20111125 I diritti e la città
Edoardo Salzano
Ringrazio innanzitutto Giovanni Spalla, Luca Borsari e la Fondazione per la cultura Palazzo Ducale, Andrea Agostini e Legambiente, di avermi invitato a partecipare a questa serie di incontri. Ho potuto apprezzare molto quello che ho visto e sentito – delle precedenti sedute – dal sito che ne riporta i materiali. L’oscuro silenzio che avvolge i temi su cui ragioniamo (in sostanza, qual è lo stato delle città, e quale il suo destino) è per me grave fonte di preoccupazione, e qualsiasi iniziativa ragionevole che tenti di forare questa coltre è benvenuta.

La città

Vi parlo come urbanista. E come urbanista che ha imparato che il suo mestiere ha senso, e può essere utile, se non dimentica mai che la città – la realtà alla cui essenza il suo mestiere è legato –può essere compresa e trasfomata solo se si tengono insieme i suoi tre aspetti: la città come urbs, come insieme di relazioni dello spazio e nello spazio; la città come civitas, come società che concretamente abita quello spazio; la città come polis, come capacità e struttura di governo dell’urbs e della civitas.

Estendendo un po’ questa connotazione della città si potrebbe facilmente giungere a una sua più compiuta definizione: cosa che a me sembra essenziale se si vuole non solo descriverla, ma agire per trasformarla. Il tempo non mi consente di dilungarmi su questo tema. Mi limiterà a una sola considerazione.

Se consideriamo la città non come un mero aggregato di case e di altri elementi, ma come “la casa della società”, allora non possiamo non renderci conto che oggi intero territorio è diventato “la casa della società”: è il territorio nel suo insieme il luogo che l’uomo associato impiega per tutte le sue necessità legate alla sua vita.

Une definizione che in questo senso mi sembra interessante e utile è quella coniata da Piero Bevilacqua: il territorio come “habitat dell’uomo”.

“La città dei diritti”

Il tema che mi è stato assegnato può essere affrontare almeno sotto due profili, in relazione a due facce della parola “diritto”:
diritto come norma garantisce la tutela di determinate facoltà e possibilità della persona e il soddisfacimento di determinate esigenze;
diritto come rivendicazione di una facoltà, una possibilità, una esigenza attualmente non garantite, o garantite in modo insufficiente.

Questi due profili non sono antitetici, ma sono legati dialetticamente, nel senso che – come la storia ci insegna – la rivendicazione di un diritto conduce (può condurre) alla sua trasposizione in norma.

Se parliamo oggi dei diritti in relazione alla città allora penso che sia utile affrontare l’argomento in relazione a tre successivi momenti della nostra storia:
ieri, quando, nell’ambito della “città del welfare”, nel nostro paese una serie di rivendicazioni hanno trovato il loro soddisfacimento e sono diventate norma;
oggi, che dalle vicende dei decenni a noi più vicini è scaturita una nuova serie di rivendicazioni, che aspirano a essere a loro volta tradotte in norma.
domani, futuro possibile, che possiamo – se non prevedere né progettare – provare a progettare e a costruire.

IERI.

La città del welfare

Gli storici cominciano a guardare con sguardi più attenti a un ventennio della nostra storia recente il cui ricordo, nei trent’anni passati, è stato deformato, o rimosso, o addirittura demonizzato. Mi riferisco agli anni 60 e 70 del secolo scorso.

Anni di tumultuosa trasformazione del nostro paese. Anni di cambiamenti della vita sociale, economica, politica, culturale, e anni di grandi riforme: riforme vere, riforme della struttura, e non riformicchie come quelle di cui si parla da qualche decennio.

Mi sembra che tra le riforme vere e le riformicchie la differenza stia nel fatto che le prime modificano le strutture della società, dell’economia, della politica, della cultura, e aprono la strada a più profonde trasformazioni, mentre che le riformicchie di oggi siano al più aggiustamenti, mitigazioni, ammorbidimenti di storture vere o presunte.

Non voglio dilungarmi troppo. Mi limito a ricordare alcune delle maggiori trasformazioni che ebbero un riflesso concreto sul diritto – più precisamente, sulla norma – anche se, malauguratamente, non ebbero il tempo sufficiente per tradursi nei fatti in modo adeguato.

Nel campo dell’urbanistica

Nel campo del nostro interesse di urbanisti e studiosi della città ricordiamo alcuni obiettivi raggiunti.

Con la “legge ponte” urbanistica del 1967 e con i successivi decreti del 1969 si ottennero in Italia
- la generalizzazione della pianificazione urbanistica,
- il primato delle decisioni pubbliche nelle trasformazioni del territorio,
- l’obbligo a vincolare determinate quantità di aree per servizi e spazi pubblici.

Con le leggi per la casa del 1962 (piani per l’edilizia economica e popolare), 1967 (obbligo della pianificazione comunale, disciplina delle lottizzazioni e standard urbanistici), 1971 (programma decennale per l’edilizia abitativa e avvicinamento delle indennità d’esproprio ai valori agricoli), 1977 (programmi per il recupero dell’edilizia esistente) e 1978 (limitazioni all’affitto degli alloggi privati) si ottenne la possibilità
- di controllare tutti i segmenti dello stock abitativo,
- di realizzare quartieri residenziali dotati di tutti gli elementi che rendono civile una città,
- di ridurre il prezzo degli alloggi in una parte molto ampia del patrimonio edilizio.

