano organicamente programmi - locali e non - a incoraggiare una maggiore naturalità del verde. Pare una stupidaggine, parlare di programmi per la naturalità del verde, ma in fondo non c’è niente di diverso da tante altre idee del giorno d’oggi, come convincere la gente che l’equazione automobile = spostamenti comodi e veloci è sbagliata. Un obiettivo difficile, viste le premesse, ma come sempre bisogna almeno provarci.

(in allegato qui di seguito il preprint dell’articolo scientifico)

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