Bonifiche suburbane: il riuso dei centri commerciali
Eddyburg
Gli scatoloni abbandonati sono da diversi anni un problema non da poco, ormai in tutto simile alle strutture industriali ma molto, molto più diffusi. The Economist, 31 marzo 2012 (f.b.)
Titolo originale: Reclaiming the suburbs – Rescuing shopping malls – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Gli uffici centrali della Rackspace traboccavano. Nel 2007 la compagnia, che offre servizi di cloud-computing e per la rete, aveva più di mille dipendenti in centro a San Antonio. C’era gente fin nei corridoi e negli atri accampata su tavolini pieghevoli. Spesso per discutere con persone di altre divisioni si doveva cambiare edificio o organizzarsi attorno alle trombe degli ascensori. Ma anche così quando uno dei fondatori, Graham Weston, ha proposto di traslocare in un centro commerciale, c’è stato parecchio scetticismo. Un centro commerciale vuoto, dentro a un quartiere periferico, Windcrest, reso piuttosto tenebroso anche da quell’enorme cadavere lungo la superstrada.

Ma costruirsi una sede nuova avrebbe comunque richiesto parecchi anni, e l’occasione era economica. “I centri commerciali non li vuole più nessuno” spiega John Engates, responsabile settore tecnologie. Ma uno spazio così la Rackspace, e altre imprese, lo possono considerare anche come una pagina tutta da scrivere. Nel 2008 si aprivano I nuovi uffici, e si vinceva anche un premio per la riqualificazione. Adesso ci stanno più di 3.000 persone, con programmi per assumerne altre varie centinaia entro fine anno. Certo esistono ancora tantissimi centri commerciali a scatola chiusa frequentatissimi. Dopo qualche anno di astinenza, tornano i clienti. A febbraio secondo il Dipartimento del Commercio le vendite sono cresciute dell’1% rispetto a gennaio: più del previsto, e un atteso segnale di ripresa.

Ma c’erano parecchi complessi già nei guai prima della recessione, e sicuramente non sarà la ripresa a farli resuscitare. Il settore commerciale in America ha probabilmente costruito troppo, e nel quarto trimestre del 2011, secondo la National Association of Realtors, il 16,9% degli spazi non era utilizzato. I mall sono molto vulnerabili perché sono dei sistemi: se chiude il grande negozio attrattore o certi spazi restano a lungo inutilizzati ne risente presto tutto quanto. Molti sono stati realizzati nell’era eroica del modello e iniziano ad apparire del tutto improponibili. La nuova moda sono gli interventi a funzioni miste, o quelli all’aperto che sembrano un quartiere commerciale urbano. In certe città la gente inizia anche a ritornare nei vecchi distretti centrali, come da anni sognavano gli urbanisti.

Ma se gli americani tornano nei negozi, non tornano nei centri commerciali, il che lascia parecchie aree piene di scatoloni vuoti: contenitori di degrado circondati da ettari di asfalto bollente. Qualcuno diventa una superficie ideale da ricoprire di graffiti. Qualcun altro viene demolito. Ma altri ancora per fortuna trovano nuove funzioni. Ad esempio introducendo usi diversi e vari. Nel Natick, complesso di fascia superiore a Boston, si sono realizzati appartamenti in condominio. Altra idea è quella di attività diverse dal solito. Un pezzo di centro commerciale a Cleveland, Ohio, è stato destinato a verde coperto a orti, un modello che si potrebbe ripetere in tante città a sperimentare agricoltura urbana. Scuole a università sono altri possibili inquilini. La University of the Incarnate Word ha affittato alcuni spazi di un altro mall a San Antonio. Vanderbilt, in Tennessee, ha ceduto superfici a una struttura sanitaria; ai pazienti vengono anche dati dei buoni da spendere per uno spuntino nell’area ristorazione mentre aspettano il turno. Centinaia di studenti delle superiori a Joplin, Missouri, seguono le lezioni in un centro commerciale convertito, dopo che l’istituto è stato distrutto da un tornado l’estate scorsa.

Si tratta di attività più solide dei soliti negozi, che non dipendono dal passaggio. Ma convertire a nuove funzioni richiede spese, e sperimentazione. La Rackspace, per quanto la riguarda, ha investito più di cento milioni nel rifacimento degli spazi. Si sono ritagliate finestre nelle pareti, costruiti lucernari. I dipendenti si perdevano, e così le sale riunione si sono organizzate tematicamente anziché numerandole. Chi arriva nello spazio giochi poi si orienta. Ferve il dibattito interno sul conservare o no le fontane. Allan Nelson, responsabile di gestione, teme che poi qualche “Racker” entusiasta voglia fari un tuffo.

Spazi tanto contraddittori stimolano riflessioni innovative. Luoghi di incontro lungo i passaggi, delimitati dalle ex vetrine dei negozi. Una ex ribalta dei camion è stata convertita a sala presentazioni, e sollevando la grande saracinesca si può partecipare anche da fuori. Si può anche uscire dal proprio ufficio continuando a lavorare al tavolo del bar, o passare al chiosco risorse umane, o giocare a nascondino nel percorso voltato. “Non credo che lo vedano più come centro commerciale” commenta Engates. Forse qualcuno lo prenderà ad esempio.
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La limitazione del traffico non c’entra con la crisi del commercio, dice il buon senso, ma i bottegai non capiscono. Corriere della Sera Milano, 26 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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