E indicherei come coda di questo periodo nei successivi, terribili anni 80, alcune ulteriori importanti conquiste normative, quali le leggi per la tutela del suolo e delle acque e per la tutela del paesaggio. Di fronte alle catastrofi di questo novembre vorrei ricordare il principio, implicito in queste ultime due leggi e nella cultura che le ha prodotte e stabilito nei suoi meccanismi, secondo il quale la definizione delle condizioni necessarie per garantire l’integrità fisica e l’identità culturale del territorio devono avere la priorità sulle scelte di trasformazione, quindi sui piani urbanistici e sulle pratiche edilizie. Principio che fu da subito disatteso e contraddetto.

Ma usciamo dal nostro stretto campo, per comprendere meglio. E ricordiamo che in quegli stessi decenni, sincronicamente e per merito degli stessi soggetti, culture, movimenti, si ottennero altre grandi conquiste sul terreno dei diritti sociali, strettamente collegati alla condizioni urbana.

Ricordiamo: lo statuto dei diritti dei lavoratori, la scala mobile, il servizio sanitario nazionale, la libertà per le donne di interrompere la gravidanza e la libertà per tutti di divorziare, l’istituzione degli asili nido e della scuola materna di stato, il tempo pieno nella scuola elementare, il voto ai diciottenni e l’estensione della democrazia, nelle istituzioni, nella scuola e nelle fabbriche.

Come e perché si raggiunsero questi obiettivi

Un ruolo essenziale nel raggiungere questi risultati (al di là delle cause legate alle trasformazioni della struttura economica e alla politica internazionale) fu la spinta che nasceva dalle rivendicazioni sociali e la sponda che questa trovava nelle istituzioni, tramite partiti politici che erano ancora – secondo detta la Costituzione – i canali attraverso i quali i cittadini potevano «concorrere con metodo democratico ala politica nazionale».

Questa spinta ebbe una complessa maturazione, e conobbe forse il punto più alto negli eventi del 1968-69. Tre componenti furono a mio parere essenziali: il movimento per l’emancipazione delle donne, il movimento studentesco e il movimento operaio. Quest’ultimo – nelle sue espressioni sindacali e in quelle politiche – fu decisivo.

Voglio ricordare soprattutto l’autunno del 1969 che fu certamente il momento più alto dello scontro sui problemi del territorio e della sua organizzazione: si trattava di affermare il diritto alla città come componente essenziale di una società riformata. Quei temi non erano agitati solo da èlite intellettuali e dalle componenti più radicali della sinistra (allora espresse dall’ala della sinistra del Psi che faceva capo a Riccardo Lombardi). Era l’insieme dei sindacati dei lavoratori che scendeva in campo, con l’appoggio del maggiore partito della sinistra, il Pci. Un partito il cui animatore su questi temi era allora – voglio ricordarlo oggi nella sua città – Alarico Carrassi, allora responsabile della politica della casa e l’urbanistica in quel partito.

Lo ha riconosciuto del resto uno storico del livello di Paul Ginsborg. In quegli anni, scrive, «le forze che premevano per una riforma del settore abitativo e della pianificazione urbana erano ben più forti che all’epoca di Sullo e dell’inizio del centrosinistra. La principale differenza consisteva nella presenza attiva del movimento operaio».

“Diritto alla città”

C’è uno slogan che suona particolarmente interessante all’orecchio di un urbanista, e che in qualche modo riassume il senso generale, il “diritto generale” delle trasformazioni di quegli anni: il diritto alla città. É uno slogan, ma è anzitutto il titolo di un libro, del sociologo francese Henry Lefebvre: Droit à la ville. Un libro che agì molto nelle coscienze.

Il libro di Lefebvre indicava le due componenti essenziali del “diritto alla città”: il diritto per tutti di appropriarsi della città, di usarla senza esclusioni né preclusioni;
, e il diritto di tutti a partecipare alle decisioni circa le sue trasformazioni, il suo governo.

Si tratta evidentemente dell’uso della parola “diritto” per indicare una rivendicazione, non un sistema di norme e di pratiche acquisite. Ma chi ha vissuto quegli anni sa bene che sono stati allora i grandi movimenti della società (gli studenti, gli operai, le donne…), ascoltati da una intelligente politica del Palazzo a ottenere gli obiettivi normativi raggiunti in quel periodo.

L’espressione “diritto alla città” è scomparsa quasi interamente nei decenni successivi. Sta riemergendo oggi, ed è forse rivelatrice di una nuova stagione di speranza. Ma su questo tornerò più avanti. Vorrei domandarmi invece in quale terreno affondano le radici dei due decenni. In quegli anni in cui, in Italia, si poté parlare di “città del welfare” non solo come di un immaginario che in quella fase era condiviso – in quanto proprio dell’ideologia egemone,- ma come obiettivo reso concretamente raggiungibile dal sistema normativo.

Le radici

Le radici di quella fase erano indubbiamente, in Italia, nella Resistenza antifascista e nell’unità delle forze che avevano costruito la “Repubblica fondata sul lavoro”. Erano nella Costituzione, quindi, e nella cornice di principi condivisi che essa forniva a interessi e progetti diversi e in conflitto tra loro.

Quelle radici erano anche in una concezione della politica. La concezione che la politica significava, per tutti, anteporre gli interessi generali a quelli particolari. Nei diversi progetti politici lo stesso riferimento “di parte” che l’uno o l’atro schieramento assumeva (il primato del lavoro proletario o quello della proprietà privata o quello dell’impresa capitalistica) erano assunti in quanto chiave del raggiungimento di un maggiore “interesse generale”, e non in quanto bastone con cui picchiare e annullare l’avversario, o recinti degli interessi che devono essere garantiti contro tutti gli altri.

In un orizzonte più ampio nella storia e nella geografia le radici di quei due decenni erano nel compromesso keynesiano tra capitale e lavoro, e nell’accordo tra le potenze mondiali nella guerra antifascista.

Certo, quel compromesso era consentito dal fatto che ci si muoveva ancora entro una parte del mondo. Ne erano escluse quelle vaste porzioni del pianeta che poi furono chiamate Terzo mondo, o Paesi in via di sviluppo, e verso le quali venivano esportati i conflitti perché non turbassero il difficile equilibrio tra le classi del sistema capitalistico. Non dimentichiamo mai che il prezzo del maggior benessere dei paesi dell’Europa socialdemocratica e del Nordamerica fu pagato, ed é ancora pagato, dalle vittime della colonizzazione dell’Asia e dell’Africa.

OGGI

La svolta

Gli storici concordano ormai sugli anni in cui va collocata la svolta, e sul nome della fase che da allora è cominciata. In Italia si colloca nella metà degli anni 80 del secolo scorso, e segue di pochi anni quella iniziata con le presidenze di Ronald Reagan e di Margaret Tatcher (cui David Harvey accompagna, come terzo e quarto cavaliere dell’apocalisse, Pinochet e Deng Tsao Ping). Il mondo cambia giro. Inizia la fase di quello che in Italia si chiama Neoliberismo, e nel resto del mondo Neoliberalism. Una fase del tutto nuova del sistema capitalismo; quella che nel suo recente libro Luciano Gallino definisce – secondo me con grande precisione – Finanzcapitalismo.

Dall’economia delle cose s passa all’economia della carta. Il Denaro non è più un mezzo per comprare Merci e produrre piùMerci, ma è il Denaro in sé che diventa il fine: trasformare il Denaro in piùDenaro producendo Merci o – sempre più largamente – trasformando Beni comuni in Merci per produrre sempre piùDenaro

É una mutazione totale dell’economia capitalistica. Che trascina con sé una mutazione profonda della società, dell’uomo – e naturalmente anche della città e del modo in cui si svolge il mestiere dell’urbanista.

Vediamo alcuni aspetti generali di questa mutazione. Dall’equilibrio tra privato e pubblico (e tra individuale e collettivo) si è passati al dominio del privato e dell’individuale. Dal ruolo del mercato come strumento di definizione dei prezzi delle merci si è passati al Mercato come dominus indiscusso d’ogni decisione (e a un “mercato” il quale, come abbiamo appreso nella crisi recente, è composto d 25 soggetti che decidono sui destini del mondo intero). La politica è diventata un’ancella dell’economia data, si è schiacciata su di essa.

Le conseguenze della svolta neoliberista sulla città (sull’habitat dell’uomo) sono state devastanti. Voglio sottolinearne tre aspetti a mio parere più significativi.

Dal pubblico al privato

Innanzitutto è profondamente colpito il carattere pubblico, comune, collettivo della città nel suo insieme.

Nella nostra storia quel carattere era stato ritenuto raggiungibile mediante l’affermazione di un principio (il diritto/dovere della collettività di decidere l’uso del suolo e le trasfrmazioni urbane) raggiungibile mediante due strumenti: lo strumento patrimoniale (proprietà pubblica dei suoli urbanizzabili o appartenenza pubblica del diritto a costruire), lo strumento di una pianificazione urbanistica efficace, autorevole, condivisa, promossa e garantita da chi esercita il governo in nome degli interessi generali.

Oggi si sostituisce di fatto la pianificazione pubblica con la contrattazione delle decisioni sulla città con la proprietà immobiliare: non vi è città che non presenti testimonianze molteplici di questa nuova prassi di “urbanistica contrattata”.

Si arriva addirittura a voler decretare che il diritto di edificare appartiene strutturalmente alla proprietà del suolo. Ma il primo passo era stato compiuto quando si erano inventati quegli strumenti urbanistici anomali (programmi complessi, programmi integrati, e poi tutte le sigle immaginabili) che consentivano a un accordo stipulato tra amministratore e proprietario di dergare alla pianificazione ordinaria – soggetta a una procedura di larga evidenza pubblica. E un passo successivo era stato effettuato quando, con il PRG di Roma redatto e approvato da amministrazioni di sinistra, con consulenti di sinistra, si inventarono presunti “diritti edificatori” (fino ad allora sconosciuti al diritto e ai giuristi), che avrebbero comportato l’obbligo del pagamento di pesanti indennizzi a un comune che avesse voluto ridurre, motivatamente, l’edificabilità sul suo territorio concessa da un piano regolatore troppo permissivo.

La rendita immobiliare

La condizione grazie alla quale il governo pubblico poteva esercitare il suo diritto /dovere di regolare le trasformazioni dell’habitat dell’uomo era considerato – nei regimi liberali prima ancora che in quelli socialdemocratici e socialisti - la capacità del governo pubblico di ridurre il peso della rendita immobiliare (fondiaria ed edilizia) sulle decisioni e sui costi della trasformazione della città, e di traferirne l‘incremento dal privato al pubblico, per reinvestirlo nel miglioramento delle funzioni urbane.

In Italia, agli inizi degli anni 70 la necessità di contenere i grandi plusvalori della rendita immobiliare era così largamente condivisa che la stessa Confindustria dichiarava di sostenere una riforma urbanistica che, contenendo la rendita, avrebbe garantito buoni profitti senza colpire i salari. Ma le cose cambiarono rapidamente. Gli stessi gruppi industriali che avevano criticato la rendita trovarono comodo appropriarsene, intrecciare sempre più profondamente rendita e profitto, e anzi spostare la loro attenzione dalle attività industriali a quelle immobiliari

Il percorso iniziò negli anni delle grandi trasformazioni del sistema produttivo (dalla manifattura al terziario), per svilupparsi fino ai nostri anni. Esso è stato recentemente analizzato con grande acume da Walter Tocci. «La dismissione industriale fece scoprire ai capitalisti i vantaggi immeritati delle plusvalenze immobiliari, un modo più semplice di arricchirsi, senza dover fare i conti con l’organizzazione del ciclo produttivo. A quel punto terminarono i dibattiti sull’improbabile patto tra i produttori, venne messa in soffitta qualsiasi ipotesi di separazione tra rendita e profitto e non se ne parlò più».

Il trionfo della rendita

Negli anni successivi la finanziarizzazione dell’economia aiutò la rendita urbana ad accrescere il suo peso nell’insieme del sistema economico e della percezione del territorio. L’appropriazione privata di rendite (finanziarie e immobiliari) divenne la componente preponderante dei guadagni ottenuti dai gestori del capitale intrecciandosi strettamente al profitto.

All’inizio degli anni 90 l’esplodere della bolla edilizia sembrò segnare il punto d’arresto del trend immobiliarista. Ma alla fine del decennio l’espansione riprese alla grande. Ricominciò un ciclo di “valorizzazione” immobiliare con livelli di crescita mai raggiunti in precedenza. Si aprì la fase che Tocci definisce della “rendita pura”: la fase in cui si celebra il trionfo della rendita immobiliare, diventata (insieme a quella finanziaria) il fine dell’intero sistema economico.

Gli amministratori e la rendita

L’appiattimento della politica sull’economia ha consentito ai gestori del capitale di ottenere dagli amministratori il consistente aiuto derivante dalla loro possibilità di promuovere o consentire, con l’insieme delle politiche urbane, la sistematica espansione delle parti del territorio il cui valore di scambio passava dalle utilizzazioni legate alle caratteristiche proprie dei suoli a quella urbana ed edilizia. Attraverso le politiche urbane gli amministratori infedeli hanno insomma servito i poteri forti dell’economia spalmando su aree sempre più vaste la rendita immobiliare. Decisivo, a questo fine, è stato l’aiuto fornito alla speculazione fondiaria dalle politiche nazionali, che hanno ridotto via via le risorse trasferite ai comuni lasciando loro la possibilità di stornare i cespiti degli oneri di concessione dalla realizzazione delle attrezzature pubbliche alle spese correnti.

Per servire la crescita e l’appropriazione privata della rendita fondiaria gli amministratori hanno introdotto significativi cambiamenti nelle loro politiche. Aiutate, e anzi sospinte dalla legislazione nazionale, hanno proceduto allo smantellamento della pianificazione urbanistica e territoriale quale era stata definita nei decenni precedenti .

Ora, gli strumenti foggiati per tentare di porre ordine e razionalità nelle trasformazioni urbane e territoriali erano considerati solo un impaccio al libero esplicarsi della legge del massimo sfruttamento delle potenzialità economiche (in termine di valore di scambio) del territorio.

Alto è il prezzo

Alto è il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sul terreno stesso dello sviluppo economico per effetto della scelta compiuta dalle aziende di spostare gli investimenti, gli interessi, l’intelligenza, dalla produzione al mattone, e per di più al “mattone di carta”. «É stata proprio la rendita la vera responsabile di quella bassa crescita» che ha contrassegnato il sistema produttivo italiano, afferma Tocci.

Ma ancora più pesante è il prezzo che hanno pagato le città e i territori, le condizioni di vita degli abitanti, la ricchezza dei beni culturali e del paesaggio. Le conseguenze del trionfo della rendita sono sotto i nostri occhi. Si è manifestata una grande euforia immobiliare, che ha stimolato la produzione edilizia e alimentato la domanda, determinando così un balzo in avanti della valorizzazione della rendita. Il cambiamento è stato enorme, non solo in termini quantitativi. È cambiato radicalmente il ruolo della città nei confronti dell’economia. La città è diventata sempre di più una macchina - costruita nei secoli e pagata ancora oggi dalla collettività - usata per accrescere le ricchezze private. Il territorio viene devastato da un consumo di suolo impressionante, le condizioni di vita nelle aree urbane peggiorano sempre di più, la sottrazione di risorse ai cicli vitali della biosfera cresce continuamente.

Rimane aperto il problema di chiarire perché in Italia gli intellettuali, dentro e fuori dai partiti, non lo abbiano compreso. E perché troppo stesso gli urbanisti , avallati dai loro istituti, abbiano trasformato il loro ruolo da quello di servitori dell’interesse collettivo a facilitatori dei progetti immobiliari.

Abbandono della pianificazione della città e del territorio, e trionfo della rendita come motore dello sviluppo: non sono forse queste due novità anche le cause dei disastri recenti?

Lo spazio pubblico

Un altro aspetto emblematico – il terzo - di quella che definisco “la città della rendita” è la progressiva riduzione e mistificazione dello spazio pubblico.

Gli spazi pubblici siano l’anima della città e la ragione essenziale della sua invenzione. Essi sono il luogo nel quale società e città s’incontrano, il luogo nel quale il privato diventa pubblico e il pubblico si apre al privato. Appunto per questo, mi sembra che uno dei segni più gravi dell’attuale crisi della città è nel fatto che gli spazi pubblici sono oggi a rischio, minacciati da mille tentativi di privatizzazione e mercificazione.

Sono rischi che non nascono da oggi. Lo testimonia il tentativo, in corso ormai trionfalmente da qualche decennio, di sostituire agli spazi pubblici i “non luoghi”, caratterizzati dalla ricerca dei requisiti opposti a quelli che rendono pubblica una piazza (lo spazio pubblico per antonomasia):
la recinzione mentre la piazza è aperta,
la sicurezza mentre la piazza è avventura,
l’omologazione mentre la piazza è differenza e identità,
la natura delle persone che la abitano, clienti anziché di cittadini,
la distanza dalla vita quotidiana anziché la sua prossimità.

E lo testimonia, da tempi ancora più lontani, l’assenza della previsione e progettazione di spazi pubblici da grandissima parte delle periferie che da molti decenni circondano e affogano la città

I diritti nella città del neoliberismo

In sintesi possiamo dire che l’elemento che caratterizza la condizione urbana nella città del neoliberismo all’italiana è la progressiva affermazione di un modello di habitat fondato sulla prevalenza di soluzioni individualistiche, precarie e costose - quindi fortemente differenziate a seconda delle diverse capacità di spesa - ai bisogni che nella fase del welfare urbano erano stati affrontati secondo una logica tendenzialmente egualitaria, solidaristica, collettiva, risparmiatrice di risorse.

Il diritto alla casa si è tradotto nella sollecitazione generalizzata alla ricerca di abitazioni a basso costo, in aree lontane dal centro, possibilmente non “valorizzate” da piani urbanistici (quindi spesso in insediamenti abusivi o illegittimi), non servite da una rete di trasporti collettivi né da servizi pubblici, dotate di un brandello di verde privato in sostituzione dei parchi urbani: la miriade di abitazioni unifamiliari o plurifamiliari che alimentano lo sprawl e formano il sempre più esteso insediamento disperso. A questo modello, propagandato dalle immagini pubblicitarie della “casetta nel verde”, possono accedere quelli che hanno un reddito adeguato. Per gli altri (le giovani coppie, gli anziani soli, e le crescenti legioni di lavoratori precari indigeni o immigrati) l’unica alternativa è un alloggio molto distante dal luogo di lavoro, o una sistemazione di fortuna in un’edificio abbandonato.

Il diritto ai servizi collettivi è sempre più contraddetto e negato. La politica finanziaria sposta continuamente risorse dagli impieghi sociali al sostegno alle attività economiche, agli interventi suscettibili di favorire investimenti immobiliari e finanziari privati, agli investimento in opere di prestigio ma di scarsa utilità sociale. Ai comuni è sottratta parte delle risorse direttamente trasferite dallo stato; in cambio, l’imposta sulle nuove costruzioni, che era stata istituita nel 1977 per finanziare l’acquisizione e l’utilizzazione di spazi pubblici, è stata “liberata” da questo vincolo e utilizzata per le crescenti esigenze dei comuni. Molte opere pubbliche rilevanti (come gli ospedali) vengono realizzati con un sistema di project financing all’italiana, che accolla allo stato i rischi d’impresa e consente ai finanziatori privati di lucrare aumentando il costo dei servizi accessori. La privatizzazione di servizi pubblici rilevanti per la vita dei cittadini sul territorio (come i trasporti ferroviari) conduce a privilegiare i servizi ad alto prezzo (componenti della “infrastruttura globali”) e a ridurre sistematicamente i servizi a breve e medio raggio e a prezzo più contenuto.

E le stesse opere d’interesse generale e sovra-locale (le ferrovie e i porti, gli ospedali e le dighe, e tutte le attrezzature a grande scala) non vengono definite, collocate, progettate, gestite finalizzandole agli interessi collettivi che devono soddisfare, non sono inquadrate perciò in una visione sistemica del territorio, non risoettano quindi della priorità della tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale de territorio, ma tengono cnto di un solo requisito: la quantità di danaro che possono far circolare, gli affari che possono consentire, gli arricchimenti che possono produrre nei patrimoni dei soggetti che le promuovono o le realizzano.

DOMANI

«Del doman non v’è certezza»

Il trend non ci aiuta certo. Se le cose proseguono così come stanno andando, la città diventerebbe quella che gli studiosi e romanzieri come Saskia Sassen, Mike Davis e James G. Ballard ci raccontano. Da un lato l’infrastruttura globale, il luogo universale della residenza, delle attività, dei piaceri e delle connessioni tra quelli che comandano – la porzione più ristretta e più ricca dell’umanità e i suoi servi più diretti. All’estremo opposto, il pianeta degli slum. L’insieme in continua espansione delle residenze delle persone prive di diritti, di ricchezza, di dotazioni, in preda alla precarietà. In mezzo, il vasto mondo dei ceti in transizione, illusi da una penetrante pubblicità di poter aspirare a raggiungere livelli di vita più alti, e rigettati via via verso il mondo degli umili e dei precari.

La crisi aperta da qualche anno – che moltissimi ormai leggono come una crisi del sistema, e non una crisi nel sistema – potrebbe essere utilizzata per uscire dal trend, dal progressivo disfacimento di tutte le condizioni positive del passato. Ma sembra che le forze che tuttora governano il mondo non siano su questa strada. Sembra che l’uscita dalla crisi sia perseguita nel ripristino dei meccanismi stessi che l’hanno provocata. Sembra che l’ideologia della crescita indefinita sia ancra quella dominante, in un arco vastissimo di forze.

Non lo testimonia anche il fatto che vi sia una convergenza pressochè assoluta delle forze politiche di destra, di centro e di sinistra nel credere che la realizzazione di nuove infrastrutture, di nuovi pezzi di città, di nuove sottrazioni del territorio agli usi di un’agricoltura “naturale”, che la formazione di nuove rendite immobiliari sia un bene, perché aumenta il “prodotto interno lordo”?

Dobbiamo dirci fortunati se, con Lorenzo de’ Madici, possiamo dire “del doman non v’è certezza”. E per trovare segni di speranza dobbiamo cercare nelle incertezze, negli interstizi. Non possiamo sperare di trovarla nei partiti politici, non possiamo sperare di trovarla nelle istituzioni, se gli uni e le altre non cambiano profondamente. Possiamo trovarli se guardiamo nella società: o meglio, in alcuni movimenti che oggi l’agitano

Un filo di speranza

La possibilità di opporsi, e di uscire positivamente dalla crisi attuale, oggi è legata a un filo molto tenue che tuttavia esiste. É costituito dalla presenza di una miriade di episodi che nascono spontaneamente dalla società e rivelano il trasformarsi di insofferenze individuali in tentativi di aggregazione, associazione, iniziativa comune di protesta (e talvolta anche di proposta) che sono forse l’unico segnale positivo che possiamo scorgere.

Mi riferisco al variegato complesso dei movimenti che affiorano dalla società, e che aspirano a un superamento delle condizioni date. Essi crescono mese per mese: sono fragili, discontinui, limitati dal volontarismo che li caratterizza, spesso abbarbicati al “locale” da cui sono nati. Ma nonostante la loro attuale fragilità, testimoniano una volontà di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose, e sempre più spesso, riescono ad aggregarsi in reti più ampie, a inventare strumenti per consolidarsi e dare durata alla loro azione, a comprendere meglio le cause da cui nascono i guasti contro i quali si ribellano.

Proviamo a elencare gli argomenti che sollecitano la formazione di comitati e gruppi di cittadinanza attiva, delle migliaia di luoghi dove si stanno sperimentando modi nuovi di “fare politica”, di occuparsi insieme del destino di tutti.
- Le condizioni dell’ambiente fisico e del paesaggio, sempre più inquinati e sgradevoli, ricchi di pericoli e privi di qualità.
- La condizione della salute dell’uomo, esposto a malattie e a rischi di degradazioni biologiche.
- Le condizioni della vita urbana, sempre più caratterizzata dalla carenza di servizi per tutti, di spazi condivisibili da tutti, di luoghi collettivi accessibili da parte di tutti
- Le difficoltà gravi per accedere ad alloggi a prezzi ragionevoli in luoghi dai quali sia facile e comodo accedere ai servizi e al lavoro.
- La precarietà della condizione lavorativa, della certezza di un reddito adeguato alle necessità della vita sociale.
- La mercificazione (con le tre tappe della privatizzazione, aziendalizzazione e commercializzazione) di beni pubblici essenziali, come l’acqua, la salute, la formazione.
- I diritti civili: della libertà e della cittadinanza per tutti, di un’equità vera nell’accesso di tutti ai beni dell’informazione, della partecipazione, della decisione, dell’eguaglianza di diritti tra persone minacciate dalla segregazione a causa del colore della pelle, della cultura e della religione, dell’etnia e della lingua, del genere e della condizione sociale.

Se guardiamo a queste rivendicazioni nel loro insieme vediamo che in esse si manifesta la spinta a trasformare i disagi individuali in un’azione comune. É un passaggio importante. Ricorda l’espressione raccontata da don Lorenzo Milani; l’’espressione di quel ragazzo della Scuola di Barbiana che disse di aver aveva compreso una cosa decisiva: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne da soli è l’avarizia. Uscirne insieme è la politica».

É la stessa molla che spinse i proletari in fabbrica a diventare forti utilizzando l’unico strumento che potevano opporre alla proprietà del capitale: la solidarietà dei possessori della forza lavoro. Allora il luogo nel quale il conflitto si svolgeva era di per se stesso tale da spingere alla solidarietà: era la fabbrica. Oggi è un luogo nel quale è pervasiva la tendenza alla dispersione, alla frammentazione, alla segregazione: l’habitat dell’uomo.

La terra si ribella

Il dramma di oggi sta nel fatto che l’intervento necessario per ribaltare la logica del trend attuale è anche estremamente urgente. Segnali sempre più forti e continui di arrivano dalla stessa terra su cui poggiamo i piedi. La terra, la superficie, la crosta del nostro pianeta si ribella. L’abbiamo maltrattata, le cassandre hanno oreisto il futuro e non sono state ascoltate.

Da quanti decenni chi sa leggere con occhi limpidi ha ammonito che le nostre case, città, strade, fabbriche sorgevano su terreni fragili – oltre che ricchi di bellezza naturale e culturale? Non voglio ricordare Giustino Fortunato, che all’inizio del secolo scorso denunciava lo “sfasciume pendulo su mare” che caratterizzava ampie zone del Mezzogiorno (ma anche in Liguria ne sapete qualcosa), né gli intellettuali (da Piero Calamandrei a Manlio Rossi Doria) che ne ripresero il messaggio negli anni della nascente Repubblica. Ma voglio ricordare Antonio Cederna, leggendovi un brano che pubblicò nel 1973, quasi 40 anni fa:

«Un’Italia che frana e si sbriciola non appena piove per due giorni di fila, ecco l’immagine che subito ci propone il 1973, quasi a imporre alla nostra attenzione il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana: la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica.

«I disastri arrivano ormai a ritmo accelerato: e tutti dovremmo aver capito che ben poco essi hanno di “naturale” poiché la loro causa prima sta nell’incuria, nell’ignavia, nel disprezzo che i governi da decenni dimostrano per la stessa sopravvivenza fisica del fu giardino d’Europa e per l’incolumità dei suoi abitanti».

Che cosa hanno imparato i nostri governanti? E noi stessi, i nostri istituti di cultura, le nostre università. Ancora oggi, nonostante le lagrime di coccodrillo a ogni alluvione, frana, inondazione, smottamento, tutto prosegue come prima. Case a go-go anche quando il mercato è sovrassaturo, strade e autostrade, gallerie e trafori, grattacieli e grandi opere, ponti sullo stretto e inutili treni ad alta velocità per far concorrenza agli aerei, strade camionali per evitare di usare il mare.

I più saggi – come il nostro Presidente della Repubblica – ammoniscono che, per evitare i disastri quali quelli che si sono recentemente abbattutti sulla Toscana, la Liguria, la Sicilia, affermano che occorre investire di più nella prevenzione. Ma pochi, pochissimi, riconoscono che la prima e più completa prevenzione è quella di una pianificazione urbanistica e territoriale corretta e rigorosa, condivisa e autorevole, e nel preliminare riviuto a riconoscere nello sviluppo della rendita immobilare il deus ex machina delle decisini sull’uuso del territorio.

Non siamo soli

Per fortuna ciò che si muove nella nostra società per difendere le condizioni della nostra vita di cittadini non è limitato nei nostri confini. Sui temi della critica alla condizione urbana e alla degradazione del territorio, sui temi della rivendicazione di rinnovati diritti i gruppi sociali che si muovono in Italia non sono isolati.

In moltissime parti del mondo essi sono nati, si sviluppano, trovano momenti di vicinanza e di identità ideale, e spesso anche pratica, movimenti analoghi mossi da analoghe motivi di sofferenza, di protesta, di rivendicazione: soprattutto sui temi della casa e degli sfratti, della segregazione e dell’esclusione dai beni essenziali, della volontà di partecipare alle politiche urbane. Insomma, sui temi che nutrivano l’antica proposta di Lucien Lefebvre sul “diritto alla città”.

Un nuovo “diritto alla città”

É ormai ricca la letteratura che riprende questa espressione, e sono numerosi i tentativi di mettere in rete le mille esperienze che in tutto il mondo si stanno sviluppando. Alcune sono raccolte in un libro in corso di pubblicazione a Bruxelles, a cura di Ilaria Boniburini e altri studiosi. La luce che si vede, attraverso i rottami della crisi, è che sta emergendo la rivendicazione di un nuovo diritto alla citta, che comprende quelli delle rivendicazioni del secolo scorso, le integra e arricchisce con nuove rivendicazioni.

La nuova idea di città che sta emergendo è esprimibile in un’espressione semplice e semplicemente comprensibile, può riassumere oggi i contenuti, di questo rinnovato “diritto”? C’è un concetto al quale implicitamente rinviano tutte le vertenze che sopra ho elencato, sul quale si può (e si deve) far leva: occorre che la città, e anzi l’intero habitat dell’uomo, sia considerato un bene comune.

Non credo che sia necessario precisare ulteriormente che cosa intendo per città. Qualche rapida notazione sugli altri due termini, bene e comune.

Bene

Dire che la città è un bene significa affermare che essa non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per comprendere la moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi, e anzi per certi versi opposti, di vedere e vivere gli stessi oggetti.

Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quanto posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Che fare?

Si può reagire al mainstream e navigare controcorrente a condizione che si assumano quattro obiettivi, che sono anche quattro impegni.

Bisogna far crescere lo spirito critico, spiegare le mille trappole mediante quali l’informazione inganna chi se ne nutre, gli strumenti mediante i quali si sostituisce al buon senso (che alberga in ciascuno di noi) un senso comune formato sugli interessi dominanti. Bisogna svelare l’ideologia che tende a unificare in un unico sentire il pensiero, e quindi l’azione, di tutti. A cominciare dalle parole, dallo svelamento dei loro significati reali.

Un esempio vistoso è il termine “vincolo”: si intende per tale qualunque destinazione del suolo che non consenta l’edificabilità di tipo urbano: è un vincolo la destinazione a una utilizzazione agricola, o all’impianto o la conservazione di una foresta, alla ricerca in un’area archeologica, nella costituzione di un’area di libera visione di un monumento o al godimento di un paesaggio. “Vincolo” è tutto ciò che contrasta con l’uso mercantile, venale del suolo.

Secondo obiettivo: bisogna far comprendere a tutti, e soprattutto ai giovani, che la storia non è già scritta: che un’altra storia è possibile, diversa da quella che le tendenze in atto ci preparano. Se non c’è questa convinzione, se la storia è considerata un evento inevitabile, lo spirito critico si traduce in cupo e disperato pessimismo.

Bisogna attrezzarsi per un lavoro di lunga lena. La soluzione – a meno di eventi imprevedibili, che possono sempre accadere – non è dietro l’angolo. Maturerà attraverso una successione di eventi che saranno tanto più rapidi quanto più si allargherà il campo di quanti occupano lo spazio pubblico per comprendere insieme e per lavorare insieme.

Ma in primo luogo occorre resistere. La difesa dello spazio pubblico deve essere al centro dell’ attenzione. Mi riferisco allo spazio pubblico in un senso molto ampio: gli spazi fisici, a partire dagli standard urbanistici, dai parchi, dall’uso aperto e libero delle piazze e degli altri luoghi, e senza trascurare gli spazi aperti della natura, sempre più malamente antropizzata, degradata e dissestata; e gli spazi virtuali, gli spazi come diritti: il diritto di sciopero, il diritto a una scuola pubblica e uguale per tutti, il diritto a riunirsi, a discutere insieme, a manifestare insieme, il diritto alla democrazia, alla partecipazione alle scelte, all’esercizio della politica così come la intendeva Don Milani. E quando parlo di spazio punbblico non mi riferisco solo alle competenze, alle decisioni e alle responsabilità delle istituzioni democratiche, ma all’insieme delle persone che formano la società: quello che tu, io e l’altro occupiamo insieme, per discutere e decidere insieme del comune destino.

Mi sembra che la resistenza offra un ampio campo d’azione agli urbanisti, e a chiunque si occupi di città e territorio con competenze specialistiche. Ne suggerisco alcune alla discussione. La difesa della legalità, delle regole che sono state ottenute in stagioni migliori e che stabiliscono la priorità degli interesse generali su quelli particolari, la difesa del territorio e dei suoi abitanti, la trasparenza delle procedure, la partecipazione e i confronto. L’educazione degli amministratori: occore spiegare loro qual è l’esito delle scelte che propongono anche quando sono sbagliate, le possibili alternative, le conseguenze dei loro atti, e bisogna ottenere da loro la traspareza del processo delle decisioni. L’aiuto ai cittadini, perché sempre più comprendano e possano intervenire, senza farsi illudere della demagogia dei camuffatori di ciò che c’è dietro le decisioni.

E soprattutto credo che agli urbanisti – ma a chiunque interessi un uso corretto della crosta del nostro pianeta - competa la difesa della pianificazione, come metodo che può riuscire a portare a sintesi critica i diversi aspetti, interessi, esigenze delle trasformazioni del territorio, dando la priorità a quelli che esprimono l’interesse comune di tutte le cittadine e cittadini a partire da quelli che necessitano di maggior tutela: i più deboli e potenzialmente esclusi, e i nostri posteri.

L’audio e le immagini della conferenza sono raggiungibili qui

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